31/07/2008

Che cosa c'è ?


 

Non ho forti basi storico sociologiche da studioso della musica rock. Sono un umile fruitore.

Appena posso scarico mp3 a manetta. Mi sveno però adeguatamente anche per i cd, mi piace rovistare sui banchi dei negozi sfigati alla ricerca di qualche chicca semi introvabile.

Complici le temperature decisamente alte, da qualche tempo prediligo musica allegra, movimentata, che si incarichi, in altre parole, di prendere deliziosamente a calci la malinconia e spruzzare un po’ di bollicine “all-around”.

 

Mi è capitato di imbattermi in lui, quando ho ascoltato, alla radio, la cover (in “levare”) di Tutta mia la città (sulla quale ho scritto anche qualche nota qui), e non avendolo mai ascoltato prima, sono rimasto incantato dal coraggio di riproporre sonorità “ska”,  donandogli nuovo lustro, in quest’epoca infestata da house et demenzialità..

 

Lo ska è quella cosa che va assunta a piccole dosi. Si gioca su una scansione del tempo sincopata, e una volta capita la griglia, ci si può divertire ad incasellarci dentro anche Per Elisa di Ludwing Van.

L’altro giorno ero in uno di quei megastore che vende cd a prezzi ridotti. Ho preso a 8,90 un suo cd chiamato pomposamente “The album”. Ci sono cover di Cher, c’e’ Wonderful life, e chicca delle chicche, il buon vecchio Gino Paoli che canta, in duo, la bellissima Che cosa c’è.

E’ un cd di qualche anno fa, di ottima fattura, ma fresco ed ironico quanto basta.

Lui è Giuliano “the King” Palma, è in gamba, ed è supportato da una banda di delinquenti davvero bravi.

 

cletus1 at 17:06:00 1 Commento

30/07/2008

La cultura (per pochi)

L’auditorium di Roma, progettato da Renzo Piano, ha dotato finalmente Roma di una struttura nella quale poter “fare” musica.

Ignoro la cifra esatta di quanto sia costato realizzarlo, con fondi pubblici.

Ricordo però molto bene, l’enfasi con la quale era stato annunciato, tipica dell’orgoglio politico romano, a fronte di anni di lacune per un luogo attrezzato a questo scopo.

 

 

 

Del tutto inadatte all’ascolto di musica amplificata, le tre sale al coperto si prestano esclusivamente per l’ascolto di musica acustica (a differenza, ad esempio, della sala dell’auditorium di via della conciliazione, dove è possibile godere di un’egregia acustica a prescindere dall’amplificazione degli strumenti).

All’esterno è situata una “cavea”. Una sorta di mini anfiteatro all’aperto in grado di ospitare intorno ai 3500 spettatori.

 

 

 

Il consiglio di amministrazione dell’ente annovera (dati disponibili online dal sito istituzionale Fondazione Musica per Roma)

Consiglio di Amministrazione

Presidente
Gianni Borgna

Vicepresidente
Andrea Mondello

Amministratore delegato

Carlo Fuortes

Consiglieri
Luigi Abete
Bruno Cagli

Antonio Calabrò
Francesco Gaetano Caltagirone
Innocenzo Cipolletta

Giovanni Ferreri
Gianni Letta

Giovanni Malagò
Mario Marazziti

Michele Mirabella
Cesare Romiti
Maurizio Tucci


Collegio dei revisori dei conti

Presidente
Luigi Pezzi

Alessandro Bonura
Demetrio Minuto

La cosa che trovo scandalosa, è l’assurda politica dei prezzi. I biglietti per un concerto di nomi appena di grido si aggirano su cifre che variano dai 60 ai 120 euro.

Non ho idea di cosa costino altrove. Non ho idea di quanto e come vengano ripartiti fra i manager degli artisti e la struttura che li ospita.

Prendo atto invece del come, la fruibilità di questa  struttura, in barba ai proclami populisti che ne hanno preceduto l’inaugurazione, sia sostanzialmente appannaggio di una elitè dotata di congrua capacità di spesa.

La fruizione della cultura è, anzi dovrebbe essere, una sorta di “mission” per chiunque si professi vagamente di sinistra. Il valore pedagogico della stessa, porta con se la possibilità di contrastare il rimbambimento mediatico cui hanno fatto riferimento santoni vari come Umberto Eco, il quale all’indomani di una delle sconfitte elettorali, dando prova del profondo senso di rispetto democratico del gioco elettorale, non mancò di sottolineare l’effetto perverso e annichilente delle coscienze che la tv commerciale ha introdotto nel paese, paventando di espatriare, forse dimentico della propria funzione di intellettuale che invece, attraverso l’agire sulla formulazione dei palinsesti della tv pubblica, e in ultima istanza, dei programmi scolastici, è lecito aspettarsi fornisca un argine a tanta deriva mediatico-rincoglionente.

   

 

Il fatto, in sé, dice poco. Si accetta ormai di tutto con rassegnata compostezza.

Ma il fatto di ricordare sommessamente come stanno le cose, evidentemente, a qualcuno (forse preso più dall’enfasi della sindrome da “fan”, che da una capacità di sostenere un discorso pacato ed appena raziocinante) non fa piacere.

 

Il che finisce con il confermare che se siamo messi come siamo messi, molto lo si deve al sostanziale snobismo delle avanguardie culturali e dei rivoluzionari da salotto cui evidentemente la realtà sta bene cosi.


cletus1 at 09:56:00 Commenta:

27/07/2008

Criminali

Frega un cazzo a nessuno. Era già successo nel 2000. Una pineta secolare, vanto e polmone per tutta la città andata in fumo in una giornata di libeccio.

Da allora, un mare di chiacchiere. Interessate. Il rogo aveva messo a nudo il tallone d’achille di tutto l’apparato preposto: la sovrapposizione di competenze.

Si enumerano:

Servizio giardini, gestito dal Comune di Roma,

 

Guardia Forestale, alle dipendenze dell’allora Ministero delle politiche agricole,

Vigili del Fuoco, Ministero dell’Interno,

Vigili urbani, Comune di Roma.

Volontari della Protezione Civile, Regione Lazio

e forse dimentico ancora qualcuno. 

Tanto dispendio di uomini e forze non è servito, allora, a far si che un numero impressionante di ettari (circa 260) andassero bruciati in un rogo senza uguali prima.

 

Ieri, sabato 26 luglio 2008, a distanza di ben otto anni, la storia si è ripetuta. Stavolta gli ettari bruciati sono solo 40, c’è di che gioire.

 

 Ora, al solito, via al balletto delle polemiche sui ritardi dell’intervento dei Canadair, su chi ha sottovalutato e non ha allarmato prima, in uno scellerato gioco a scaricabarile, nel quale, avendo già dato prova otto anni fa di essere dei draghi, anche stavolta non mancheranno di eguagliarsi.

A me interessa poco, a questo punto, sapere di chi è la colpa. Lo dico veramente. Non è questo il punto. Il punto è che da domani tutta questa gente deve andare a casa.

 

Al loro posto un ente. Un unico, santiddio di ENTE. Con tanto di personale di vigilanza, addetti alla riforestazione, una recinzione per tutto il perimetro del parco, videosorvegliata accaventiquattro da un’unica (UNICA) cabina di regia, biglietto d’ingresso (anche fosse simbolico di un euro: la gente deve imparare ad apprezzare il bene che si ritrova, è psicologico), chiusura serale, dissipazione degli agglomerati dediti alla prostituzione, abbattimento delle baraccopoli improvvisate (ma nemmeno tanto) installate abusivamente all’interno della Pineta. E, sia chiaro, dichiarare per legge inedificabile a VITA tutta l’area della pineta.

Non serve altro. Servono i coglioni, quelli che la sciagura di otto anni fa non ha ancora insegnato ad avere a tutta questa banda di dilettanti che manteniamo pure. Non serve altro.

cletus1 at 17:31:00 2 Commenti

21/07/2008

Adottare un varano

Mentre Domitilla è di la a rifarsi le unghie,

la AS Roma corteggia Mutu, forse per fare pendant con De Rossi ed avere non uno, ma una coppia di giocatori cui non va mai dato di battere i rigori.

 

Mi manca la legna per quest’inverno.

 

 O poto, ma ora non è il momento mi dicono gli esperti, o mi risolvo a comprarla, confidando che si asciughi negli ultimi 2 mesi di caldo prima delle pioggie.

Ieri sera, ero stravaccato sul divano, ho acceso la tele. Su La 7 c’era un documentario girato da un pazzo che faceva un safari fotografico sui Varani.

Un varano è come quando vai giù un po’ troppo allegro con l’alcool e magari sono le tre di pomeriggio e quella lucertola che sta indisturbata nei vasi del rosmarino, comincia ad ingigantirsi, cosi, senza un motivo apparente.

I varani sono aggressivi. Un esemplare ha spazzolato con la voracità con la quale si addenta un bigmac dopo tre giorni di digiuno, la carcassa di un canguro morto per i fatti suoi da qualche giorno.

In altri termini, bisogna stare attenti a ciò che si mangiano le lucertole.

Devo preoccuparmi di non lasciare in giro in giardino carcasse di canguri di sorta.

Si sa mai, mi trovassi una di queste lucertole incazzose a spasso nel salone, rivendicante del Pedigree, più o meno come Ares, il mio fedele boxer.

 

Se si lancia un search su google con la parola VARANO appaiono circa 2400000 risultati.

Se si affina la ricrca aggiungendo la parola “rettile” scendono a 2400.

Avere un buon rapporto con un Varano addomesticato in giardino, può ingenerare la speranza che il numero delle zanzare si riduca drasticamente. In tal modo mi sarebbe possibile, nei ritagli di tempo e rigorosamente non in prossimità degli orari dei pasti (per evitare i magici effluvi di soffritto di cipolla provenienti dall’accampamento di est europei confinanti) sdraiarmi sereno sul lettino e tentare di finire MUSICOFILIA di Oliver Sacks in modo da poter attaccare in maniera compiuta RACCONTI SCRITTI PER FORZA di Giorgio Caproni che ho preso, con viva sopresa da poco e ne ho già sbirciati un paio, che definire belli è poco.

Vagheggio di recarmi a La Spezia, sganciare una cifra importante e prendere posto su una nave cargo diretta in Messico, facendo tappa a Fort Lauderdale (Florida) dove sono stato tanti anni fa e dove abita una dragqueen alcolizzata che ha tentato di rimorchiarmi quando ancora avevo un fisico decente.

L’idea di viaggiare su uno di questi condomini galleggianti sull’oceano, staccare il telefono e qualsiasi altra cosa mi ricolleghi al mondo reale, portandosi dietro magari una cartata di libri, mi attrae molto, molto di più di trekking  in Abruzzo, o del mare del Salento.

Chissà....

cletus1 at 23:05:00 5 Commenti

18/07/2008

COVONI_AGAIN


l'opera, serafica, dell'accatastare covoni. Musica: The girl in magnesium dress,

Frank Zappa (da The Yellow shark") . Location lago di Bilancino, FI

cletus1 at 21:18:00 Commenta:

10/07/2008

Qualche mattina non sono gli antifurti

Mi sono svegliato al canto degli uccelli.

Per forza: pur di prendere sonno devo tenere aperti i vetri e socchiuse le persiane, ed il suono, qualunque suono, ha gioco facile ad infilarsi nelle stecche, e a piovere, all’alba, nella mia camera da letto.

Appena sveglio, grazie a cene più frugali, ci metto poco a capire chi sono. Poi mi viene in mente un verso di Alda Merini….”e la non ragione ha sempre fatto il mondo”.

In altre parole, è una definizione poetica de La teoria del caos. Vivo la violenza di albe belle come queste. La possibilità di aprire la porta e sorseggiare il primo caffè della giornata nel silenzio e al primo sole delle sei di mattina, seduto sul ciglio dell’aiuola, con il cane che mi scodinzola davanti, incurante che si tratti dell’inizio di una nuova giornata, un bene destinato ad esaurirsi.

Bisogna boicottare tutto ciò che è cinese ed indiano, mi ha detto Fefè, ieri sera al telefono.

Fefè è uno che ancora non si capacita come mai, nonostante un verde al ministero dell’ambiente, l’anno scorso, in Italia, siano andati in fumo qualcosa come duecentomila ettari di verde.

La mamma di Fefè, una donnina ottuagenaria, che vive poco fuori Roma, che di estate ne ha viste appunto quasi ottanta, mai si ricorda di tutti questi incendi. “Poteva succedere, ma ogni tanto”.

Dubito le difetti la memoria. Che i boschi si possano bruciare, e tutto sommato cavarsela, è diventata attività industriale da relativamente poco.

Vivo come una pressione esterna nel mio quotidiano, le notizie “strillate” dai notiziari del mattino.

I convenevoli fra gli otto grandi. L’otto volante, per quanto me ne freghi, ha lo stesso allure de Un posto al sole. Come il mio, adesso. Mi annoia la violenza. Non riesco ancora a provare compassione per chi la esercita. Zanzare comprese, che indefesse, come se timbrassero un cartellino, trovano gusto nel costellarmi le caviglie di punture. Avverto il mefitico odore di soffritto di cipolla, dei vicini esteuropei. Un prezzo da pagare per il gentiluomo che gli avrà affittato a prezzi da Grand Hotel, una catapecchia abusiva, senza servizi igienici, e sicuramente gli parla pure dietro, male.

Spengo la sigaretta, facendo centro fra le feritoie del tombino. Torno dentro.

Vado avanti per inerzia. 

cletus1 at 08:55:00 6 Commenti

04/07/2008

Italian graffiti (6 o 7 ? bah...)


250 km non ti sono bastati per ripensarci ?

(spray nero on white canvas, località imprecisata,

regione Toscana, estate 2008) per gentile

concessione di Toni cui vanno i miei commossi

ringraziamenti. (clicca per ingrandire)

  

 

Il portato di questa scritta ci lancia nel territorio del dramma.

E ci chiede, nel contempo, di fare appello a ciò che rimane delle nostre nozioni metriche.

Stabilisce un assioma, sotteso, e subito dopo lo smentisce. Lascia perplessi.

E’ l’esteriorizzazione di un messaggio, i cui chiari contorni sono intelligibili solo alla persona cui è rivolto. La quale, se effettivamente si trovasse ancora a quella distanza lì, ben poche chances avrebbe di poterlo leggerlo, facendo strage della prima regola della comunicazione: raggiungi il tuo interlocutore.

Oppure, lecito pensare che dopo una momentanea assenza, una rottura improvvisa quanto drammatica, dettata, chissà, dal desiderio di interrompere una relazione, costei (o costui) sia tornato/a sui suoi passi, che giri tranquillamente per il quartiere (da qui la scelta della scritta: far in modo possa essere letta), ma che non abbia la minima intenzione di riallacciare le fila del rapporto.

Certo, nell’evidenza della scelta, la distanza di 250 km, rappresenta, a meno che uno non faccia l’agente di commercio, nell’immaginario dell’estensore, una distanza ragguardevole.

Allora, stabilire quest’ultima come metro di paragone, sembra dettato dallo stesso concetto dell’andare sulla luna. Portarsi fisicamente cosi lontano, da restare insensibili alle lusinghe del cuore. Stabilendo un criterio che è sconfessato nel momento stesso in cui si ripone la bomboletta spray, e mesti, si fa ritorno a casa. Il greggio, è storia di questi giorni, continua la sua folle corsa al rialzo. Muoversi, posto che il nostro/a sia dotato di autovettura, rappresenta un costo via via insostenibile,

ciò nonostante, il messaggio non sembra definitivo del tutto. Si intravede il senso della speranza, che in ogni innamorato non corrisposto, dilania quel poco di razionalità che ci portiamo, sebbene fortemente indebolita dalla prolungata esposizione davanti alla tv (fa niente se al plasma o tradizionale) durante la trasmissione dei pacchi. Il vero pacco, qui, sembra averlo tirato, ma a se stesso, colui/colei che ha ritenuto, peccando di superficialità (di questo l’estensore della scritta ne è fortemente consapevole) che 250 km rappresentassero un sufficiente argine da un amore, anche se sofferto e combattuto, ma sostanzialmente non voluto. E’ un’esortazione, in altre parole !

L’autore comunica che l’ha capito, che attende un cenno, forse incoraggiato da una traccia, forse dall’aver intravisto l’amato bene, chissà, dal fornaio o in coda alle casse del supermercato.

Calca la mano, si affida alla speranza, nobilita questo sentimento rivolgendo un’innocente constatazione alla vista di tutti, ed in ciò ammantando di coraggio la propria convinzione.

Torna ! Riproviamoci, forse non abbiamo ancora finito di dirci tutto. Questo sembra dirci, e noi, che passiamo, come dice Vasco Rossi, ognuno perso dentro i fatti suoi, dobbiamo ringraziare l’autore di questa scritta per averci ricordato, a suo modo, quanto dev’esser bello soffrire per amore.

tutte le puntate precedenti di Italian graffiti: cliccando qui

cletus1 at 07:32:00 6 Commenti

01/07/2008

Continuano a pervenire manoscritti.

In casa editrice continuano ad arrivare le cose più insolite.

Da quando si è sparsa la voce, il postino ha aumentato si la sua deferenza ma comincia vagamente a glissare con la puntualità delle consegne della corrispondenza. Adesso viaggia a giorni alterni.

Cosi, a giornate nelle quali la buca (capiente) delle lettere rimane pressoché vuota (o piena soltanto di volantini di ditte che pubblicizzano il servizio di ritiro e consegna a domicilio di animali domestici, “boa compresi” a modico prezzo) se ne alternano altre nelle quali oltre a volantini che invitano a non disperdere boa nell'ambiente, arrivano carrettate di manoscritti.

 

 

 

L’altro giorno ne è capitato uno, ben rilegato e con tanto di sovracopertina trasparente,

“Giocare con le parole è pericoloso”, questo il titolo.

Aprendolo, a pagina tre, il working title: Burt Bacharach è stato con estrema probabilità una spia dei russi.

Ho verificato che il trimbro postale, sulla busta, non fosse uno di quelli che mettono gli ospedali psichiatrici e che Gerald Oltresucci, non fosse un nome fittizio né quello di buontempone loro ospite, foss’anche temporaneo.

 

 

 

Oltresucci ha una prosa asciutta, che ognitanto mi sono dovuto umidificare le pupille. Il suo assunto principale è che sia la melodia, ma tanto di più le parole dei testi delle sue canzoni, non fossero altro che messaggi in codice che l’arzillo compositore (oggi felice ottantenne) sarebbe però stato inconsapevole di tutta l’operazione, orchestrata invece, cosi assicura Oltresucci (senza mai però citare del tutto l’attendibilità delle fonti), da frange deviate dei servizi segreti.

 

 

 

Ora, cosa spinga ad un’analisi comparata dei testi di uno fra i più grandi compositori del secolo scorso, resta un mistero da capire. E’ molto probabile che l’ascolto, ripetuto, di dette canzoni, generi in soggetti arguti e cazzuti come Oltresucci, delle circumnavigazioni del pensiero, intorno alla prima ipotesi maniacal depressiva a portata di mano, come quella di ritenere un’onesta produzione discografica, il vaso di Pandora delle più losche trame della guerra fredda.

 

 

 

What’s New Pussycat? (scritta da Burt Bacharach & Hal David)  è la traduzione ragionata che m’ha colpito di più:

 

 

 

What's new, pussycat?
Whoa-oh
What's new, pussycat?
Whoa-oh oh
(segnale convenzionale per avvertire il lettore sovietico che trattasi di messaggio in codice)

 

 

Pussycat pussycat ,
I've got flowers and lots of hours
to spend with you.

 

 

(L’estensore del messaggio criptato sostiene che ad una attenta lettura molte siano le notizie sensibili che il testo contiene)
So go and power your cute little pussycat nose

 

 

(Qui si pone l’enfasi sul rumore, rumors appunto che l’autore ha raccolto in ambienti governativi)
Pussycat, pussycat I love you
Yes I do
You and your pussycat nose.

 

 

(di cui, oltremodo, si dice completamente soddisfatto)
What's new, pussycat?
Whoa-oh
What's new, pussycat?
Whoa-oh oh

 

 

(l’autore gigiona temporeggiando: è una vecchia tattica, serve ad aumentare la tensione e questo ripetitivo….”o sai che nova c’è ?” pare induca nel lettore una certa dose di ansia.
Pussycat, pussycat,
You're so thrilling and I'm so willing
to care for you.

 

 

(entriamo nel merito….Sei cosi emozionato dal non accorgerti che la mia selvatichezza ti sta fottendo, evidente il riferimento all’attività estrattiva del petrolio del Kazighistan)
So go and make up you big little pussy cat eyes
Pussycat, pussycat, I love you
Yes I do
You and your pussycat eyes.

 

 

(L’invito, pertanto, è a tenere aperti gli occhi. A non credere alle profferte delle compagnie petrolifere che hanno messo gli occhi sugli immensi giacimenti…)
What's new, pussycat?
Whoa-oh
What's new, pussycat?
Whoa-oh oh
Pussycat, pussycat,
You're delicious and if my wishes
Can all come true,
I'll soon be kissing your sweet little pussycat lips.
(Pertanto, continua il traduttore, cercate di contenere la vivacità delle sette sorelle, se del caso proponendo delle delizie della cucina locale, come il famoso caviale del Volga, o le riserve imperiali di Vodka, conservate gelosamente nei meandri del Cremino)

 

 

Pussycat, pussycat, I love you
Yes I do
You and your pussycat lips.
Whoa-oh
You and your pussycat eyes.
Whoa-oh
You and your pussycat nose.

 

 

(Formule rituali di saluto con garbato, ripetuto, invito a tenere gli occhi e soprattutto le orecchie aperte ad ogni minimo “rumors” inerente alla faccenda).

 

 

 

Ora , sono le tre meno venti (del mattino). Fra mezzora circa comincerà la consueta riunione di redazione. Mi aspetto perplessità da parte dei ragazzi dello staff. Ma a me questo testo è piaciuto.

Ne ho potuto apprezzare il potente portato lisergico che lo sottende, e quella sorta di ambigua veridicità che siffatte operazioni si portano dietro. E’ un far leva sulla sospensione della incredulità. E’ un vedere riconosciuto il festival della dissacrazione, garbata, intelligente e vagamente allucinogena. In altre parole, non molto dissimile da quanto viene pubblicato, e con adeguato successo di vendita, altrove.

That’s all folks

 

 

PS. Ogni e qualsiasi riferimento alle vibrisse dei gatti, e quelle letterarie, è puramente voluto.

 (continua, forse, se i legali del compositore non ci muoveranno causa).

 

 

cletus1 at 14:30:00 4 Commenti