21/03/2006

Procasma beautyfarm (2)

Io non sono tenuto a dover sopportare le tue angherie.

Angherie ?

Si

Chiederti di portarmi la colazione in camera me la chiami angheria ?

No, ma…

Ma un cazzo, t'ho detto portamela a basta.

 

La gente si odia…capto questo spezzone di conversazione mentre mi sto recando, vestito di tutto punto, al gym.center del Procasma bautyfarm. Non ricordo da quale camera provenisse (sul corridoio se ne affacciano diverse), quello che però ricordo, e molto bene, è il rumore di un vassoio d'acciaio, corredato da da quello della porcellana delle tazzine, che si infrange da qualche parte, nella stanza, all'indirizzo di uno dei due autori del dialogo di cui sopra.

 

Entro nella palestra che c'è già un sacco di gente. C'è una ottuagenaria ossigenata con un fuseaux lillà e dei bicipiti esibiti che rimandano a quegli insaccati, flaccidi, che si potrebbero trovare, in calabria, appesi sul banco di un norcino. Ha una canottierina attillata che lascia trasparire il seno avvizzito, e con la scritta, in paillettes, dal tono involontariamente comico: FOR EVER YOUNG.

 

Attendo pazientemente il mio turno alla cyclette, mentre indosso gli auricolari del lettore mp3, con i primi tre brani di Hot rats. Quando sta per iniziare Soon of Mr.Green, si libera una postazione. Prendo posto, azzero il cronometro e comincio a pedalare, con il ritmo sincopato di Zappa nelle orecchie.

Pedalo per 30 minuti spaccati. Mentre pedalavo intorno a me un campionario eterogeneo di personaggi. Le palestre meriterebbero degli studi antropologici approfonditi. Se non altro per la fauna umana che le abita. Ragionieri con cardiofrequenzimetro incorporato nelle tute. Graziose fanciulle con fasce parasudore variopinte e occhi azzurri, avanzi di galera con pettorali siliconati e donne che passano troppe ore della loro esistenza sedute, a giudicare dal tono dei glutei.

Un ruscello solca il pavimento della palestra contribuendo, con il suo allegro scroscio, a silenziare i respiri ritmati di quelli che ci credono, ossia di una buona parte degli avventori.

 

Esco, vagamente barcollante, ma soddisfatto. Non ho idea delle calorie che ho bruciato sebbene distinguo davanti ai miei occhi un'avvenente trainer che mi magnifica l'attività fisica, enucleandomi cifre e formule che non comprendo. Faccio di si col la testa e sorrido, guadagnadomi la sua condiscendenza a lasciarmi andare. E' il turno della piscina. In piscina, aveva ragione Bishop, ci sono 38 gradi. Il guaio è che è all'aperto e fuori la temperatura è di appena qualche grado sopra lo zero.

Resto cosi un bel po, mentre un signore che somiglia molto a Groucho Marx, ma senza sigaro, snocciola trend borsistici e plusvalenze come giaculatorie in una chiesa di campagna, al vespro. La donna che gli è vicina asserisce con rapidi cenni del capo. La cosa sembra incoraggiarlo, cosi continua e io mi allontano. Dei bambini, impavidi, escono dalla vasca riscaldata per tuffarsi in una piscina attigua, non riscaldata. Dalle urla, concitate, capisco che non devono aver preso bene la sorpresa di aver trovato diversa la temperatura. Il coro apprensivo delle mamme fa da colonna sonora al loro immediato (e festoso) rientro in quella riscaldata. Esco veramente rinfrancato, cercando di ritornare in camera. Stavolta, passando dalla camera dalla quale provenivano quelle pacate nozioni circa l'educazione reciproca, in una coppia, non sento nulla. Silenzio, solo una cameriera rumena probabilmente, mi saluta, deferente, come devono averle imposto di fare all'incrocio di qualsiasi ospite. Il mio aspetto potrebbe essere come quello di Sonny Liston la sera che incontrò Cassius Clay (si, allora si chiamava ancora cosi), provato. Nessun secondo a gettare la spugna. Un rapido riposino, che più tardi ho la seduta del trattamento facciale.

 

Dormo per una porzione di tempo che non so quantificare. Nel sonno mi appaiono, nell'ordine, Juri Camisasca, un cantante dei primi anni settanta che mi offre uno spinello, uno che porta il muletto nel magazzino di un mio cliente, un paio di mie ex fidanzate, di cui una che ce l'ha a morte con la mia biancheria intima, intendo anche adesso, nel sogno. Vagamente contrito per aver cosi invalidato il suo immaginario erotico al riguardo mi sveglio con la telefonata della elvetica signorina dai capelli rossi che mi ricorda l'appuntamento per il trattamento.

 

Indosso l'uniforme (accappatoio bianco con spillone indicante il numero della stanza), e mi reco davanti alla reception.

Bene, lei andrà con Mariagrazia. Mariagrazia avrà venticinque anni, indossa un camice dal quale spuntano due tettine interessanti. Mi sorride, facendo strada verso la stanzetta dove c'è il lettino. Mi fa cenno di sdraiarmi, mi copre con un lenzuolo termico e inizia a cospargermi sul viso creme al cui contatto mi sembra di passeggiare sull'Himalaya.

Se sente freddo è normale, sono comunque free-alcool, mi dice non potendo far a meno di tradire un accento toscano, e come a rassicurarmi.

Con le stalattiti sotto le palpebre le sorrido anch'io, Mariagrazia ama parlare con i suoi "pazienti". Mi racconta del tempo, dei trenta chilometri che deve percorrere, in auto, e con tutte le condizioni meteo, per venire al Procasma, da casa sua, dove vive ancora con i suoi. E'allegra, sprizza dignità e voglia di vivere, fa di tutto per farmi sentire a mio agio, sebbene semi-paralizzato dal freddo tento di imbastire uno straccio di conversazione. Mi parla delle maschere, di quelle in gesso. Le chiedo che fine fanno, dopo. Se qualcuno le chiede indietro, e se no, dove le conservano. Favoleggiamo di un magazzino dove la traccia più importante del passaggio di cosi tanti clienti, nel tempo, rimarrà a beneficio di qualche alieno che fra un paio di decenni arriverà sul sito, uscendo di testa per capire cosa cazzo ci facciano lì tutti questi volti inanimati, altre maschere.

Mi addormento, mentre le parole di Mariagrazia mi cullano, sogno di Ufo, scolapiatti e servizi chiamati fuori (out) da un giudice di gara, che a giudicare dal seggiolone, e dal manto erboso, presumo possa trovarsi a Wimbledon. La musica newage nell'aria a dondolarmi, resto cosi per un bel po, con questa maschera siliconica sul viso, il cui compito è quello di far meglio penetrare le creme. Quando mi sveglio chiedo a Mariagrazia, che nel frattempo dev'essere tornata, qual è stata la richiesta più bizzarra che si è sentita rivolgere nell'espletamento delle sue mansioni. Ci pensa un po su e poi ridendo mi dice di un tizio che l'ha pregata di prendere il suo cellulare, di fargli una foto con la fotocamera integrata e di spedire un mms a un numero che gli ha dettato restando impalato, cosi, disteso sul lettino, coperto da qualche ettogrammo di creme verdi. Una specie di Shrek, immortalato ad uso e consumo di qualcuno che potrà essersi fatto una risata sopra. Non mi è sembrata granchè come proposta bizzarra, ma la incamero lostesso per non scontentare la sua disponibiltà a raccontarmela.

Esco, e percorro ancora pochi metri, entrando nel grande bagno turco. Un trio di donne anziane, probabilmente campane, a giudicare dall'accento disquisiscono degli amori sfortunati di una qualche loro conoscente. Nella nebbia le distinguo appena, adoro la discrezione del bagno turco. Può non essere necessario captare le rispettive fattezze, ci si limita a registare altre presenze, non so, c'è qualcosa di impersonale che m'attrae, in questo genere di posti. Tengo d'occhio il timer costituito da un paiolo di rame che si solleva ad intervalli, credo, di quindici minuti. Faccio un paio di cicli, intervallandoli con delle doccie e abluzioni di ghiaccio fresco che fuoriescono da una bocca della verità malamente duplicata dall'originale che abbiamo qui a Roma. E' tardi. Fra poco si pranza.

Al buffet, tutti rigorosamente sempre in accappatoio bianco, parlo con Bishop che mi rimprovera per avergli dato buca la sera prima. Ero stanco, Steve. Mi giustifico. Lui sorride…Si, stanco di non fare nulla, hai visto che spettacolo di posto ? eh ?

E fa per pulirsi le lenti degli occhiali con una cravatta made in Plutone, tanta la dissonanza con camicia e giacca. Fortuna non indossi i suoi polsini che gli varrebbero il primato mondiale del kitch.

Al pomeriggio mi adagio su un lettino con materasso in pelle, gonfio di acqua. Leggo Lansdale, un paio di racconti, tratti da Maneggiare con cura. Uno parla di una bambola gonfiabile, non posso fare a meno di ridere, attirandomi gli sguardi di riprovazione dei banchieri accappatoiati che fingono di dormire (mentre sospetto stiano invece rimandando a memoria qualche calcolo di ricapitalizzazione). Ne leggo un altro che è uno spasso e che parla di un programma di rieducazione, in dodici fasi, di Godzilla. Convengo che Lansdale sia un grande, sebbene stavolta abbia imparato a trattenere le risa.

Vado via che ho sonno, ho bisogno di sdraiarmi sul lattice di un materasso "normale", come quello della stanza 439. E' stata una giornata intensa.

(segue) 

di cletus1 | 21/03/2006
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