
Sono d'accordo con Giorgio dell'Arti. Ho ascoltato il suo intervento a ottoemezzo stasera, mi e' piaciuto molto. Si parlava di Pantani, e lui ha avuto le palle (l'intelligenza) di sottrarsi a questo coro uggioso (a proposito dove sono i paladini, i recensori, quelli dei distinguo del giorno dopo, vedi ad es. la strage di Nassirya e la snobbistica condanna del modo con il quale la stampa e la tv l'hanno "trattata" ?) mettendo bene in chiaro una cosa: chi ricorre a "doping" altera il senso stesso della competizione, per vincere, in questo modo, ammette che c'e' bisogno d'altro. Quindi e' una resa. Ma aggiunge, lo stesso, pur plaudendone i successi, proprio la visibilita' di Pantani poteva, doveva essere lo spunto per una denuncia (quella sull'invadenza del doping nel ciclismo) tanto clamorosa quanto visibile, venendo da tanto pulpito. Questo. Per dovere d'ospitalita' il buon Ferrara e la sempre piu'eterea Palombelli, l'hanno poi invitato a parlare del suo "libro". Si, l'ho virgolettato apposta, in realta' ne ha le fattezze, certamente e' stato anche scritto da lui, che e' bravo, intelligente e simpatico, ma che tratta, almeno stando agli stralci pubblicati sul Sette dello scorso giovedi, delle morti e dei suicidi piu' recenti in Italia. Con la freddezza di un elenco telefonico, a meta' fra la cronaca (ma dio, quanto da l'idea di leggere un blog) e un verbale di polizia, contenendo al minimo gli interventi dell'autore, qui piu' come un folle catalogatore di nefandezze, che scrittore che, sul nitore della pagina, da fatti nudi e crudi che riempiono le pagine dei quotidiani, trasforma, alcuni nella loro folle straordinarieta', queste morti in qualcosa di potentemente letterario. La domanda: ne avevamo bisogno ? E mentre andavano i titoli di coda, quasi a confessare un 2% di imbarazzo…"beh, no, non e' un libro bello..."