16/06/2006
Rette
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Bisceglie è un'ottima meta. Fantàstico di raggiungerla ed eleggervi il mio nuovo domicilio. Il tribunale ha sancito il mio fallimento l'altro ieri. Mi sento, in modo incommensurabile, felice. A modo mio.
Carla se ne farà una ragione. Basta spese faraoniche al supermarket dell'Ipermercato, giusto fuoriporta. Riscopriremo l'orto. E basta anche le code sulla tangenziale mentre alla radio Shakira ci ammannisce le palle, coi suoi fiati latini e la sua voce stentorea e malinconica, insieme. Baratteremo il pozzetto dei surgelati con un motofalciatore, usato. Cosi come la Suv, e la domestica rumena, che alla fine, potrà dedicarsi ad una famiglia più felice.
Andremo via da questo luogo profumato di cambiali e di tigli, entrambi da onorare. Saremo altri, ecco. Vorrò svegliarmi, su un giaciglio di crine, quattro panni nell'armadio, e scrutare il cielo per stimare quanto sarà dura la terra per la passeggiata con l'erpice di stamattina. Andrò a giornata, se necessario. Sosterò all'ombra degli olmi, mentre il vento complice dell'estate, porterà refrigerio agli effluvi del nero d'avola che berrò volentieri, offertomi dagli altri braccianti. Mi accoglieranno come uno di loro. Senza far tante domande. Accetteranno l'idea che un cittadino abbia potuto fare il percorso al contrario. Redimersi e tornare indietro senza lambire Damasco. Mi lasceranno solo, quando il mio sguardo sarà preda, soprattutto nei primi tempi, degli inevitabili sussulti di malinconia, subito repressi, per le code e i letali e continui cambi di marcia. Mi offriranno, con benevolenza, l'occasione migliore per redimermi da un vivere insulso, dettato da ritmi ai quali ho finito per soggiacere, pur non condividendoli mai del tutto. Riscoprirò il piacere di dare un'altra scansione al concetto di tempo. E tu mi accoglierai, a sera, fra le tue gambe con una smorfia che somiglierà via via ad un sorriso, finalmente libera dal sospetto che si tratti di una sorta di atto dovuto. Riscopriremo, insieme, il piacere di amarci, di guardarci negli occhi, e volendo del non doverci dire una parola, quando, a sera, entrambi esausti, in luogo della tivu, staremo sotto il portico, d'estate, circondati solo dal musicale trillare dei grilli, mentre l'odore delle tue crostate si diffonderà nell'aria ferma del vespro. Avremo tempo per i nostri figli, se ne vorremo. Nessun affanno a pagare rette e mense e pacchi di pannolini in offerta. Staremo bene, amore mio, lontani da tutto ciò, lontani da un'immagine di noi, alla quale, col tempo, abbiamo finito di voler dar credito, senza esserne del tutto convinti. Quel malessere, intuito dietro ai nostri silenzi, alle nostri frasi fatte di rito, sarà fugato. Altre tensioni, gli umori, gli odori della terra e del fieno, e delle bestie nella stalla, a dirci del tempo che abbiam perso, prigionieri in altri ruoli. Che non volevamo. Le rate, e gli estratti conto, e gli accrediti e i bonifici che non arrivano. Daremo alla parola bonifico il suo senso originario, lavorando duro, e rendendo fertile ciò che rimane di noi stessi. Che è tanto. Come due tracce di aratro, parallele, io e te, senza incontrarci mai veramente. Complici, si, vicini quanto occorre, ma mai e poi mai e poi mai sovrapponibili, tesoro mio. Io e te, novelli Adamo ed Eva, di un altro, altrettanto clamoroso, paradiso terrestre. Il nostro. |







