30/07/2008

La cultura (per pochi)

L’auditorium di Roma, progettato da Renzo Piano, ha dotato finalmente Roma di una struttura nella quale poter “fare” musica.

Ignoro la cifra esatta di quanto sia costato realizzarlo, con fondi pubblici.

Ricordo però molto bene, l’enfasi con la quale era stato annunciato, tipica dell’orgoglio politico romano, a fronte di anni di lacune per un luogo attrezzato a questo scopo.

 

 

 

Del tutto inadatte all’ascolto di musica amplificata, le tre sale al coperto si prestano esclusivamente per l’ascolto di musica acustica (a differenza, ad esempio, della sala dell’auditorium di via della conciliazione, dove è possibile godere di un’egregia acustica a prescindere dall’amplificazione degli strumenti).

All’esterno è situata una “cavea”. Una sorta di mini anfiteatro all’aperto in grado di ospitare intorno ai 3500 spettatori.

 

 

 

Il consiglio di amministrazione dell’ente annovera (dati disponibili online dal sito istituzionale Fondazione Musica per Roma)

Consiglio di Amministrazione

Presidente
Gianni Borgna

Vicepresidente
Andrea Mondello

Amministratore delegato

Carlo Fuortes

Consiglieri
Luigi Abete
Bruno Cagli

Antonio Calabrò
Francesco Gaetano Caltagirone
Innocenzo Cipolletta

Giovanni Ferreri
Gianni Letta

Giovanni Malagò
Mario Marazziti

Michele Mirabella
Cesare Romiti
Maurizio Tucci


Collegio dei revisori dei conti

Presidente
Luigi Pezzi

Alessandro Bonura
Demetrio Minuto

La cosa che trovo scandalosa, è l’assurda politica dei prezzi. I biglietti per un concerto di nomi appena di grido si aggirano su cifre che variano dai 60 ai 120 euro.

Non ho idea di cosa costino altrove. Non ho idea di quanto e come vengano ripartiti fra i manager degli artisti e la struttura che li ospita.

Prendo atto invece del come, la fruibilità di questa  struttura, in barba ai proclami populisti che ne hanno preceduto l’inaugurazione, sia sostanzialmente appannaggio di una elitè dotata di congrua capacità di spesa.

La fruizione della cultura è, anzi dovrebbe essere, una sorta di “mission” per chiunque si professi vagamente di sinistra. Il valore pedagogico della stessa, porta con se la possibilità di contrastare il rimbambimento mediatico cui hanno fatto riferimento santoni vari come Umberto Eco, il quale all’indomani di una delle sconfitte elettorali, dando prova del profondo senso di rispetto democratico del gioco elettorale, non mancò di sottolineare l’effetto perverso e annichilente delle coscienze che la tv commerciale ha introdotto nel paese, paventando di espatriare, forse dimentico della propria funzione di intellettuale che invece, attraverso l’agire sulla formulazione dei palinsesti della tv pubblica, e in ultima istanza, dei programmi scolastici, è lecito aspettarsi fornisca un argine a tanta deriva mediatico-rincoglionente.

   

 

Il fatto, in sé, dice poco. Si accetta ormai di tutto con rassegnata compostezza.

Ma il fatto di ricordare sommessamente come stanno le cose, evidentemente, a qualcuno (forse preso più dall’enfasi della sindrome da “fan”, che da una capacità di sostenere un discorso pacato ed appena raziocinante) non fa piacere.

 

Il che finisce con il confermare che se siamo messi come siamo messi, molto lo si deve al sostanziale snobismo delle avanguardie culturali e dei rivoluzionari da salotto cui evidentemente la realtà sta bene cosi.


di cletus1 | 30/07/2008
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