18/11/2004

Poveracci col bancomat

Harold stava nel suo cappotto consunto in fila davanti all'ingresso della mensa della parrocchia. Intorno gelide folate di vento facevano danzare i vapori provenienti dalle griglie sul marciapiede.

Un paio di adidas sfondate trasportavano cio' che restava del suo compagno di strada, Key. Aveva ripreso a piovere. All'inizio gli sembrò uno scherzo. Loro, degli homeless stentarono a credere quanto Padre John gli stava dicendo. Loro, proprio loro, transitati in tutti i diversi stadi dell'emarginazione, gente abituata, per intendersi, a dichiarare come proprio domicilio le grate di una stazione del metrò, sarebbero diventati titolari di bancomat per prelevare da uno sportello automatico i pochi dollari necessari alla sopravvivenza. Non riuscivano a capire il confine tra la compassione e il sarcasmo. Titolari. Una preoccupazione in piu' per gente abituata a non averne. Adesso le tasche dei loro lisi vestiti avrebbero finalmente assolto all'antica funzione di contenere qualcosa. In questo caso una placca di plastica di 5 centimetri per 9, con una banda magnetica che voleva dire un piatto caldo, una doccia al diurno, un caffè appena svegli al bar all'angolo. Key col suo forte accento irlandese ebbe bisogno di farsi ripetere un paio di volte come diavolo funzionava quella cosa di plastica. In realtà lo sapeva benissimo. Gli piaceva fare i test, vecchio tic, retaggio dell'ufficio Risorse Umane della multinazionale dalla quale aveva pensato ben di farsi cacciare per non meglio precisate molestie sessuali nei confronti di lady Margharet. Fin qui nulla di strano, se non che quest'ultima aveva 56 anni, pressoche' calva, metodista praticante, e priva, ad di la di ogni generosa interpretazione, di un qualsiasi appeal. Harold, trascorsi meno blasonati, era barbone per necessita', non per scelta, dopo 3 minuti aveva capito tutto. Un ora piu' tardi, davanti al primo bancomat capitato a tiro, iniziarono a familiarizzare col demonio. "Il codice Key, il fottuto codice, cerca di non dimenticarlo, a questa sequenza di numeri devi la possibilità di arrivare a qualche dollaro senza piazzare il cappello agli angoli delle strade", "Non lo scorderò facilmente, stanne certo !". Harold prelevo' quanto gli occorreva e si allontano' a passo svelto verso il bar. Key rimasto solo, comincio' a digitare una serie di numeri scritti con calligrafia malcerta sulla fodera consumata del cappotto. Tento' di dar corpo ai propri fantasmi, andando a ripescare nei meandri della memoria, il codice della vecchia carta aziendale. Ottonoveseicinque quattro quattro……attese un attimo….sullo schermo come per magia apparve il logo dell'Azienda. Non lo avevano mai capito. Ci si sentiva bene, nella parte dell'incompreso dalla nascita. Cosi…senza fretta prelevò tutto il contante disponibile per la singola operazione. Mordendolo, si sfilò il guanto bucato per riprovare la vertigine del tatto con la carta filigranata delle banconote. Cambiò qualche biglietto al bar, chiese del telefono e chiuse alle sue spalle la porta della cabina. "Malcom & Bradsoon, sono Mary in cosa posso aiutarla Signore ?"- "Si…guardi…volevo parlare con Mrs. Well, Mrs Margharet Well, per favore". "Scusi …? Non conosco una Signora con questo nome, puo' ripeterlo ?". Con un grugnito mise giu'. Sfogliando l'elenco trovo' il numero…..lo conosceva bene quel numero….si disse….quante volte lo aveva composto nel cuore della notte, non aveva bisogno dell'elenco…."Cerco Mrs. Margharet" chiese senza preamboli alla voce maschile all'altro capo del telefono. "E' morta, signore, da tre mesi". Come una fucilata. Era quanto aveva avuto paura di ascoltare. Una conferma ad un presentimento. Abbasso' la cornetta fermandosi ad osservare il riflesso dei neon del locale sul microfono bagnato da qualche lacrima. Non si perse d'animo. Comincio' a girare per tutto il quartiere, complice la notte. Se ne sarebbero accorti solo l'indomani, doveva far presto. Giro' tutti gli sportelli del quartiere, poi quelli del quartiere vicino, sfidando il vento e la pioggia e gli altri barboni rimasti insieme ai cani a vagolare per la notte della città, in compagnia delle sirene. Continuo' cosi fino alle prime luci dell'alba. Le tasche rigonfie di banconote. Attese che aprissero la saracinesca. Un signore in un completo scuro lo squadrò severamente, temendo il peggio. Lo infastidiva il soffermarsi dello sguardo sulle sue scarpe sfondate. Non poté fare altro che ricambiare. Non lo rassicurava neanche il suo di aspetto, ma nonostante ciò attese educatamente che si sedesse dall'altro lato di una lucida quanto deserta scrivania, tirandosi su le maniche della giacca e scoprendo per un momento i polsini della camicia, dai quali facevano bella mostra di se un paio di gemelli a forma di teschio. Il colloquio si protrasse per una decina di minuti, mentre la sala andava riempiendosi . "E mi raccomando che ci sia la banda, adorava i blues lei." Uscì dal negozio confondendo il suo passo con quello dell'umanità frettolosa di raggiungere il proprio alibi quotidiano. Dal quartiere degli uffici, che poteva identificare ad occhi chiusi, ricordava gli odori delle bancarelle immancabili, agli angoli delle strade. Allungo' il passo entrando in un grande magazzino. Ebbe qualche difficoltà a superare la schiera di vigilantes posti a guardia degli ingressi. Solo lasciando un paio di bigliettoni nelle mani di uno di loro, riuscì a guadagnare il reparto abbigliamento per uomo. Dal camerino sbalordì la commessa per la competenza e l'appropriatezza degli accostamenti. Uscì tirato a lucido. Aveva ancora un bell'aspetto si disse, trovando conferma nel riflesso della sua immagine nelle ampie vetrate. Fermò un taxi appena fuori dal marciapiede, non senza essersi liberato della busta, enorme, contenente i suoi abiti appena smessi, l'altra se l'adagiò sulle gambe. Fece il giro degli isolati che aveva percorso, gustando i capannelli formati davanti agli sportelli da lui visitati nel corso della notte. Harold in preda alla sbronza era sulla solita panchina, sul lungo fiume. Incurante del freddo, giaceva al tiepido sole invernale. "Tieni, mettiti su queste cose, dobbiamo andare a salutare un amica".porgendogli la busta. Attese che uscisse dalla siepe. "Ancora un momento, vieni", si incamminarono sulla strada. L'attraversarono con la consueta leggerezza.
Dall'altro lato attesero che passasse un taxi. Erano bellissimi. Appena a bordo, "Metti via quella roba…." fece ad Harold che portava sistematicamente alla bocca un cartoccio a forma di bottiglia, "Che poi piangi…." E dopo un attimo, d'un fiato "Andiamo a salutare un' amica, non è proprio in un posto allegro". La banda era già piazzata, davanti a dei ragazzotti in nero che portavano una corona di fiori. L'ometto dai teschi sui polsini, sfodero' il piu' compiaciuto dei suoi sorrisi, vedendoli arrivare. Il vento sembro' fermarsi per un attimo. Gli alti cipressi, ripresero la consueta compostezza. La cerimonia fini presto. Piu' tardi, in taxi, mentre tornavano Key porse, felice, il bancomat a Harold.
"Questo adesso lo ridiamo a Padre John", con un sorriso, il primo dopo tanto tempo.

di cletus1 | 18/11/2004
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