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L'altra sera, al Procasma, proiettavano l'anteprima di Capote. Fa ridere, d'accordo, ma si pronuncia Capoti, si, con la i. Steve Bishop ha vissuto a San Francisco e quindi della sua pronuncia mi fido. La sua voce al telefono, quella di chi è intento a spalmare del passato di aringhe su delle fette di pane imburrate. Voglio dire, arrivava a tratti e leggermente strozzata, come appunto quando si tiene la cornetta del telefono fra la spalla e la testa inclinata. Da quella prospettiva devo riuscirgli anche simpatico, invece di spedirmi a casa l'invito, preferisce utilizzare il telefono.
Indosso quello che trovo a portata di mano, chiamo un taxi, e all'ora convenuta mi presento davanti al locale. All'ingresso, il solito buttafuori dalle incredibili capacità vocali. Se Audrey Hepburn fosse fra noi lo chiamerebbe per farsi doppiare in italiano, tanta la somiglianza della voce. Tenendo a mente il ricordo, sopratutto della seconda, inizio la discesa agli inferi del Procasma.
Stavolta il pubblico dev'esser stato selezionato, Non a tutti gli avventori del Procasma piace il cinema, evidentemente. Steve Bishop, si avvicina per darmi il benvenuto rilasciando nell'aria un vago odore di pesce, magari aringhe, per davvero. Sei dei nostri, sapevo che ti piaceva, non potevi mancare, fra poco iniziamo, prendi qualcosa da bere al bar e mettiti comodo in saletta.
Ora, la saletta tv del Procasma è una roba che al massimo ci si aspetta di trovare nei manuali di arredamento e d'architettura, annoverata fra gli esempi di come non si dovrebbe progettare. Totale assenza di pendenza. Le fila delle sedie (scomodissime, più di qualcuno, al termine di pellicole superanti i 180 minuti primi, necessita delle cure di un paio di validi fisioterapisti), sono quasi allo stesso livello. Per cui, se ti capita la sfiga di vederti sedere davanti Furia Tromberry, col suo collo alla Modigliani, il film, dopo, te lo devi far raccontare. Inoltre, la totale assenza di uscite di sicurezza rappresenta un'altra concreta minaccia all'incolumità generale, mitigata appena dal divieto pressochè assoluto di fumare. Dico pressochè perché invece, talvolta, in occasione di partite di pallone definibili "critiche" per gli ormai compromessi campionati delle squadre capitoline, diventa una fumeria, come quelle d'oppio.
La serata è pimpante. Gli attimi che precedono l'inizio delle proiezione, diventano occasione mondana per lo sfoggio di mise particolari degli astanti. C'è Giocasta Franzetti, in cardigan rosa- salmone su t-shirt gialla anni sessanta. L' Odelia Prandizzi (ex pornostar ora dedita alla salvaguardia dei pinguini orfani, ma solo dell'antartide) in un aderente tubino nero che, devo dire, le esalta il seno generoso e sicuramente rifatto, come sostiene Giocasta. Un pugno di giornalisti che ognitanto passano per un drink di fine serata con donne la cui avvenenza è inversamente proporzionale all'orario di chiusura, più è tardi e meno sono belle.
Si spengono le luci e iniziano gli spot pubblicitari come in ogni multisala che si rispetti. C'è Van Larson, sullo schermo che pubblicizza la tappezzeria di cui si occupa da quando, ex wrestler, ha appeso al chiodo i guantoni. Tutti applaudono a una serie di battute degne del bagaglino che il creativo dell'agenzia che ha curato lo spot deve aver scritto di ritorno da un weekend trascorso in carcere, magari in regime di 41 bis. Doppi sensi, volgarità e pesanti allusioni circa le operazioni che i suoi divani sono in grado di sostenere, dopo le sue riparazioni, nel tempo.
Passano altri spot, tutti riguardanti attività degli habituè del Procasma, una mostra personale di Elvira Gensiotti, il chiosco dei fiori di una signora che ho visto qui spesso, gommisti e carrozzieri, poi alla fine, confuso fra il brusio dei presenti inizia il film. Bishop tenta di metter li due parole, blaterando di Capote, elargendo informazioni poco attendibili, come quella che vuole A sangue freddo, premiato con un Pulitzer tanti anni fa.
L'attore che interpreta sullo schermo Capote, è lo stesso che ha fatto l'infermiere al papà malato terminale di Tom Cruise, in Magnolia [Philip Seymour Hoffman, ndr]. Mi addormento, saranno stati i salatini al curry presi insieme al negroni servito all'ingresso.
Alla fine del film mi sveglio. Ho accanto a me Alessia, trans di Viareggio di rara bellezza. Andiamo ? mi chiede. Perché no ? gli rispondo. Usciamo che ancora sta tramontando. Mentre sul taxi osservo l'oscurità mettersi a letto con i tetti dei palazzi, mi prende forte la nostalgia del circo. Domani ritrovo il libro, resto sul divano tutto il giorno, e mi rileggo A sangue freddo. |