17/07/2004

CINQUE PEZZI FACILI. Pezzo 4 Catia

Lei non immagina, non sa. Piange e basta,
A volte senza motivo, fa tenerezza. Mi spiace vederla cosi.
Sta male, certo, ma nemmeno io sto tanto meglio.
Mi urla contro che sono un bastardo, che cosi non
può andare avanti. Che è stanca di me, di questa
vita. Vuole andarsene, la sua valigia, tirata giù di fretta
dal tetto dell'armadio, e ancora per questo piena di
polvere, è li sul letto, come una bocca splancata
pronta ad accogliere le sue cose.

Non so cosa può averla portata a questo punto, oppure lo so troppo bene: si sta sottoponendo ad una terapia intensiva da uno psicologo analogico.
Cosa fosse la psicologia analogica l'ho cominciato a capire bene solo
da poco da quando lei sta frequentando questo tipo. Studio in centro, parquet consumato sul pavimento, insomma non tanto bene in arnese,
ma ancora rigidamente aggrappato ad un aplomb un po’ patetico.
Catia ha un bel viso. Quando piange le lacrime lo solcano 
e sembrano prendere la scorciatoia andando nelle rughe di
espressione che l'età le ha regalato vicino ad una bocca splendida.

Fumo una sigaretta dietro l'altra. Non è piacevole come spettacolo, ammetto.
La fine di un amore, se mai cosi si può chiamare, non è cosa da augurare a nessuno, le salviette di lino con le lettere ricamate in bordo, piccoli aghi di una vergine di norimberga che si sta per chiudere sul nostro periodo insieme. Non mi piace stare cosi. Adesso esco, prendo la macchina e giro tutto il raccordo tre volte, per dimenticare quelle lacrime. Non mi piace stare cosi. La prossima volta che torno in questa casa la troverò vuota e sarà finalmente un buon motivo per andarmene da qui anche io, al più presto.

di cletus1 | 17/07/2004
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