(a Roma, fine settembre, funestata poi dal generale black out, c'e' stata la prima "notte bianca". Queste sono le impressioni scritte subito dopo, a lume di candela).
Scenario il laghetto dell'EUR. Folla che inizia ad arrivare appena passata la mezzanotte, e in breve satura la "platea naturale" costituita dalla collina giusto difronte le cascate del Palaeur (ora PalaLottomatica, in ossequio al neo mecenatismo). Capannelli, risa, consuete "conferenze" via cellulare, incollato alle orecchie, ad uso e consumo anche dei piu' distanti. E' sabato sera, diciamo meglio, domenica mattina presto.
Si attende, con un misto di curiosita' e romana strafottenza. Un paio di minuti dopo le una lo speaker, sobrio e moderatamente "confidenziale", annuncia l'inizio dell'evento ad un pubblico fino ad allora incuriosito solo da 4 pianoforti immancabilmente a coda e in lacca bianca che sembrano galleggiare, immobili, in mezzo alle acque calme del laghetto.
Un massiccio utilizzo di vivaci esercizi per pianoforte irrorati da un impianto stereo sicuramente migliore di quello del novello auditorium di Piano, ha irretito l'attesa, placando gli animi e predisponendoli "al bello".
"Un successo, ci dicono che in centro non si cammina" dice la voce amplificata. Singolarita' dell'orario, la stessa affermazione diventata pressoche' quotidiana, se riferita ad ore diurne è di indubitabile sapore ferale. Nella prima Notte Bianca di Roma, no.
Una sequenza di lampi da il via allo spettacolo. Le cascate del Palaeur che si illuminano a tempo con la musica, Chopin apparentemente. Statuine si animano danzando come piovute dal nulla, sui pianoforti a coda, baciati a turno dalle luci, e poi un susseguirsi di "quadri" via via piu' suggestivi. Da immense sfere trasparenti che rotolano, luminose, sull'acqua, avendo al loro interno delle piccole Trilly, si come la farfallina di Peter Pan, a battelli rivestiti di drappeggi degni delle migliori favole disneyane.
Si torna bambini, attraverso la sospensione dell'incredulita', lasciandosi catturare dai volteggi di acrobati, delicati ed evanescenti che danzano sospesi nel vuoto (sostenuti da robusti cavi che si intuiscono solo quando bersagliati dai fari). Come in uno di quei vecchi carillon. E ancora luci, e musica e pubblico che applaude, sorpreso, muto, preso dalla assoluta novità della situazione. Attimi di silenzio, nel buio totale ed ecco che una prima batteria di fuochi d'artificio squarcia il cielo gravido di pioggia dell'Eur. E' il momento clou. Un capolavoro di alta scuola pirotecnica. La base di musica, l'Inno alla Gioia, sembra essere nella sua maestosita', il giusto corollario per tanta magnificienza. Un tripudio di colori alternati, preziosi ricami, traettoie ed intarsi colorano tutto il set del lago come meglio non potrebbero. Un crescendo che merita gli applausi convinti dei romani presenti, forse molto piu' prosaicamente attratti da un segno, quello pirotecnico, piu' facilmente distinguibile eppure qui capace di proporsi come nuovo, vuoi per il luogo, vuoi per l'orario vuoi infine perche' di colpo è come se si tornasse difronte a tanta bellezza, per un momento, per una notte appunto, bambini.
Lunga teoria di applausi alla fine del "quadro". Qualcuno inizia a defilarsi, ci sara' ancora tempo per un altro numero d'effetto dedicato al fuoco (stavolta con base musicale non piu' classica ma etno-ritmica, piu' calzante). Falo' accesi sulla cascata, fiamme che sembrano sorgere dall'acqua, palle di fuoco che volteggiano su lunghe aste flessibili, da mozzare il fiato.
La pioggia induce i piu' a considerarsi satolli, sfamata la curiosita' molte persone, sospinte dalle prime gocce si apprestano a fare ritorno a casa, magari facendo tappa per il rito del cappuccino alle tre di mattina presso i bar rigorosamente aperti, dell'Eur.
Roma, 4 di mattina del 28.09.03
Il Black out di li a breve sembrera' essere un repentino risveglio da tanto, irresistibile, sogno.