|
Steve Bishop in costume da bagno è un qualcosa che non si può vedere. Già detto che la sua altezza gli comporta l'esser scambiato per un cassonetto dell'immondizia, con il coperchio abbassato, la esalta ancora di più un costume a metà fra la tenuta da corsa di Dorando Petri e una misee da acrobata, in microfibra, d'accordo, ma decisamente "off" per via del tappeto di peli che corona il petto lasciato scoperto da delle spalline leopardate.
Nonostante questo, il suo benvenuto è, al solito, caloroso. "Vecchia merda, ce l'hai fatta a venire, temevo fossi allergico al sole" mi dice facendo riferimento al colorito della mia carnagione. Sorrido, cavandomela con un "Non sopporto i lettini solari, Steve". Fai bene, risponde, ho letto da qualche parte che non sono il massimo per la salute. No, infatti. Vieni ti porto a fare un giro nello stabilimento, mì è costata una fortuna rilevare la gestione, ma credimi, ne valeva la pena, guarda. E mi indica, dopo aver percorso un breve vialetto con un acciottolato di porfido e circondato da una sequenza di pitosfori e magnolie, uno spiazzo piastrellato con maxi mattonelle in gres porcellanato chiaro, nel mezzo del quale campeggia una piscina baciata dal sole.
Riconosco molte delle facce degli habituè del locale sulla Tuscolana. C'è il buttafuori, nella stessa tenuta di Bishop, che si è riciclato come cameriere e fa avanti e dietro fra il bar e gruppi di sedie a sdraio, sulle quali poggiano le loro dolci estremità alcuni esemplari femminili che devo aver già notato durante l'inverno. In codesta versione, sono poche quelle che stanno meglio. Gli uomini, divisi fra il banco del Bar Polinesiano (intravedo lo stesso bungalow, anche più giù, sull'arenile) discettano, manco a dirlo, dei mondiali giocando ad indovinare la migliore formazione per battere la Germania, e dello sciopero dei taxi.
Odelia Prandizzi, avvolta in un pareo che non manca di esaltare le sue forme generose, mi getta le braccia al collo, proponendomi un passaggio nella sua cabina. Più tardi, in caso, replico per non sembrar scortese. Sono ancora vestito e tutta questa nudità mi mette a disagio. Ho bisogno di spogliarmi anch'io. Mi danno le chiavi di una cabina, nella quale non trovo di meglio che farmi una doccia (la temperatura è notevole) e spararmi un drink con succo di pompelmo e martini extradry, cosi, perché magari mi annoio.
Prendo su dalla borsa il libro che sto tentando di finire, I giardini di Kensington, di Rodrigo Fresàn, e mi avvio sulla spiaggia. Mentre percorro i pochi metri che mi separano, fra vialetti ai cui lati camminano delle aiuole fiorite, dagli altoparlanti, ben mimetizzati fra le piante, mandano Scandalo al sole di Percy Faith. Considero che forse è la cornice sonora più adeguata.
Una rumena con pochissimi denti rimasti mi accoglie con un sorriso, evidentemente incurante del risultato. Apprezzo il gesto, in ognicaso, e mi accomodo sul lettino che mi apre con fare calmo e deciso. Non manco d'osservare che è tatuata come la prima pagina del Times. Ha dei versi di Prevert, incisi sui bicipiti, che mi colpiscono.
Li fuole anche lei, zignore ? Cosa ? I tatuaggi co verzi ti poeti importanti E dove ? Sotto omprellone ciallo, c'è uomo con macchinetta. E ha anche dei libri ?
La rumena mi guarda interrogativa, non ha capito o fa finta o ancora pensa che mi stia divertendo (e fa bene). Tu puoi tatuare quello che vuoi, lui è bravo a mia amica ha tatuato una tigre che mangia un serpente. Sto per chiederle se poi l'ha digerito ma mi trattengo. Grazie, terrò a mente e le porgo una piccola mancia.
Mi immergo nella lettura del libro di Fresàn, mentre la spiaggia inizia a popolarsi. Accanto a me si siede una coppia, sulla trentina. Lei, una moretta con in topless e un perizoma interdentale, che andrebbe anche bene se non si trattasse della sorella, più piccola, dell'omino della Michelin. Lui, pluritatuato con delle iconografie del seicento, avanti cristo però: si capisce un cazzo, carosello di macchie di colore su pochi tratti di pelle rimasti liberi, abbronzati per conto loro.
Iniziano a parlare di minirate per dei divani che capto di malavoglia sembrano esser già stati sottoposti alle cure di Van Larson (ex wrestler ora mite conduttore di una tappezzeria sull'anagnina).
Leggo qualche capitolo poi si avvicina una maitresse con un pareo tutto leopardato : Cletus, mi ha detto Steve che devo farle le carte.
Ora, non ho nulla contro le previsioni, ne contro le maitresse, ne contro il Procasma on the beach. Cosi, per non fare la figura del solito orso, aderisco alla richiesta e le faccio spazio sul tavolinetto sotto l'ombrellone. La drag-queen si accomoda emanando effluvi di deodorante di pessima marca. Inizia a smazzare con piglio professionale. Mi chiede di alzare il mazzo poi da avvio alla lettura dei tarocchi. Non so perché ho accettato, ho superato la fase ansioso-depressiva, volendomi dire affrancato da quest'affanno della previsione, distillato da oroscopi, letture di fondi di caffè, linee della mano. Ho mantenuto come piccola, irrinunciabile, superstizione l'atto di toccarmi le palle all'incrocio, in auto, con auto condotte da suore, e un piccolo sassolino acquistato in un negozio eco-solidale che prometteva "serenità in amore".
La signora mi snocciola la sua sequenza di frasi fatte, che ormai ho imparato a memoria, sull'appeso, la ruota della fortuna e il matto. Nell'ordine cosi descritto, come sbagliarsi ? "sei appena uscito da un periodo negativo, che forse si protrarrà ancora per un po, ma la ruota della fortuna sta per girare a tuo favore, e devi cercare la felicità nella pazzia".
Su quest'ultima esortazione mi soffermo. In questo paese dovremmo battere gli Stati Uniti, non tanto con un rigore all'ultimo minuto, e nemmeno perché privi, al contrario di loro, del diritto ad esser felici sancito dalla carta costituzionale.
Sono trentacinque euro, mi dice con un sorriso la maitresse. Tenga il resto, gli dico dandogli due banconote da venti.
Venti da nord-nord est, recita la voce dello speaker dagli altoparlanti della spiaggia. Chiudo il libro, tiro giù la spalliera del lettino e mi addormento all'ombra di un palmizio sintetico. Made in Togo, c'è scritto sull'etichetta dimenticata legata intorno al tronco.
Buffo, fino ad un mese fa, scommetto che erano in molti a pensare che si trattasse solo di una famosa marca di biscotti.
Mi addormento e sogno l'Africa. |