03/11/2007
Seratina sovietica al Procasma

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Steve Bishop non ha origini umane.
Dico questo non tanto in forza della considerazione che indossa cravatte confezionate ad hoc, immagino da plutoniani che hanno conseguito un diploma in sartoria con dei corsi Radioelettra arrivati chissà come fin lassù, no, Lo dico con piena consapevolezza subito dopo aver ricevuto un invito, stavolta in una busta chiusa, che ho rinvenuto nella mia cassetta postale e sulla quale c’era scritto, con una grafia da est europea, minuta e traballante “A Cletus. S.P.M.”
Ho perso qualche ora di sonno per cercare di interpretare quelle tre lettere appuntate. S.P.M., che diavolo mai avrà voluto dirmi ? Cosi ho telefonato a mio fratello.
Mio fratello ha una laurea, e frequenta gente della aristocrazia nera romana. Chi meglio di lui ? mi son detto. Ma mio fratello non rispondeva.
Cosi, non mi è rimasto altro, insonne, verso le quattro del mattino, dirigermi davanti al fedele PC, accenderlo e interrogare Google, su cosa cazzo fosse sto SPM.
Dopo numerosi link sono arrivato. Sue Proprie Mani, recita un sito di bon ton che, a giudicare da ciò che vedo in giro, non credo sia cosi cliccato. Tuttavia (adoro sempre quest’interiezione), non mi sono perso d’animo, ho rimboccato il plaid vinto facendo il pieno alla Shell ben bene e ho preso sonno. Ho dormito fino alle 19 del giorno dopo, cosi, perché il tempo non è un granchè, ho fatto ponte, e ho il frigo vuoto.
Alle 20 e zero otto, Lampedusa cinquantanove, spaccando il secondo come nemmeno il cronometro di Tod, è davanti al portone. Stavolta, confortato dalla dicitura, in un font grande quanto le clausole accessorie di una polizza assicurativa per talpe, che recitava…”non è indispensabile l’abito formale”, sono uscito con jeans, t-shirt e giubbotto di pelle bianco. La corsa in taxi si è rivelata meno assurda del previsto. L’autista, un cingalese che parlava cosi bene l’italiano da battere gente che sta a Palazzo Chigi, ha sciorinato tutto il tempo tesi su Alan Watt, e su quella, a suo dire, superbia per aver surrettiziamente importato lo Zen anche a queste latitudini.
Ho confutato debolmente, apprezzando invece Sinatra che cantava, di sottofondo, credo dalla radio, Fly me to the moon .
Mi faccio lasciare giusto davanti all’ingresso. I consueti salamelecchi da parte del buttafuori, impeccabile, che con voce hepburniana mi chiede se ho poi avuto modo di vedere il dvd della sua beniamina che mi regalato.
Non ancora dico per scusarmi, allungandogli cinque euro perché poi è stato gentile e mi ha anche aperto la portiera e protetto con un ombrello di quelli che ti regalano se fai la spesa da qualche parte.
Entro nella sala…Bishop mi viene incontro… Ah, ci contavo, stasera non potevi mancare, caro amico mio Cletus !
No, lo sai che vengo volentieri a trovarti. Dico cercando di distogliere lo sguardo dal futurismo dei colori della cravatta, che esplode, insieme con lui, dal doppio petto bianco d’ordinanza nel quale è racchiuso il suo metro e sessanta. Una storia triste su di un trapezista albino, mi viene in mente di scrivere, guardandolo, ma poi ci pensano le tette di Odilia Prandizzi (la ex porno diva ora a capo di una ONLUS per la salvaguardia dei pinguini, orfani, dell’Antartide). Cletus, come stai ? Vieni che ti presento degli amici speciali.
Un omone alto due metri mi stringe la mano a farmi male. Non parla italiano ma capisco che vuole dirmi grazie, anche se non so ancora bene per cosa. Una ex pin up, che fuma una sigaretta al mentolo da un bocchino lungo almeno una metrata. Guanti bianchi quasi all’ascella. Ho idea che ad insistere troppo con lo sguardo si possa incrinare, come una di quelle delicate porcellane cinesi, d’epoca ming.
L’aria e’ densa di incenso. Mi provoca ebrezza, riecheggiano infanzie in oratorio. Tolgo anche questi pensieri di mente, mentre Furia Tromberry mi presenta alla porcellana di prima…E’ la nostra nuova cartomante, non somiglia a Crudelia De Mont ? sto per dirle, si soprattutto per le calze che sono dalmata, e che coprono caritatevolmente, due stecchini che non faccio fatica a credere, al tempo loro, avranno fatto girare più di qualche uomo.
Mi ritrovo un flut in mano, che già la sala pullula di persone. Tutti prendono posto…la musica sfuma e Bishop, accompagnato da Furia Tromberry (ormai assurta ad interim anche alla carica di traduttrice istantanea ufficiale, mantenendo il dicastero delle pubbliche relazioni, e penso che sia lei l’ispiratrice di quel SPM che m’ha tolto il sonno).
Signori, un colpo a sorpresa…vedete quelle gabbie laggiù ? Mi giro verso il fondo della sala, oltre al pitone di sedici metri che riposa in una teca di plexiglass, vedo dei cani compostissimi, come ammaestrati…
Signori, abbiamo con noi il figlio dell’accalappiacani moscovita che ha prelevato la famosa cagnetta LAIKA da un violetto dietro il Cremino, per condurla nel cosmodromo di Baikonur, da dove poi è stato lanciata a bordo dello Sputnik. Oggi cade il cinquantesimo compleanno di quel lancio e ci teniamo ad avere qui con noi un testimone importate di quest’evento.
Mentre mi chiedo insistentemente di quanto sia in rosso, in banca, Bishop per scendere a simili bassezze, l’omone di prima sale sul palco. Furia inizia a tradurre….
Grazie, grazie, è per me un onore esser qui stasera, come una celebrità (fatale, penso, che abbia scambiato il Procasma, per la succursale dell’Olimpià di Parigi).
E giu’ applausi, mai cosi poco convinti.
Signor Gorky, suo padre è in qualche modo entrato nella storia anche lui. Vuol dirci che uomo era ?.
Ah, mio padre amava molto gli animali. Gli ha dedicato la vita. Per lui, il mestiere di accalappiacani era una ragione di vita. Nikita Kruscev una volta gli strinse la mano.”Bravo compagno canile” gli disse. Mio padre trattenne la commozione, non riuscendo a capire bene se si trattasse di un complimento, una promozione, o di niente di entrambe le cose. Sia come sia, mio padre raccontava spesso di Laika, ci si era affezionato. Oggi non saremmo arrivati alla Stazione spaziale se non ci fosse stata Laika.
Ci parli di lei, lo incalza Furia.
Oh, mio padre non sapeva farsene una ragione, O meglio: comprendeva che per ragioni di partito dovesse attenersi alla disposizione…”una cagnetta randagia, mi raccomando, ma che stia bene in salute”. Che lo fosse, mio padre non lo ha mai dubitato. Chissà, forse prevedendo con un qualche sesto senso che questi animali randagi sembrano avere, mi raccontava che la sua cattura si rivelò meno facile del previsto. Lo fece correre, a venti sottozero, per una buona mezzora, per i vicoli ghiacciati intorno alla Piazza Rossa, la beccarono proprio davanti all’ingresso del mausoleo di Lenin, come se subdorasse che era per la patria che dovesse immolarsi.
Suo padre, quando apprese che la cagnetta mori, ancora oggi non si sa esattamente bene a causa di cosa, le disse niente ?
Ah, io ero molto piccolo. Ricordo solo che lo vidi piangere, con la Isvetia in mano, per la sorte di quella povera bestiola. “Ah Laika, Laika, potrai mai perdonarmi ?” diceva, fra un bicchiere di vodka e l’altro. Da allora non si è più ripreso. Credetemi, davvero una storia commovente.
Furia Tromberry ha la voce spezzata. Non l’ho mai vista cosi, e anche in sala qualche signora trattiene a stento le lacrime. Chi sono quei cani ? chiede per rompere la situazione…
Ah, quelli sono dei discendenti di Laika, dice l’omone.
Cosa ci dobbiamo fare ?
Sono in offerta qui, all’asta., per aiutare alcuni canili moscoviti. Una sorta di souvenir viventi.
Penso che Bishop stia davvero tirando troppo la corda…se la cosa si viene a sapere alla ASL stavolta lo fanno chiudere per un biennio…altro che pochi mesi, come l’ultima volta.
Beh…adesso facciamo una pausa, Signore e Signori, Odilia girera’ fra di voi, con un cesto in mano nel quale saremmo lieti depositaste le vostre generose offerte per portarvi a casa un pezzo di storia dell’astronautica…Pensate discendenti di Laika certificate…vero ?(e giù un paio di colpetti di tosse rivolte al figlio dell’accalappiacani moscovita, che di colpo capisce annuendo esageratamente).
Mi rivolto indietro. La donna con le calze dalmata, senza sfilarsi i guanti, sta smazzando dei tarocchi davanti ad un pugno di post ma molto posttelegrafonici.. Tempi duri, dice e scoppia a ridere come a sminuire la premonizione. Uno dei due dice all’altro…”ma l’hai finito da pagà er mutuo ?” E la megera, pronta, “ma che ha finito, questo se li porta sottoterra li buffi”…e giu’ a ridere in un modo sguaiato, inappropriato per la sua algida figura. Avanti un altro, avanti un altro.
Dallo schermo gigante posto dietro al palco scorrono le immagini, seppiate, di Yuri Gagarin che saluta lo stato maggiore mentre sale le scalette che lo porteranno nella capsula. L’audio e’ gracchiante, cosi dal banco del DJ del Procasma, sul quale varrà la pena soffermarsi in futuro, parte una versione mixata del coro dell’Armata Rossa, eseguita dai Leningrad Cowboys, un’accolita di ex tassisti moscoviti dal possente gusto musicale (inarrivabile una loro versione di You Can’t Always Get What You Want dei mitici Stones).
Mi avvicino alla teca del serpente. Lo vedo dormire il sonno dei giusti. E provo invidia, per lui, a fronte dei miei risvegli rancorosi. Ma je l’hai portato er criceto surgelato ? chiede una ragazza tinta nera al suo uomo, un punk cosi pieno di percing da poter esser scambiato, al buio, per la balaustra di Ponte Milvio, quella tempestata di lucchetti. Ma de che ? Che nun lo vedi che sta a dormì ? Ih, e mò ? Mò sti cazzi, intanto l’hai scongelato er criceto, buttaglielo dentro, se lo mangerà quando se sveja….
Si, a primavera, ce lo sai che puzza ?
Perché st’incenso è mejo ?
C’hai raggione, gli dice, dopo aver sniffato su per l’aria come neanche riccioli d’oro quando doveva far finta di commuoversi.
Esco, vagamente nauseato dalla serata. All’uscita prendo il primo taxi.
Stavolta solo.
Un autista erudito mi parla per tutto il tempo de La strada di McCarthy….
Arrivati alla fine della corsa, mentre gli dico di tenere il resto, mi guarda e mi chiede: ma lei lo apre mai almeno un libro all’anno ? Dottò ? |
10/10/2007
Polvere di luna, al Procasma
30/07/2007
Il grande ritorno del PROCASMA

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Avevo giusto aperto gli occhi dopo una notte burrascosa quando ho sentito squillare il telefono. Ehi, Steve…quanto tempo… La manco, rovesciando la tazzina del caffè giusto su un'offerta per un depilatore femminile, ad prezzo, definito dall'estensore della pubblicità, "senza precedenti". Steve, ora tu puoi dire di AVERE DEI PRECEDENTI, capisci ? Comprendo il senso di quel "dentro" dopo qualcosa come tre decimi di secondo: Steve è stato un po’ fuori dal giro per via di certe controversie col condominio sotto il quale è piazzato il suo Procasma e anche a causa della presenza di sostanze alcaloidi rinvenute nel locale stesso… Ok, ci sarò. La sera dopo, noleggio un thight nero e a bordo del taxi Modena 4 guidato da un rasta da solo un mese in città (ma con un navigatore parlante in jamaicano) raggiungo l'ingresso del Procasma, sulla Tuscolana. Tenga, signor Cletus… Effluvi di marijuana, misti con Chanel andato a male fanno da tappeto olfattivo, non appena scese le scale. Ci sono tutti. I barman, con i farfallini neri e le camicie inamidate, le signore in decoltè ed espadrillas (almeno, le più eccentriche). Un manipolo di dopolavoristi dell'ATAC, all'interno dei quali riconosco diversi componenti dei simil TOTO, di qualche concerto fa. Odilia Prandizzi, la pornodiva, ora in pensione, dedita ad una propria ONLUS per la salvaguardia dei pinguini (inutile precisare: solo quelli orfani…che poi non ho mai ben capito come…), mi viene incontro, radiosa, ma con un braccio legato al collo da un foulard di quelli che ti regalano se compri certe uova di pasqua. Cletus…quanto tempo, e mi stringe il suo seno generoso addosso, impregnandomi di pachouli e fiondandomi, all'istante, nella mia adolescenza, quando di tale essenza si impregnavano liceali svagate con le quali mi accompagnavo. Alla fine arriva Steve, nell'immancabile doppio petto bianco che contribuisce, se possibile, a dare un senso definitivo alla sua statura (come noto, Bishop vanta 1,39 senza tacchi). I gemelli e la cravatta sono terrificanti, come si conviene, già sospettato altre volte che se le faccia confezionare, ad hoc, dalle parti di Urano, tanta la dissonanza con il bianco immacolato del completo. Ok, cominciamo, dice Steve, microfono in mano, dal palco. Il Signor Van Larson [per chi non lo ricorda, trattasi di abituè del Procasma, ex wrestler, ora mite conduttore di una tappezzeria sulla Anagnina, alcolizzato però. ndr] è pregato di non molestare le hostess, grazie. Van Larson, per nulla sopreso dalla vergogna, dall'alto dei suoi sei sette drink già ingurgidatii sorride come può farlo un giapponese davanti al colosseo, aggiungendo un rapido cenno del braccio come a ringraziare per l'attenzione, verso il palco. Le hostess (un qualcosa a metà fra le Supremes, e un gruppo di shampiste dei Castelli) si dileguano come la brina notturna sotto i colpi di un tergicristallo, non appena in auto, al mattino. Bene, stasera abbiamo la creme de la creme della poesia underground di questa città, allieteranno i versi un gruppo di sciamannati che ho conosciuto nel recente soggiorno al collegio (ed indica un gruppo di personcine per bene sistemate, ognuna, dietro al rispettivo strumento). Cominciamo allora, e ricordatevi Procasma è Poesia, dice attendendo l'applauso, che arriva, puntuale, non appena la stragrande maggioranza dei presenti comprende che si trattava di una presentazione. Vorrei invitare sul Palco il primo dei nostri poeti. Gualtiero Uffizi, meglio noto come Cantarella. Ma non voglio dire altro, a presentarlo bastano i suoi versi. Sale sul palco un uomo mesto. Avrà una cinquantina d'anni. Vestito con roba che non ti meraviglieresti di trovare sui cataloghi, se esistono ancora, di Postal Market. Fuoco. SILENZIO. L'orchestrina, ubbidendo ad un cenno di Steve, esegue lo stacco (che dovrebbe essere l'aria di uno spot Vodafone di qualche anno fa). Seguono gli applausi sollecitati da una scritta sul display dietro al palco che dice, appunto, APPLAUSI. Il tipo ringrazia, ripiega i suoi versi e si defila. Entra Steve che annuncia la seconda ospite. Una donna, di corporatura importante, vestita come una vestale greca. La presenta, con amorevole simpatia. Grassie, dice la donna. Prende il microfono in mano, guarda con aria complice l'orchestrina che parte con un sottofondo molto soft di musica fusion. COVONI, si sente ? Festival di sole e di paglia. La sala è ferma in un silenzio terreo. L'orchestrina esegue lo stacco di prima con l'evidente scopo di sottolineare, ai meno attenti, che la poesia è finita. Forse è il caso di fare una pausa per un drink ?! I ragazzi della banda ci terranno compagnia con un set di pezzi dei favolosi anni '80, cominciamo con Stevie Wonder…chi non ricorda…I just call…? Tutti si alzano, e assaltano i banchetti del catering. (segue…forse).
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31/12/2006
San Silvestro al Procasma
02/07/2006
Procasma on the beach
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Steve Bishop in costume da bagno è un qualcosa che non si può vedere. Già detto che la sua altezza gli comporta l'esser scambiato per un cassonetto dell'immondizia, con il coperchio abbassato, la esalta ancora di più un costume a metà fra la tenuta da corsa di Dorando Petri e una misee da acrobata, in microfibra, d'accordo, ma decisamente "off" per via del tappeto di peli che corona il petto lasciato scoperto da delle spalline leopardate.
Nonostante questo, il suo benvenuto è, al solito, caloroso. "Vecchia merda, ce l'hai fatta a venire, temevo fossi allergico al sole" mi dice facendo riferimento al colorito della mia carnagione. Sorrido, cavandomela con un "Non sopporto i lettini solari, Steve". Fai bene, risponde, ho letto da qualche parte che non sono il massimo per la salute. No, infatti. Vieni ti porto a fare un giro nello stabilimento, mì è costata una fortuna rilevare la gestione, ma credimi, ne valeva la pena, guarda. E mi indica, dopo aver percorso un breve vialetto con un acciottolato di porfido e circondato da una sequenza di pitosfori e magnolie, uno spiazzo piastrellato con maxi mattonelle in gres porcellanato chiaro, nel mezzo del quale campeggia una piscina baciata dal sole.
Riconosco molte delle facce degli habituè del locale sulla Tuscolana. C'è il buttafuori, nella stessa tenuta di Bishop, che si è riciclato come cameriere e fa avanti e dietro fra il bar e gruppi di sedie a sdraio, sulle quali poggiano le loro dolci estremità alcuni esemplari femminili che devo aver già notato durante l'inverno. In codesta versione, sono poche quelle che stanno meglio. Gli uomini, divisi fra il banco del Bar Polinesiano (intravedo lo stesso bungalow, anche più giù, sull'arenile) discettano, manco a dirlo, dei mondiali giocando ad indovinare la migliore formazione per battere la Germania, e dello sciopero dei taxi.
Odelia Prandizzi, avvolta in un pareo che non manca di esaltare le sue forme generose, mi getta le braccia al collo, proponendomi un passaggio nella sua cabina. Più tardi, in caso, replico per non sembrar scortese. Sono ancora vestito e tutta questa nudità mi mette a disagio. Ho bisogno di spogliarmi anch'io. Mi danno le chiavi di una cabina, nella quale non trovo di meglio che farmi una doccia (la temperatura è notevole) e spararmi un drink con succo di pompelmo e martini extradry, cosi, perché magari mi annoio.
Prendo su dalla borsa il libro che sto tentando di finire, I giardini di Kensington, di Rodrigo Fresàn, e mi avvio sulla spiaggia. Mentre percorro i pochi metri che mi separano, fra vialetti ai cui lati camminano delle aiuole fiorite, dagli altoparlanti, ben mimetizzati fra le piante, mandano Scandalo al sole di Percy Faith. Considero che forse è la cornice sonora più adeguata.
Una rumena con pochissimi denti rimasti mi accoglie con un sorriso, evidentemente incurante del risultato. Apprezzo il gesto, in ognicaso, e mi accomodo sul lettino che mi apre con fare calmo e deciso. Non manco d'osservare che è tatuata come la prima pagina del Times. Ha dei versi di Prevert, incisi sui bicipiti, che mi colpiscono.
Li fuole anche lei, zignore ? Cosa ? I tatuaggi co verzi ti poeti importanti E dove ? Sotto omprellone ciallo, c'è uomo con macchinetta. E ha anche dei libri ?
La rumena mi guarda interrogativa, non ha capito o fa finta o ancora pensa che mi stia divertendo (e fa bene). Tu puoi tatuare quello che vuoi, lui è bravo a mia amica ha tatuato una tigre che mangia un serpente. Sto per chiederle se poi l'ha digerito ma mi trattengo. Grazie, terrò a mente e le porgo una piccola mancia.
Mi immergo nella lettura del libro di Fresàn, mentre la spiaggia inizia a popolarsi. Accanto a me si siede una coppia, sulla trentina. Lei, una moretta con in topless e un perizoma interdentale, che andrebbe anche bene se non si trattasse della sorella, più piccola, dell'omino della Michelin. Lui, pluritatuato con delle iconografie del seicento, avanti cristo però: si capisce un cazzo, carosello di macchie di colore su pochi tratti di pelle rimasti liberi, abbronzati per conto loro.
Iniziano a parlare di minirate per dei divani che capto di malavoglia sembrano esser già stati sottoposti alle cure di Van Larson (ex wrestler ora mite conduttore di una tappezzeria sull'anagnina).
Leggo qualche capitolo poi si avvicina una maitresse con un pareo tutto leopardato : Cletus, mi ha detto Steve che devo farle le carte.
Ora, non ho nulla contro le previsioni, ne contro le maitresse, ne contro il Procasma on the beach. Cosi, per non fare la figura del solito orso, aderisco alla richiesta e le faccio spazio sul tavolinetto sotto l'ombrellone. La drag-queen si accomoda emanando effluvi di deodorante di pessima marca. Inizia a smazzare con piglio professionale. Mi chiede di alzare il mazzo poi da avvio alla lettura dei tarocchi. Non so perché ho accettato, ho superato la fase ansioso-depressiva, volendomi dire affrancato da quest'affanno della previsione, distillato da oroscopi, letture di fondi di caffè, linee della mano. Ho mantenuto come piccola, irrinunciabile, superstizione l'atto di toccarmi le palle all'incrocio, in auto, con auto condotte da suore, e un piccolo sassolino acquistato in un negozio eco-solidale che prometteva "serenità in amore".
La signora mi snocciola la sua sequenza di frasi fatte, che ormai ho imparato a memoria, sull'appeso, la ruota della fortuna e il matto. Nell'ordine cosi descritto, come sbagliarsi ? "sei appena uscito da un periodo negativo, che forse si protrarrà ancora per un po, ma la ruota della fortuna sta per girare a tuo favore, e devi cercare la felicità nella pazzia".
Su quest'ultima esortazione mi soffermo. In questo paese dovremmo battere gli Stati Uniti, non tanto con un rigore all'ultimo minuto, e nemmeno perché privi, al contrario di loro, del diritto ad esser felici sancito dalla carta costituzionale.
Sono trentacinque euro, mi dice con un sorriso la maitresse. Tenga il resto, gli dico dandogli due banconote da venti.
Venti da nord-nord est, recita la voce dello speaker dagli altoparlanti della spiaggia. Chiudo il libro, tiro giù la spalliera del lettino e mi addormento all'ombra di un palmizio sintetico. Made in Togo, c'è scritto sull'etichetta dimenticata legata intorno al tronco.
Buffo, fino ad un mese fa, scommetto che erano in molti a pensare che si trattasse solo di una famosa marca di biscotti.
Mi addormento e sogno l'Africa. |
04/06/2006
Men in black (Procasma 5)
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Al Procasma amano le serate a tema. Non ancora spenta l'eco della serata Troy, ispirata all'omonimo colossal, da poco passato nelle sale, quell'animatore da villaggio vacanze con la verve di un necroforo, che è Steve Bishop ne ha inventata un'altra delle sue per fare un po di botteghino…. Cosi, puntuale come una cambiale svizzera, arriva il taxi, Honolulu ventuno, condotto da un rasta che a giudicare dalla guida, sembra aver sostenuto gli esami di abilitazione presso la un cinodromo, e con un istruttore alcolizzato. Riusciamo comunque a guadagnare l'ingresso del Procasma, incolumi, entrambi. L'orangutango effemminato che fa l'addetto alla sicurezza mi riconosce e cinguettando, al solito, come la Hepburn mi copre di complimenti per la tenuta…. Vista la serata a tema, da Ermete, che per un certo periodo ha guadagnato la minestrina serale come figurante a Cinecittà, mi sono fatto indicare la bottega di un suo amico che noleggia, di straforo, gli abiti di scena. In tight sto da Dio, se non fosse per l'incapacità di realizzare miracoli. Sebbene l'esser arrivato incolume dopo il tragitto in taxi, sembrerebbe confutarlo. Scendo nel locale e una vertigine di profumi e vapori di zampironi prendono in ostaggio ciò che rimane delle mie narici. "Sai, le zanzare…" mi dice Bishop a bordo della sua cravatta made in Plutone. "Beh è il caldo…." Dico, tanto per assecondarlo… "Vieni che ti presento a Miriam, vieni" mi dice sorridendo subdolamente. Bishop ha questa capacità, quella di mettere in allarme anche un pugile fresco di allenamenti…Si fa strada fra una moltitudine di persone, molte delle quali le conosco già, essendo degli habituè del locale. Miriam è una femmina di caimano. Fa bella mostra di se, ai bordi di una vasca di plexiglass spesso venti millimetri, che lo staff del Procasma ha montato giusto difronte alla grande sala, vicino al banco del catering. Impossibile non guardarla, mentre signore scollate ed altri uomini in tight gli lanciano tartine con aringhe affumicate, evidentemente giudicate non freschissime. Ti piace, eh ? mi chiede Bishop picchiettando con l'indice la lastra. Miriam si volta, come ad un richiamo e spalanca, al nostro indirizzo, la bocca mettendo in mostra la dentatura degna di una motosega Husquarna. Molto bella, davvero. Dico impressionato dalla visione. Mi è costata una fortuna, ma ne valeva la pena, credimi. Si, certo. Le casse dell'impianto stereo del locale emettono vecchi motivi fusion e Rhitm&Blues, rigorosamente d'annata. L'atmosfera è calda, palpitante. Mi lascio contaggiare da un'euforia immotivata e accendo una camel senza filtro dopo l'altra. Due fidanzati, d'annata anche loro, stanno discutendo, percepisco involontariamente, della fine del loro stare insieme. Non possiamo continuare cosi, te ne rendi conto anche tu. Dice la donna, con minigonna con spacco e calze a rete a maglie larghe. Me ne rendo conto, dice lui, senza fare una piega. Il farfallino nero, su camicia bianca, è inamidato come un bronzo di Manzù. E poi, guarda, adesso è da un po che esco con Luca. Ed io con Letizia, dice lui senza alcuna enfasi. SILENZIO Potremmo uscire in quattro, che ne pensi ? Non sarebbe una cattiva idea. No, in effetti. In effetti, no. Altro champagne ? Si, caro, adoro le bollicine. E gettandogli le braccia al collo, lo bacia teneramente, lasciandogli, indelebili, delle macchie di rossetto sul colletto, ritorto, della camicia. Nauseato da questo happy ending, rimiro Odelia Prandizzi, pornodiva in pensione e responsabile di una Onlus per la salvaguardia dei pinguini (ma solo quelli dell'Antartide ed orfani, precisa), che spiega ad un neozelandese, capitato chissà come sulla Tuscolana, come prendere il raccordo anulare, all'uscita del locale. Van Larson, invece, mi vede e mi offre da bere. Come cazzo mi hai ridotto la Taunus…ma dove ci sei stato ? Perché ? Ho trovato il bagagliaio sporco di escrementi di rettile. Ah, dico, dev'esser stato lo scherzo che mi hanno tirato alla beauty-farm, quando m'hanno infilato un boa di sedici metri nel cofano. E che fine ha fatto adesso ? Il boa ? Si E' allo zoo. Lo hai donato ? Si. Hai fatto bene, costa mantenere una roba cosi. Sedici metri hai detto ? Si, più o meno. Beh, dovresti avere un allevamento di criceti per sfamare una bestia cosi. No, mi basta un pavone ed un orangutango. Dico. Vero. Come sta Ermete, ha fatto pace con la moglie ? No, non ancora, stanno con gli avvocati. Ma la moglie è tua sorella ? Si. Ecco. Beviamoci sta roba, va. Si. Steve Bishop spegne le luci…un rullo di batteria, proveniente da dietro il sipario, sul palco annuncia l'evento clou della serata. Signore e Signori…dice Bishop in doppio petto bianco e cravatta stampata sul lato nascosto della luna…(e al buio, si sa, vengono bene solo altre cose…), abbiamo il piacere di avere con noi un gruppo che ha fatto la storia della musica, che ha costituito una pietra miliare nel panorama musicale internazionale. Ecco a voi, direttamente da Los Angeles, i mitici, gli insuperabili, gli inimitabili Totoooooo. E giù applausi e gridolini d'eccitazione delle signore in decoltè. Sul palco, armati dai rispettivi strumenti, salgono un gruppo di dopolavoristi della Garbatella. Toto Abbiati, impiegato dell'Atac, alla batteria, Toto Franzotti, idraulico, al sax tenore, Toto Lancellotti, tornitore, alla chitarra elettrica, Toto Calcio, cocainomane, ma in fase di disintossicazione, alle tastiere e infine il cantante, che somiglia al vero, Steve Lukather, Toto Anfiossi, nullafacente di Tormarancia. La band esegue, in sequenza gli hit che l'hanno resa famosa…da Africa (che Miriam, la caimano, dimostra di gradire, tenendo il tempo con ritmiche bordate di coda contro le spesse lastre della gabbia), a Rosanna e alla mitica Hold the line. I soffitti in cartongesso del Procasma sembrano sul punto di venire giù. A seguito delle lamentele del condominio in cui è situato, hanno provveduto ad insonorizzarlo ma l'amplificazione è notevole. La band se la cava egregiamente e più di qualcuno cade nell'equivoco, credendo davvero che la mitica band dei fratelli Porcaro, calchi il palco del Procasma. Compiaciuto, e con le sonorità di Africa ancora nelle orecchie, prendo sottobraccio Odelia Prandizzi e mi dirigo verso l'uscita. Quant'è che manchi da Mogadiscio ? mi chiede, languida. Quarantasei anni, le rispondo con un sorriso. Poi il taxi, con le nostre nostalgie a bordo, si lascia inghiottire dalla notte della città. |
01/05/2006
Backhome, Procasma
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A Steve Bishop era scappata qualche lacrima, sicuramente. Al momento del commiato, usando la sua cravatta siderale a mo di kleenex, mi saluta stringendo, forte, la mano. Mi raccomando, non sparire adesso, eh ? No, tranquillo. Dico proprio mentre si svegliano, simmultaneamente, tutti i duecentoquarantatre cavalli della Taunus di Van Larson, rivendicando biada. Ho fatto il pieno all'andata per un importo vicino ad una rata di mutuo.
Lascio il Procasma beauty farm, attraverso il paese e imbocco l'autostrada. Il bello di questi soggiorni, ho capito, è che poi, quando finiscono, ti lasciano con una sensazione di benessere, che ti viene da augurarti che perduri, anche al rientro, o almeno. Mentre sto per prendere una curva, alla fine di una lunga discesa, dopo aver superato una moltitudine di TIR carichi di maiali grugnanti, mi ritrovo in qualcosa di simile all'aurora boreale (lato giorno). Un autovelox spazio-temporale, me l'avevano detto, al Procasma, "…attento, in autostrada…", ma non gli avevo dato peso più di tanto. Tutto, dal metallo della Taunus, al pellame sintetico dei sedili, fino all'ultimo dei bulloni del motore, io stesso, regrediti alla materia prima da cui siamo stati estratti, nei pressi del BIG-BANG. La nascita degli elementi, in altre parole. Qualcosa di cosi primordiale ed antico che all'epoca, se già c'era, Mendelson doveva ancora stare giocando con il Lego, altro che con l'omonima tavola.
Un poliziotto della stradale si avvicina facendo cenno di abbassare il finestrino. Abbasso lo stereo con l'ultimo dei DeepPurple a palla. La cosa un tantino terrificante è che, ad ogni batter di ciglio, la sua divisa si trasforma, ora in un camice asettico da sala operatoria, ora da giocatore di baseball (come, qualche volta, ho visto sulla CNN, in albergo), nemmeno fossimo dietro le quinte di un set cinematografico.
Le sembra questo il modo di correre ? mi dice in controluce, mentre le cellule fotoelettriche e tutto il capitolo della genesi si sta svolgendo alle sue spalle.
E' una Taunus del '62 dico come per giustificarmi, confidando sulla sua comprensione. E con questo ? Favorisca i documenti ! Certo. E mentre cerco in modo spasmodico il portafoglio mi viene in mente che la tipa alla reception, al mio ritorno dal garage, non mi ha restituito la patente. Lo sentivo che era una stronza…quella sua domanda sul boa, poi… Lei ha un boa con se ? Leggo il labiale dell'agente…ma ancora non sono certo se sia la mia suggestione… Apra il cofano, perfavore. Ma certo, e scendo dalla Taunus mentre, intorno, si gira l'esplosione, simulata, del Pianeta delle dodici scimmie…una meraviglia. Fra un fuoco di scena (come quelli d'artificio, solo…un po più innocui) e un boato simulato (fa solo rumore…e la scritta dei fuochi, nel cielo reso nero dal fumo, fa BANG, come in un fumetto), apro sto cazzo di cofano e cosa trovo dentro ? Una teca in plexiglas con un boa di sedici metri tutto avvolto e dormiente. E' in letargo ? mi chiede l'agente. Credo di si…dico tanto per soffocare il mio senso di sorpresa…(chi diavolo può avercelo messo ?). Va bene, è a posto con le vaccinazioni, si ? Tutto in regola, agente. Bene, può andare, ma vada più piano…stanno girando un film qui intorno. Me ne sono accorto, una buonagiornata, agente. Vada, vada…
Chiudo lo sportello…schiaccio il bottone PLAY dell'autoradio. I Deep Purple continuano ad imbottire col loro sound l'abitacolo. Fa caldo, adesso. Fra due ore, salvo code sul raccordo, sarò a casa. Finalmente. |
21/03/2006
Procasma beautyfarm (2)
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Io non sono tenuto a dover sopportare le tue angherie. Angherie ? Si Chiederti di portarmi la colazione in camera me la chiami angheria ? No, ma… Ma un cazzo, t'ho detto portamela a basta.
La gente si odia…capto questo spezzone di conversazione mentre mi sto recando, vestito di tutto punto, al gym.center del Procasma bautyfarm. Non ricordo da quale camera provenisse (sul corridoio se ne affacciano diverse), quello che però ricordo, e molto bene, è il rumore di un vassoio d'acciaio, corredato da da quello della porcellana delle tazzine, che si infrange da qualche parte, nella stanza, all'indirizzo di uno dei due autori del dialogo di cui sopra.
Entro nella palestra che c'è già un sacco di gente. C'è una ottuagenaria ossigenata con un fuseaux lillà e dei bicipiti esibiti che rimandano a quegli insaccati, flaccidi, che si potrebbero trovare, in calabria, appesi sul banco di un norcino. Ha una canottierina attillata che lascia trasparire il seno avvizzito, e con la scritta, in paillettes, dal tono involontariamente comico: FOR EVER YOUNG.
Attendo pazientemente il mio turno alla cyclette, mentre indosso gli auricolari del lettore mp3, con i primi tre brani di Hot rats. Quando sta per iniziare Soon of Mr.Green, si libera una postazione. Prendo posto, azzero il cronometro e comincio a pedalare, con il ritmo sincopato di Zappa nelle orecchie. Pedalo per 30 minuti spaccati. Mentre pedalavo intorno a me un campionario eterogeneo di personaggi. Le palestre meriterebbero degli studi antropologici approfonditi. Se non altro per la fauna umana che le abita. Ragionieri con cardiofrequenzimetro incorporato nelle tute. Graziose fanciulle con fasce parasudore variopinte e occhi azzurri, avanzi di galera con pettorali siliconati e donne che passano troppe ore della loro esistenza sedute, a giudicare dal tono dei glutei. Un ruscello solca il pavimento della palestra contribuendo, con il suo allegro scroscio, a silenziare i respiri ritmati di quelli che ci credono, ossia di una buona parte degli avventori.
Esco, vagamente barcollante, ma soddisfatto. Non ho idea delle calorie che ho bruciato sebbene distinguo davanti ai miei occhi un'avvenente trainer che mi magnifica l'attività fisica, enucleandomi cifre e formule che non comprendo. Faccio di si col la testa e sorrido, guadagnadomi la sua condiscendenza a lasciarmi andare. E' il turno della piscina. In piscina, aveva ragione Bishop, ci sono 38 gradi. Il guaio è che è all'aperto e fuori la temperatura è di appena qualche grado sopra lo zero. Resto cosi un bel po, mentre un signore che somiglia molto a Groucho Marx, ma senza sigaro, snocciola trend borsistici e plusvalenze come giaculatorie in una chiesa di campagna, al vespro. La donna che gli è vicina asserisce con rapidi cenni del capo. La cosa sembra incoraggiarlo, cosi continua e io mi allontano. Dei bambini, impavidi, escono dalla vasca riscaldata per tuffarsi in una piscina attigua, non riscaldata. Dalle urla, concitate, capisco che non devono aver preso bene la sorpresa di aver trovato diversa la temperatura. Il coro apprensivo delle mamme fa da colonna sonora al loro immediato (e festoso) rientro in quella riscaldata. Esco veramente rinfrancato, cercando di ritornare in camera. Stavolta, passando dalla camera dalla quale provenivano quelle pacate nozioni circa l'educazione reciproca, in una coppia, non sento nulla. Silenzio, solo una cameriera rumena probabilmente, mi saluta, deferente, come devono averle imposto di fare all'incrocio di qualsiasi ospite. Il mio aspetto potrebbe essere come quello di Sonny Liston la sera che incontrò Cassius Clay (si, allora si chiamava ancora cosi), provato. Nessun secondo a gettare la spugna. Un rapido riposino, che più tardi ho la seduta del trattamento facciale.
Dormo per una porzione di tempo che non so quantificare. Nel sonno mi appaiono, nell'ordine, Juri Camisasca, un cantante dei primi anni settanta che mi offre uno spinello, uno che porta il muletto nel magazzino di un mio cliente, un paio di mie ex fidanzate, di cui una che ce l'ha a morte con la mia biancheria intima, intendo anche adesso, nel sogno. Vagamente contrito per aver cosi invalidato il suo immaginario erotico al riguardo mi sveglio con la telefonata della elvetica signorina dai capelli rossi che mi ricorda l'appuntamento per il trattamento.
Indosso l'uniforme (accappatoio bianco con spillone indicante il numero della stanza), e mi reco davanti alla reception. Bene, lei andrà con Mariagrazia. Mariagrazia avrà venticinque anni, indossa un camice dal quale spuntano due tettine interessanti. Mi sorride, facendo strada verso la stanzetta dove c'è il lettino. Mi fa cenno di sdraiarmi, mi copre con un lenzuolo termico e inizia a cospargermi sul viso creme al cui contatto mi sembra di passeggiare sull'Himalaya. Se sente freddo è normale, sono comunque free-alcool, mi dice non potendo far a meno di tradire un accento toscano, e come a rassicurarmi. Con le stalattiti sotto le palpebre le sorrido anch'io, Mariagrazia ama parlare con i suoi "pazienti". Mi racconta del tempo, dei trenta chilometri che deve percorrere, in auto, e con tutte le condizioni meteo, per venire al Procasma, da casa sua, dove vive ancora con i suoi. E'allegra, sprizza dignità e voglia di vivere, fa di tutto per farmi sentire a mio agio, sebbene semi-paralizzato dal freddo tento di imbastire uno straccio di conversazione. Mi parla delle maschere, di quelle in gesso. Le chiedo che fine fanno, dopo. Se qualcuno le chiede indietro, e se no, dove le conservano. Favoleggiamo di un magazzino dove la traccia più importante del passaggio di cosi tanti clienti, nel tempo, rimarrà a beneficio di qualche alieno che fra un paio di decenni arriverà sul sito, uscendo di testa per capire cosa cazzo ci facciano lì tutti questi volti inanimati, altre maschere. Mi addormento, mentre le parole di Mariagrazia mi cullano, sogno di Ufo, scolapiatti e servizi chiamati fuori (out) da un giudice di gara, che a giudicare dal seggiolone, e dal manto erboso, presumo possa trovarsi a Wimbledon. La musica newage nell'aria a dondolarmi, resto cosi per un bel po, con questa maschera siliconica sul viso, il cui compito è quello di far meglio penetrare le creme. Quando mi sveglio chiedo a Mariagrazia, che nel frattempo dev'essere tornata, qual è stata la richiesta più bizzarra che si è sentita rivolgere nell'espletamento delle sue mansioni. Ci pensa un po su e poi ridendo mi dice di un tizio che l'ha pregata di prendere il suo cellulare, di fargli una foto con la fotocamera integrata e di spedire un mms a un numero che gli ha dettato restando impalato, cosi, disteso sul lettino, coperto da qualche ettogrammo di creme verdi. Una specie di Shrek, immortalato ad uso e consumo di qualcuno che potrà essersi fatto una risata sopra. Non mi è sembrata granchè come proposta bizzarra, ma la incamero lostesso per non scontentare la sua disponibiltà a raccontarmela. Esco, e percorro ancora pochi metri, entrando nel grande bagno turco. Un trio di donne anziane, probabilmente campane, a giudicare dall'accento disquisiscono degli amori sfortunati di una qualche loro conoscente. Nella nebbia le distinguo appena, adoro la discrezione del bagno turco. Può non essere necessario captare le rispettive fattezze, ci si limita a registare altre presenze, non so, c'è qualcosa di impersonale che m'attrae, in questo genere di posti. Tengo d'occhio il timer costituito da un paiolo di rame che si solleva ad intervalli, credo, di quindici minuti. Faccio un paio di cicli, intervallandoli con delle doccie e abluzioni di ghiaccio fresco che fuoriescono da una bocca della verità malamente duplicata dall'originale che abbiamo qui a Roma. E' tardi. Fra poco si pranza. Al buffet, tutti rigorosamente sempre in accappatoio bianco, parlo con Bishop che mi rimprovera per avergli dato buca la sera prima. Ero stanco, Steve. Mi giustifico. Lui sorride…Si, stanco di non fare nulla, hai visto che spettacolo di posto ? eh ? E fa per pulirsi le lenti degli occhiali con una cravatta made in Plutone, tanta la dissonanza con camicia e giacca. Fortuna non indossi i suoi polsini che gli varrebbero il primato mondiale del kitch. Al pomeriggio mi adagio su un lettino con materasso in pelle, gonfio di acqua. Leggo Lansdale, un paio di racconti, tratti da Maneggiare con cura. Uno parla di una bambola gonfiabile, non posso fare a meno di ridere, attirandomi gli sguardi di riprovazione dei banchieri accappatoiati che fingono di dormire (mentre sospetto stiano invece rimandando a memoria qualche calcolo di ricapitalizzazione). Ne leggo un altro che è uno spasso e che parla di un programma di rieducazione, in dodici fasi, di Godzilla. Convengo che Lansdale sia un grande, sebbene stavolta abbia imparato a trattenere le risa. Vado via che ho sonno, ho bisogno di sdraiarmi sul lattice di un materasso "normale", come quello della stanza 439. E' stata una giornata intensa. (segue) |
15/03/2006
Una vacanza al Procasma-beautyfarm
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Fondamentalmente sono un pigro. Mi crogiolo in questa convinzione, ne faccio una sorta di cuscinetto attutisci-sfighe. Come se qualcuno m'avesse suggerito di rallentare, depotenziando l'attualità, l'imminente, per meglio rimirarne l'essenza, il suo lento decantare. Una chiave, come tante, chiaro, nulla di generalizzabile. O almeno. L'altro giorno con Ursula Vrangler, no non è parente dell'omonima casa di jeans, quella ha la doppia vu, stavo sorseggiando un martini extradry corretto con la scheweppes, quando mi sono accorto che sto perdendo colpi. Ho tirato quindi fuori un invito, arrivato confuso fra tanti altri, nella casella della posta di tanto tempo fa, da Steve Bishop, il gestore gay del Procasma. Il testo diceva: Concediti una vacanza relax nel resort più alla moda che c'è in giro in questo momento, il Procssma apre nelle colline del Chiantishire, una fantastica beauty-farm. Tu sei fra gli invitati che al modico prezzo di 3000 euro (bevande escluse) può essere nostro ospite per tre giorni. (Per la cronaca, la tariffa "normale" per soli 3 giorni è di 5000 euro). Guardo le piume di Ivonne, il pavone, e mi ricordo dell'offerta di uno sciamano in pensione, che a fronte della cessione del quinto della pensione mi ha proposto di comprarle in blocco. Depilo Ivonne, impacchetto le piume, le consegno, incasso l'assegno e dando fondo ai miei sparuti risparmi per la differenza, faccio il pieno nella Taunus di Van Larson, metto quattro cose in valigia e parto. Il viaggio scorre via veloce come una noce di burro in una padella infuocata…Poco traffico, qualche TIR carico di maiali che grugniscono al mio sonoro passaggio (le marmitte, due, sono entrambe da revisionare, ma Van Larson è esperto in tappezzeria non in meccanica) e dopo qualche ora di autostrada sono alla reception del resort Procasma beautyfarm. Lei è cieco ? mi chiede una teutonica segretaria con gli occhiali (ha l'aria di chi non scopa da un semestre, almeno). No gli chiedo un po smarrito, perché ? Perché la sua auto non può sostare davanti all'albergo se non per il tempo consentito allo scarico dei bagagli. Ah si ? Si (strano che non m'abbia detto Ya) E cosa dovrei fare quindi ? Nulla, la può comodamente parcheggiare nel garage sottostante. Ah, vado subito allora… No, mi dia prima la patente…per la registrazione. Ma se mi fermano ? dico cosi, per cercare di farle notare la bizzarria insita nella mia risposta. Lei, impassibile (la capirà fra un altro semestre…data l'aria che aveva) aggiunge, accomodante (all'italiana direi se non che puzzerebbe d'esterofilia…sempre a parlarci male addosso noi qui…) "può sempre dire che l'ha lasciata in custodia qui da noi per la registrazione del suo ingresso nel Procasma". Ah, vero, dico con finta meraviglia e senso di accondiscendenza. Parcheggio l'auto fra due Mercedes da 90000 euro, attento a non urtare con gli sportelli, mancando poco che dai sensori situati sulle loro fiancate non esca un "e vaffanculo, stronzo sta un po attento quando scendi", dopo di che mi dirigo verso l'ascensore per tornare alla reception. Lei ha boa con se ? mi chiede porgendomi la patente e una chiave magnetica grande come una carta di credito, la signorina nonscopodatanto. Boa ? Si Intende gli animali o quelle sciarpe di piume di struzzo che indossano le pin up ? Gli anfibi, i rettili Sir ! (è la prima volta che mi chiama Sir, ma con un tono come se stesse rivolgendosi ad un mendicante di New Delhi) No, li ho lasciati a casa, c'è mio cognato Ermete che li alleva, nella vasca da bagno, aggiungo, sperando in un sorriso, ma il senso dell'umorismo sta a questa donna come la tolleranza a Bagdad, di questi tempi. Un facchino prende su la mia valigia vinta ai punti facendo il pieno da qualche parte o alla GS non ricordo più bene e mi fa strada fino alla camera 439. Entro, lascio come si conviene qualche euro di mancia al ragazzo, e mi butto sul letto accendendo la tv al plasma sulla CNN che non capisco un cazzo d'inglese ma mi piace il suono della voce dei commentatori, che vestono come da noi quelli che comprano su Postal Market. I materassi sono nuovi, al lattice probabilmente, tant'è che mi addormento. Sogno, nell'ordine, che la AS Roma vicne il campionato, che esce il 34 a Cagliari, che rimorchio una superfiga, ospite dell'albergo che ho intravisto alla reception (era per quello che facevo lo scemo con la signorina dell'accettazione). Mentre stiamo per congiungerci all'interno di una vasca idromassaggio, mi sveglia il suono del telefono. E' Bishop, che mi porge il benvenuto. E mi sciorina, con me ancora addormentato ed in evidente stato d'eccitazione, il programma dei trattamenti che mi ha riservato. Si comincia col massaggio Shiatsu, poi a seguire un bagno ristoratore nella piscina con acqua termale a 38° gradi. E' un superalcolico quel liquido lì ? chiedo tanto per dire qualcosa. No, quelli te ne offro io quanti ne vuoi stasera dopo cena, dice e mette giù. Vesto l'accappatoio d'ordinanza (viaggiano tutti in accapatoio bianco in questo albergo) e mi incammino verso il punto di raccolta, situato dopo 300 metri di corridoi ai cui lati pendono molti dei quadri che ho visto nel corso dell'anno agli eventi programmati al Procasma (quello della Tuscolana). Mi accoglie una signorina avvenente con i capelli rossi lisci raccolti a coda di cavallo, in un camice dal quale stanno per esplodere i bottoni, tanta la generosità del suo petto, e con degli occhiali cosi erotici che sto per chiederle una fellatio seduta stante, ma mi trattengo. Signor Cletus ? mi dice in perfetto accento elvetico Si, rispondo sorridendo, o almeno. Bene, lei va con Thomas, ha il massaggio Shiatsu. Thomas somiglia al capitano di quella serie televisiva di fantascienza…di cui mi sfugge il nome adesso, so solo che le sue orecchie, e l'aspetto tutto, mi rimandano terribilmente a quel capitano d'astronave lì. Ha un aspetto inquietante. Mi fa strada in una saletta nella quale, appena entro, sento musica newage a palla, con un materasso bianco per terra. Mi fa qualche domanda di rito poi passa al massaggio vero e proprio. Ora, io non ho nulla contro chi fa questo lavoro, ne con la disciplina Shiatsu in senso lato. So solo che costui ha iniziato a premere e comprimere ogni singolo punto della mia corporea presenza. Con un benessere progressivo, cullato dalla musichetta rassicurante e vagamente esotica, e dagli odori di un incenso che ha provveduto ad accendere non appena entrati. Il massaggio va avanti per un po. Ad occhi chiusi, mi sono apparsi Shiva che m'ha chiesto come va, ho risposto cosi e cosi, poi ha preso una camel senza che ha preteso gli offrissi e senza neanche farsi accendere è sparito, poi un airone (immagino il cugino di Ivonne) che mi rimproverava di esser li a costo e difetto delle piume di sua cugina, e infine ancora il parcheggiatore del Procasma (quello di Roma) che mi diceva di essere desolato per essersi fatto rubare sotto gli occhi la Taunus di Van Larson. Lei ha un Ki molto forte, ed è anche molto sensibile, m'ha detto Mr.Star Trek, appena finito. Si, ho risposto. Mi sono alzato, e salutando calorosamente, sono uscito nel corridoio popolato di strafighe in accapatoio bianco. Mi sono immerso nella piscina per riprendermi e ho nuotato per un po. Sempre questa musichetta newage, nell'aria. Rinfrancato, sono tornato in stanza, docciato, tirato fuori dalla valigia una camicia stirata da Ermete e una giacca appena ritirata dalla tintoria vicino casa e bello come un picasso dimenticato ho raggiunto la sala del ristorante collocata all'ultimo piano, come si conviene. Ai tavoli ho riconosciuto molte delle facce che popolano il Procasma romano. Tutti in offerta speciale eh ? ho pensato fra me e me. Il cameriere, con perfetto accento toscano m'ha decantato i piatti della serata, tutti devo dire gradevoli e al di sopra di ogni aspettativa (conoscendo il catering dell'omonimo locale della tuscolana). Ho mangiato di gusto e accompagnato il pasto con dell'ottimo vino, E' barricato, ha tenuto a precisare, mentre lo mesceva nel mio bicchiere. Ora questo termine trovo che sia piuttosto inflazionato ultimamente, quasi che faccia meraviglia che il vino venga lasciato maturare in botti che non siano state di legno, e che non abbiano ospitato, bontà loro, molta della roba che è stata bevuta, con alterne fortune, devo dire osservando le lapidi lungo le statali, da moltitudini e per molti anni, in passato. Straffato di effluvi barricati, e vagamente fruttati, guadagno la stanza, troppo stanco per il dopocena promessomi da Steve, nel bar del resort, dove, i cartelloni erano li a precisarlo, stasera si esibivano in un repertorio che nemmeno sui piroscafi della Costa Crociere del pliocene… Con le note di I love you baby,,,posiziono la tessera magnetica che funziona da chiave davanti all'avveniristica serratura ed entro nel regno 439, teatro dei miei incubi. All'ingresso rivedo la stessa scena di un film di Bonuel, una coppia nel mio letto che dorme, mentre davanti al letto transita, come fosse una sentinella dell'altare della Patria di Roma, uno struzzo che fa avanti indietro per buoni cinque minuti. Osservo, divertito, la scena, appoggiandomi ad una parete. Mi accorgo che è di cartongesso e che sebbene appariscente, tutto, ma proprio tutto suona finto come un articolo di Mieli. La visione svanisce non appena, esausto, mi getto sul letto e ancora vestito prendo sonno. E' stata una giornata faticosa, la tosatura di Ivonne, la compravendita, il viaggio, la musica dell'autoradio di Van Larson (su tutte Eye of the tiger, tratta dalla colonna sonora di Rocky 1 che immagino abbia tenuto compagnia agli ultimi allenamenti di Larson prima che perdesse il titolo ai danni di un carrozziere di Vitinia), e ancora lo shiatsu, la newage, le strafighe accappatoiate e insomma. Mi addormento. (segue) |
19/02/2006
Capoti al Procasma
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L'altra sera, al Procasma, proiettavano l'anteprima di Capote. Fa ridere, d'accordo, ma si pronuncia Capoti, si, con la i. Steve Bishop ha vissuto a San Francisco e quindi della sua pronuncia mi fido. La sua voce al telefono, quella di chi è intento a spalmare del passato di aringhe su delle fette di pane imburrate. Voglio dire, arrivava a tratti e leggermente strozzata, come appunto quando si tiene la cornetta del telefono fra la spalla e la testa inclinata. Da quella prospettiva devo riuscirgli anche simpatico, invece di spedirmi a casa l'invito, preferisce utilizzare il telefono.
Indosso quello che trovo a portata di mano, chiamo un taxi, e all'ora convenuta mi presento davanti al locale. All'ingresso, il solito buttafuori dalle incredibili capacità vocali. Se Audrey Hepburn fosse fra noi lo chiamerebbe per farsi doppiare in italiano, tanta la somiglianza della voce. Tenendo a mente il ricordo, sopratutto della seconda, inizio la discesa agli inferi del Procasma.
Stavolta il pubblico dev'esser stato selezionato, Non a tutti gli avventori del Procasma piace il cinema, evidentemente. Steve Bishop, si avvicina per darmi il benvenuto rilasciando nell'aria un vago odore di pesce, magari aringhe, per davvero. Sei dei nostri, sapevo che ti piaceva, non potevi mancare, fra poco iniziamo, prendi qualcosa da bere al bar e mettiti comodo in saletta.
Ora, la saletta tv del Procasma è una roba che al massimo ci si aspetta di trovare nei manuali di arredamento e d'architettura, annoverata fra gli esempi di come non si dovrebbe progettare. Totale assenza di pendenza. Le fila delle sedie (scomodissime, più di qualcuno, al termine di pellicole superanti i 180 minuti primi, necessita delle cure di un paio di validi fisioterapisti), sono quasi allo stesso livello. Per cui, se ti capita la sfiga di vederti sedere davanti Furia Tromberry, col suo collo alla Modigliani, il film, dopo, te lo devi far raccontare. Inoltre, la totale assenza di uscite di sicurezza rappresenta un'altra concreta minaccia all'incolumità generale, mitigata appena dal divieto pressochè assoluto di fumare. Dico pressochè perché invece, talvolta, in occasione di partite di pallone definibili "critiche" per gli ormai compromessi campionati delle squadre capitoline, diventa una fumeria, come quelle d'oppio.
La serata è pimpante. Gli attimi che precedono l'inizio delle proiezione, diventano occasione mondana per lo sfoggio di mise particolari degli astanti. C'è Giocasta Franzetti, in cardigan rosa- salmone su t-shirt gialla anni sessanta. L' Odelia Prandizzi (ex pornostar ora dedita alla salvaguardia dei pinguini orfani, ma solo dell'antartide) in un aderente tubino nero che, devo dire, le esalta il seno generoso e sicuramente rifatto, come sostiene Giocasta. Un pugno di giornalisti che ognitanto passano per un drink di fine serata con donne la cui avvenenza è inversamente proporzionale all'orario di chiusura, più è tardi e meno sono belle.
Si spengono le luci e iniziano gli spot pubblicitari come in ogni multisala che si rispetti. C'è Van Larson, sullo schermo che pubblicizza la tappezzeria di cui si occupa da quando, ex wrestler, ha appeso al chiodo i guantoni. Tutti applaudono a una serie di battute degne del bagaglino che il creativo dell'agenzia che ha curato lo spot deve aver scritto di ritorno da un weekend trascorso in carcere, magari in regime di 41 bis. Doppi sensi, volgarità e pesanti allusioni circa le operazioni che i suoi divani sono in grado di sostenere, dopo le sue riparazioni, nel tempo.
Passano altri spot, tutti riguardanti attività degli habituè del Procasma, una mostra personale di Elvira Gensiotti, il chiosco dei fiori di una signora che ho visto qui spesso, gommisti e carrozzieri, poi alla fine, confuso fra il brusio dei presenti inizia il film. Bishop tenta di metter li due parole, blaterando di Capote, elargendo informazioni poco attendibili, come quella che vuole A sangue freddo, premiato con un Pulitzer tanti anni fa.
L'attore che interpreta sullo schermo Capote, è lo stesso che ha fatto l'infermiere al papà malato terminale di Tom Cruise, in Magnolia [Philip Seymour Hoffman, ndr]. Mi addormento, saranno stati i salatini al curry presi insieme al negroni servito all'ingresso.
Alla fine del film mi sveglio. Ho accanto a me Alessia, trans di Viareggio di rara bellezza. Andiamo ? mi chiede. Perché no ? gli rispondo. Usciamo che ancora sta tramontando. Mentre sul taxi osservo l'oscurità mettersi a letto con i tetti dei palazzi, mi prende forte la nostalgia del circo. Domani ritrovo il libro, resto sul divano tutto il giorno, e mi rileggo A sangue freddo. |








