29/05/2008

A nord di qualchecosa

Mohamed Alì

Se ci fosse una telecamera, invece che una penna (o meglio, un pc portatile dotato di un decente elaboratore di testi), beh, non ci sarebbe bisogno di tante parole.
Basterebbe un immagine. Sarebbe una lunga panoramica, nella grande sala un binario, con diverse curve, tanto per dare la profondità e poter "abbracciare", con il suo occhio sintetico, angoli, spigoli, spazi vuoti, pile di libri e riviste appena sfogliate, e ancora attrezzi ginnici, zanzare, magliette sudate tre settimane fa, scatole per cibo per cani ancora da consumare, e un cane, appunto, Wagner, per via di quel suo incedere maestoso.

Ma la telecamera non c'è, e nemmeno la musica. C'è solo un vecchio televisore acceso e un uomo, seduto su una poltrona a pochi metri davanti. Per il resto, silenzio.
Gli occhi dell'uomo sono magicamente incollati sullo schermo.
Va a casa e studiatelo, Ed (Edmondo ? Edoardo ? bah…).
Ed Ed (perdonate il bisticcio) esegue il consiglio del suo coach.

Sullo schermo, da dentro lo schermo, da dentro lo schermo che sta dentro la sala, dalla sala che sta in un appartamento ricavato da una sapiente ristrutturazione di un vecchio mulino, stoccaggio di granaglie, che sta ai margini di una città esplosa, che fa parte, controvoglia, di quell'enorme valzer che è la vita, Ed guarda un altro uomo, Mohamed Alì, che danza, letteralmente intorno ad un enorme sacco.

Ad un tempo sottratto, anzi del tutto indifferente ad altro, a Wagner che dorme ai suoi piedi, emettendo di tanto in tanto sbuffi rapidi quanto impercettibili, nel silenzio rotto solo da qualche clacson lontano e dal ronzio del videoregistratore.

La magia della danza di un fisico statuario. Quasi incorporeo, tanto leggero e aggraziato nei movimenti. Ed è rapito dai suoi movimenti, dall'apparente inconsistenza, ma dei quali intuisce l'enorme potenza che li sottende, la capacità di governare con la dovizia di un direttore d'orchestra, ogni più piccola fibra dei suoi muscoli, forgiati da duri allenamenti e addomesticati, in modo felino, pronti, a comando, a muoversi come leggendo uno spartito che non c'è, ma che Ed capisce che c'è, nella testa di Mohamed.

Ed entra in quei movimenti, rimane, assorto, a comprenderne la grazia, quasi come se l'abitudine al bello, per proprietà transitiva, si potesse trasferire dal video alla sala comando del suo, di cervello.

La scena va avanti cosi quasi tutte le sere. Ed è come inebetito. Pensa che il semplice osservare quella massa muscolare ondeggiante gli possa schiudere chissà quali segreti per mutuarne le movenze, il ritmo.

La sala è piena della sola luce grigia del vecchio televisore, e le immagini sono, giocoforza, in bianco e nero.

cletus1 at 13:39:00 5 Commenti

24/05/2008

Verbale di riunione della Cletus Production

Alla presenza dei signori Cletus Alfonsetti, Maria Pia Garavaglia (no, non è lei: omonimia), Piergiorgio Cantarella, Linda Asbury, Furia Tromberry e la segretaria Giulia Liscandrelli, si da inizio ai lavori alle ore 3,59 a.m. di martedì 19 maggio.

Prende la parola la Signora Garavaglia, in qualità di responsabile editoriale. Signori, siamo qui riuniti per deliberare il programma editoriale dei prossimi tre mesi. Domande ?

Non è un po’ presto ? risponde Cletus.

Intende per l’ora ? Ma se ci ha convocati lei, qui, perché dopo vuole andare a giocare a golf all’alba ? Com’è che ama dire…”adoro l’odore dell’erba tagliata di fresco, all’alba” ?

No, intendevo per formulare delle domande, andiamo avanti.

Bene, prosegue la Garavaglia, dobbiamo decidere i titoli che verranno pubblicati nonché i nomi delle collane.

Mica siamo una bigiotteria dice Linda Asbury.

Per favore, per favore, dice Furia Tromberry, non cominciamo, io ho ancora sonno (ho lasciato il Procasma giusto un’ora fa ed e’ da ieri alle 15 che non dormo).

Prende la parola Piergiorgio Cantarella:

Bene, Signore e signori, dovremmo decidere i titoli da pubblicare. Fra questi, freschi della lettura dei nostri lettori volontari e gratuiti (e qui pone l’accento forte),

abbiamo “La storia della mia vita” di Willie Davenport.

Di cosa parla ? chiede Cletus

L’autore è stato campione olimpionico a Città del Messico nel ’68 (molte di voi non erano ancora nate) e il libro è la storia della sua vita.

Perché dovremmo pubblicarlo ?

Perché è un autore sconosciuto, Nessuno se lo ricorda, ma all’epoca corse i 110 ostacoli ad una velocità che gli valse il record del mondo. Vi leggo qualche passo ?

Tutti rispondono si, qualcuno col solo cenno del capo, affettando interesse, via via differenziato.

Quando ho sentito lo sparo – quello dello starter- fin dal primo passo ho capito che avrei vinto quella finale”.

Un mago ? chiede la Garavaglia

No, un atleta ben allenato e incazzato ben bene con l’ostracismo che riguardava i neri, sia quelli che facevano atletica ma soprattutto gli altri.

Non e’ percaso uno di quei due che saliti sul podio salutarono a pugno chiuso, alla stregua dei black panters ? dice Cletus

Un amico, signore, quei due si chiamavano Smith e Carlos, se non ricordo male.

Bene.

Cosa ha di sconvolgente sto libro ?

E’ scritto in seconda persona, signore.

Plurale ?

No, singolare.

Bene, abbiamo mai pubblicato qualcosa del genere ? chiede Cletus ad un’annoiatissima Linda Asbury (che essendo, anch’essa, di colore dovrebbe quanto meno fingersi interessata, invece rimira l’omogeneità del french dato di fresco sulle unghie).

No, signore, è la prima opera di questo tipo.

Cos’altro ha di particolare ? chiede la Garavaglia a Cantarella.

Cantarella risponde: ma succede questo, più o meno intorno a pagina 139,

l’autore dedica un capitolo alla sua storia, vista dal punto di vista degli ostacoli.

In che senso ? chiede la Asbury

Nel senso che sembra dotato della capacità, certo dobbiamo credere fittizia, di dialogare con gli ostacoli, di intrattenere dei colloqui con alcuni di essi.

E cosa gli dicono ?

Beh, qui il testo si tinge di inaspettate note di puro vojueurismo..

Si spieghi meglio, chiede Cletus sempre più interessato.

Beh, ci sono alcuni ostacoli che narrano della bontà delle depilazioni intime delle atlete che li hanno solcati, dilungandosi in un excursus che, quale sia la fonte, a tratti è davvero gustosa.

Beh, dal loro punto di vista, effettivamente…esclama la Tromberry, niente ceretta per le velociste ?

Beh, le sovietiche sono inarrivabili, in questo, ma anche le cubane niente male.

Insomma un testo complesso, ma trovo che questa spruzzata di sesso potrebbe contribuire al successo editoriale, non trovate ? dice un Cantarella poco meno che entusiasta per.

Tutti, in vario modo, annuiscono.

Bene, tiratura e costi.

Abbiamo pensato alle edicole davanti alle scuole, e alle stazioni ferroviarie.

Perche’ ?

Perché un libro cosi solo in quei tipi di rivendite puo’ ambire a trovare lettori.

Lo mandiamo via bluetooth alla Coop, sabato prossimo ? Per fare un test e vedere se magari piace ?

Direi di si ma potremmo anche coinvolgere le edicole degli stabilimenti balneari: siamo prossimi alla stagione e in spiaggia si sa mai cosa diavolo leggere, sentenzia la Garavaglia.

Ok. Allora è fatta.

Il titolo ?

Pensavo a “Willie Davemport, un’autobiografia”,  signore.

Noooooo ! esclama la Asbury. Ci vorrebbe una roba tipo….”Tutti gli ostacoli della mia vita”, oppure, “La mia vita, una corsa ad ostacoli” (se non fosse che gia’ solo dal titolo, per empatia, in questo momento in Italia, conterebbe su milioni di emuli) e ride mostrando un recente capolavoro d’odontoiatria.

Ecco, appunto, il Paese come dicono in tv ha bisogno di riprendere a correre, lo dicono tutti, dice la Liscandrelli.

Insomma, sto benedetto Willie Davemport…

Come fa a sapere che è morto ?

Perché nessuno, finora, ha parlato di diritti ? Da quanto è mancato ?

Dal 2002.

Quanto vogliono gli eredi ?

Non li abbiamo contattati, Signore

Ma come non li abbiamo contattati ? Vogliamo farci sequestrare da uno zelante giudice quel poco che abbiamo ?

Certo che no, signore. Dicono tutti in coro.

Appunto, quindi qualcuno chiami l’avvocato Cazzaniga e gli chieda di darsi da fare per la liberatoria.

 

Ehm signore, a quest’ora credo che dorma ancora, dice Liscandrelli.

Scusate, ma siete sicuri che l’abbia scritto proprio lui ? insinua la Garavaglia.

Vero, incalza la Asbury, chi ci dice che sia proprio di suo pugno…?

E se fosse uno pseudonimo ? esclama una candida Liscandrelli.

 

Sia come sia, è un buon testo, sentenzia Cantarella.

Bene, visto si stampi…something else ?

Tutti si guardano interrogativamente…

Liscandrelli rompe il ghiaccio proponendo un caffè collettivo con la macchinetta dell’ufficio

Cletus, annuisce, sornione…poi si alza, va in bagno, chiude la porta alle sue spalle.

Si avvicina al lavandino e si guarda nello specchio.

Estrae un bigliettino dalla tasca della giacca. Compone un numero sul cellulare…

“Gaja, ce l’ho fatta…hanno abboccato !….Si, quasi tutti….Willie Davenport….ma come mi vengono ?”.

(...segue)

 

((...forse)).

cletus1 at 14:35:00 11 Commenti

22/05/2008

Noccioline

Ieri, complice la pioggia torrenziale ed ininterrotta che da giorni cade sulla città, battuto il record:

per fare poco meno di 10 km.: un’ora e trequarti. La pioggia, si è detto, ha mandato in tilt i semafori dell’Eur della Colombo (a quell’ora lascio immaginare cosa sia l’incrocio di ingresso in città, dove confluisce il traffico di chi proviene dalla Pontina e dalla Cristoforo Colombo, fuori Roma side.

Se fossi iscritto al CEPU, avrei avuto il tempo di preparare un esame.

In rete ci sono software che spergiurano di trovare anche gli sms cancellati. Un’altra barriera alla privacy crollata. E già che l’ansia di farsi i cazzi degli altri pare non conosca crisi.

Entrato in libreria ieri sera, con figlia al seguito. Preso un inedito di Capote (una delle voci più belle che conosco, l’arte di maneggiare scrittura con grazia). Avevo un buono di 30 euro da scalare.

Ho dato un’occhiata ai prezzi dei libri. Il pittore e il pesce, minimumfax, 12,50 euro, l’ultimo di Covacich (Prima di sparire) 16, quello che avrei preso, Oliver Sacks, Musicofilia, Adelphi, addirittura 23, per non parlare della raccolta completa dei racconti di Nabokov, (Una bellezza russa) sempre per Adelphi, 38 euro).

Domanda: vista l’offerta (e la quantita’ ) di titoli, ma quanto cazzo deve guadagnare uno per leggere in questo bel paese ? Poi si lamentano che la gente legge poco. Non ho preso altro.

 

Stato a mangiare a Pane e vino e San Daniele, Piazza Mattei 16, nel cuore del ghetto. Locale sobrio, piatti tipici friulani, ottimo Tocai. Ho chiesto se fosse aperto anche a pranzo.

Sempre ! è stata la lapidaria (ed entusiastica) risposta di una graziosa cameriera.

 

Film: avuta la percezione di cosa significa esattamente l’espressione Villaggio globale. Ieri, sempre sotto la stessa pioggia torrenziale ed ininterrotta, transitando per un paesino della profonda provincia, ho notato sui muri i manifesti pubblicitari di Gomorra (il film). Appena qualche ora prima, non so in quale tg, vista alla tele l’intervista all’autore (Saviano) e al regista, davanti allo sfondo della Croisette, a Cannes.

cletus1 at 08:26:00 8 Commenti

15/05/2008

La bellezza di un qualunque giorno di primavera

fenicottero rosa

 

Hai voglia a dire che i gospel sono una roba buona solo

sotto Natale. Certo non è la stessa cosa che indossare,

per sfizio, un loden a giugno. Ma a me usare le cose fuori

dal loro contesto è sempre piaciuto.

Un loden è un loden è un loden, recitava qualche poesia.

E a me sentire le voci, intonate, e organizzate di neri che

si mettono d'accordo per incidere i loro canti, fa niente

se in una chiesa, in un garage o dentro un'ovattata sala

di registrazione, piace molto !

Fuori, dopo qualche giorno di pioggia, c'e' il sole. E insieme il vento che è come se ti dicesse….Attilio, evita di cantare vittoria troppo presto…se voglio ti sego a letto con la febbre quando e come credo.

Cosi, nemmeno si trattasse di scegliere una rotta per andare in barca, vale la pena non contraddire il vento.

Evitare di snobbarlo, semplicemente, invece assecondarlo, come si fa con i matti.

 

 

La luce accecante mi impone di mantenere gli occhiali da sole, per pigrizia, anche nei rari luoghi al chiuso in cui capito. Poi prendo il cane al guinzaglio ed esco a fare una passeggiata.

Dal simil ipod vinto ad una riffa in parrocchia, escono le note di questi gospel, uno più bello dell'altro. Mi attrae la struttura.

Cosi mentre rimiro il verde brillante dei campi, e il dilagare del giallo, indizio dell'avvento dei covoni che cominceranno a disegnare il paesaggio di qui a breve, mi attardo a considerare la composizione di un gospel-tipo. C'è una base ritmica. Ovvio. Ma questa, essendo il più delle volte composta da voci, mi spinge a considerare quanto esercizio ci sia dietro. Che gran lavoro di accordo delle voci, delle timbriche. Cosi rivaluto quell'oscuro lavoro che è il direttore di un coro di gospel. La gran pazienza che deve avere: capire bene il capitale umano di cui dispone. Esaltare le capacità del singolo e riposizionarle in un contesto “corale”, in forza di un criterio dettato dall'armonia. Le voci di un gospel DEVONO essere armoniche. Le tonalità basse, dominanti per la base ritmica, non devono sovrastare quelle alte, che devono potersi librare come uno stormo di cormorani tenuti in prigionia in una voliera per tutto l'inverno.

 

 

Per grazia, sarebbero da preferirgli i fenicotteri rosa. La quintessenza dell'eleganza. Ma dubito sappiano qualcosa di gospel, i fenicotteri.

Insomma, ho portato alla toeletta Ares, il mio fedele boxer. 25 euro senza nemmeno scontrino, una scheletrica signora coi capelli biondi tinti, che ad una prima occhiata non sarebbe azzardato ipotizzarla come lontana parente di Crudelia de Mont.

Dopo un'ora li dentro mi ha riconsegnato Ares profumato come un'est europea. Ares mi guardava come fossi un marziano. Erano anni che non lo portavo in toeletta. Lui adora, quando arriva questa stagione, posizionarsi direttamente sotto i getti dell'impianto di irrigazione, in giardino.

 

 

Mentre fa caldo, a piedi, va cosi bene che i gospel, in cuffia, hanno il potere di ridimensionare il gran giramento di culo che ho quando giro in macchina.

Nel senso che il ciclico ripetersi di strofe, la “frase forte” come la chiamo io, che in una sorta di giaculatoria tutti i componenti del coro ripetono, ciascuno con la propria, organizzata, tonalita' di voce, ha un potere ipnotico, che alla fine ti viene da cantarla mentre camminando, fai come hai visto fare a Nicholson, in Qualcosa è cambiato, e vai a tempo, col passo, facendo in modo di posizionarlo esattamente dentro le piastre che pavimentano il marciapiede.

 

 

Ho ripetuto la strada, al ritorno. Stavolta l'inclinazione dei raggi conferiva, se possibile, ancora maggiore lirismo al paesaggio.

I campi, colpiti da quella luce bassa, che c'e' all'alba o al tramonto, quella che allunga le ombre, e con esse i pensieri, ti fa venire voglia di ringraziare qualcuno.

Quel qualcuno, se c'è, che deve essersi preso la briga di organizzare tutto questo: che a quest'ora, in questo periodo dell'anno, con questa luce, allaga tutti i campi qui intorno, e le voci dei neri che cantano il gospel nel simil ipod, il simil ipod stesso, e il mio passo malcerto, e quello di Ares, in questo eterno, caldo, ventilato, pomeriggio profumato delle rose che scoppiano nei giardini, e del deodorante di Ares, che fra un paio di giorni svanirà.

cletus1 at 07:15:00 1 Commento

12/05/2008

Patire, in prima serata

Armata rossa

Torno a casa, indenne.

La giungla metropolitana, consente di questo:

tornare alla base, sedersi su una poltrona IKEA da 99,99 euro, togliersi le scarpe, lanciandole, con discrete capacità balistiche, una sull'interruttore push della tv, e l'altra su quello dello stereo, con la sensazione di aver messo fine, con successo, all'ennesima missione impossibile: aggiungere delle ore remunerate in più su quell'involucro di carta che si chiama busta paga, e aver riportato le chiappe a casa, senza troppo patire.

 

 

Ho sempre attribuito un significato strano al verbo patire.

La colpa è delle lettere che mi scrive, periodicamente,

l'avvocato della mia ex. "I danni che la mia cliente ha patito".

Patire è un po’ morire, avvocà. E sapesse che due palle io, invece. Patire. Ho patito le pene dell'inferno. Altro modo di dire tanto vacuo quanto scenografico. Posto che esista, dubito qualcuno abbia fatto ritorno da un fine settimana laggiù, a meno di non dover percorrere la Salerno-Reggiocalabria, a ferragosto.

Però la frase resiste, e sottende il gran culo che uno si è fatto. 

 

Mentre cerco a tastoni, come ho visto fare su qualche cartone animato, con l'alluce, il catino denso di sali, che dev'esser nei paraggi, mi vanno gli occhi sul video.

La tele è rimasta sintonizzata su qualche emittente sfigata, che devo aver dimenticato in qualche notte raminga e mal dormita, addentando cucchiaiate intere di nutella, disteso sul divano, nella vana speranza di riprender sonno.

Dallo stereo, avendo per sbaglio pigiato il selettore della radio, escono delle frasi che non stento ad individuare come estoni. Quelle di un uomo e di una donna.

Capisco un cazzo, sostanzialmente, di cosa si stiano dicendo.

Ma tant'è provo a capirne il senso dall'infessione. Sullo schermo invece, va in scena una pantomima porno. C'è un uomo di una certa età, lo deduco dalla canizie incipiente, che nudo dalla cintola in su, in calzamaglia nera, una vistosa catena che gli cinge la vita, maschera di cuoio e idem polsini borchiati, ha una frusta in una mano e un enorme cetriolo nell'altra.

Sul letto, inquadrata di spalle, i polsi legati alla testiera, una donna in carne anch'essa e in la con gli anni sta covaccioni, nuda, con un paio di grottesche autoreggenti viola, e sembra anche imbavagliata. Scorrono dei titoli in sovrimpressione: VUOI INTERVENIRE ? mentre l'uomo, che sembra l'omino michelin appena uscito dalla doccia,

continua ad agitare la frusta per aria, CHIAMA l'unonovenove….ect ect.

Alla radio mandano dei cori dell'armata rossa commoventi. I due DJ ora stanno zitti. I fiati e gli ottoni di quello che per un bel pezzo doveva costiture l'orgoglio della nazione tutta, usati come colonna sonora della scena sadomaso,

concedo possano avere un tre, massimo quattro per cento, di complementarietà.

 

D'improvviso mi assale il dubbio che per quanto voglia sentirmi turista in tutta la faccenda, la figura che rappresento, di un uomo, solo, stremato dalla fatica,

tTornato da poco da una giornata di lavoro, i piedi in un catino cui non cambio iI sali da chissà quanto, questa scena alla tele, e i cori dei nipotini di Stalin alla radio,

sia un tutt'uno. Uno di quegli attimi che hai voglia a chiamartici fuori, a dire "c'entro un cazzo io" neanche fossi la pallina del golfista in cerca della sua buca.

 

 

Rompo l'incantesimo. Raccolgo le forze, impavido delle linee nemiche alzo il culo dalla poltrona e spengo, nell'ordine: la radio estone e la tv porno.

Apro una finestra. Afrori di cucina multetnica invadono l'appartamento (in quello del piano di sotto convivono una dozzina di cingalesi) e l'odore di cipolla è cosi pungente che nemmeno una cisterna di Allure di Chanel potrebbe competere, per tacitarlo.

 

 

Torno alla mia poltrona.

Guardo fuori la luce del giorno che si dilegua, come dopo un picnic in pineta, lasciando gli scarti dove sono.

Penso a tutto questo. Patisco.

cletus1 at 23:00:00 5 Commenti

12/05/2008

Le mani sulla città

No, non è un post-recensione dell’omonimo film di Franco Rosi. Sono due considerazioni su questa puntata di Report (qui, per chi volesse, c’è il podcast), che è andato in onda qualche domenica fa.

Il senso di nausea è, come nel caso di alcuni medicinali, a lento rilascio. Cosi, sono giorni che mi ostino a pensarci. E, impotente, a chiedermi perché.

Voglio lasciare da parte qualsiasi commento “politico” alla faccenda. Mi domando come, da parte di chi è preposto dalla collettività a gestire la cosa “pubblica” possa esser disatteso in questo modo, l’interesse generale a favore di quello privato di un pugno di esseri umani, che si sono arricchiti costruendo case (e dai quali il massimo che ci si possa aspettare, come esempio fulgido della propria cultura, è che diano, come usava nel medioevo, il proprio nome in un sussulto d'onnipotenza toponomastica, a quartieri dormitorio nati dal nulla).

 

 

L’indifferenza, è questo, in estrema sintesi, l’elemento che salta agli occhi. L’indifferenza alla qualità della vita della gente, ossia dei datori di lavoro: i cittadini che attraverso il loro voto hanno delegato gli amministratori a gestire il bene comune. E, insieme, il senso della totale inutilità delle regole. Siamo all’apoteosi: le regole (un Piano Regolatore Generale che mancava dagli anni ’60)

faticosamente votate pochi mesi fa, sbandierando questo come il risultato (democratico ?) della consultazione di tutti i vari comitati di quartiere (tentativi, balbuzienti, di controllo sociale e particolare), e subito dopo, grazie ai cosiddetti “accordi di programma” lo svuotamento di dette regole.

Avvilente, nel servizio, il paragone con altre realtà che certo non si trovano su Plutone, come Parigi e Madrid, dove al concetto di “programmazione territoriale” danno ben altra importanza. Partendo da quella elementare regola urbanistica (che pure qualche anima pia ha sentito il bisogno di inserire già dal programma dell’omonima materia, negli ultimi due anni del corso di studi per Geometra) che vuole siano prima realizzate le infrastrutture (strade, fogne, servizi, scuole, connettività alla rete di trasporto pubblico) e solo successivamente le abitazioni.

Nella più generosa delle ipotesi, esplode con tutta l’evidenza possibile il dilettantismo degli amministratori.

A personaggi cosi risulterebbe arduo mettere in mano già le sorti di un condominio. Figuriamoci quelle di una città che non ha eguali al mondo (non ne faccio una questione di colore: registro solo il fatto che essendo governata, da tempo, da forze cosiddette di sinistra questo può solo costituire un’aggravante)..

 

Eppure, sarebbe da recuperare il concetto di felicità. E la felicità è non doverci mettere le ore per andare e tornare dal lavoro, la felicità è poter far vivere i propri figli in quartieri moderni, sicuri, dotati di servizi. La felicità, allo stato degli atti, è solo quella dei costruttori, che hanno messo le mani (preventivamente ?) anche sui due maggiori quotidiani della capitale, che di sicuro tutto possono fare, tranne che dare corretta informazione circa il sacco che stanno facendo costoro, al cui confronto quello perpetrato dei lanzichenecchi va considerato alla stregua di un picnic.

E la gente ? La gente sbuffa, smadonna, subisce, inerme. Poi, certo, ognitanto si ricorda che un’arma (spuntata, d’accordo) ce l’ha. Li manda a casa !

cletus1 at 06:37:00 6 Commenti

05/05/2008

Venti di guerra dal quadrante orientale.

Esula dai compiti di questo blog, l'onere di tenere traccia delle bizzarrie che pervadono l'agire quotidiano del tenutario. Ma, credetemi, è davvero un periodo assurdo. Dando circa duemilacinquecento euro, il ricavato della vendita dei pneumatici di un grazioso garage condominiale, in cui Harold fa il guardiano notturno (almeno fino all'altra notte), ad un notaio online a cui è bastato per identificarmi un pdf della mia carta identità, ho fondato la Cletus Production.

Gli Studios sono stati ricavati riadattando una cantina densa di cianfrusaglie, che poi, pressappoco, è tutto il mio passato. Una targa di plexiglass, con una scritta "Cletus Production ltd" appunto, campeggia a lato dell'ingresso, la cui grafia, per stare nelle spese è stata incisa con un chiodo del 12 debitamente arroventato, risulta certa come quella di un ubriaco al quale hanno messo in mano una montblanc, con poco inchiostro.

I vicini, è da qualche giorno, che mi guardano in modo strano. Trovano buffo, forse, che abbia cambiato lavoro e che tuttosommato non si è mai visto uno Studios cosi poco affollato. Anche il postino, si è accorto della targa e mi sembra che abbia accentuato la deferenza. Ricevo molta corrispondenza. In genere si tratta di dvd o cdrom, con i demo che devo visionare. Ne arrivano diverse decine ogni mese. E' un buon ritmo, mi ha detto un amico che a tempo perso fa l'editor, in nero. Cosi, quando non so che fare, mi butto in poltrona, attrezzo un catino coi sali, e mi sparo sulla parete, grazie ad un video proiettore la cui lampada ha un costo pari a quello di una settimana in una beautyfarm, i dvd delle opere che mi arrivano.

Ieri sera ho inserito un dvd nero. Nel senso del colore del dvd, non del contenuto. Dopo gli immancabili titoli di testa, trattandosi di roba autoprodotta in genere è una pura formalità, la storia ha inizio. Un ragazzo viene avvicinato da una banda di ragazzotti, non proprio dei boyscout, che al rifiuto di offrigli una sigaretta lo pestano a sangue. Il video dura pochi minuti. Le scene sono ben fatte, gli attori recitano proprio bene la parte della rissa, e gli effetti speciali sono verosimili. Sebbene la qualità delle riprese non sia eccelsa, mi sono complimentato con il regista per l'effetto "telecamera nascosta da istituto bancario per prevenire danneggiamenti al dispenser di denaro". Siccome mi sono ripromesso di rifuggire da qualsiasi opera inneggiante alla violenza, in specie se gratuita, ho messo via nella cartella "da valutare, in seguito", e ne ho inserito un altro.

Questo era carino, invece. C'erano delle ragazze che si truccavano nel bagno di un locale notturno. La pista audio riportava abbastanza fedelmente il baccano proveniente dalla sala. Musica house, della peggior fatta. Le ragazze, quasi tutte avvenenti, dal vago aspetto est europeo, dopo aver disposto del borotalco su degli specchietti da trucco (quelli che si tengono in borsa) se lo passavano, ridendo, e annusandolo con forza. Ho pensato fosse per evitare di avvertire gli sgradevoli odori di sudorazione molesta che si sprigionano con il ballo, soprattutto quello dettato dai ritmi bombardanti della musica house. Ah, di carino c'era il fatto che qualcuna, nel mentre, si aggiustava il reggiseno o sistemava la minigonna. L'ho messo via e catalogato nella cartella "milano da bere". Ultimo dettaglio, nelle sequenze verso la fine, si vede inquadrato un tipo alto un metro e trenta, dall'aspetto sudamericano, forse peruviano, che brandendo un'arma minacciava tutti profferendo parole che reputo irripetibili, stante la convinzione con la quale pronunciate e l'aria decisamente incazzata.

L'ultimo dvd che ho inserito, riguardava un incidente su una pista motociclistica. Un pilota di moto, piegando per prendere una curva, toccava col ginocchio la pista volando a duecento all'ora per aria e atterrando in maniera violenta. La scena era al rallenty, ed in tal senso è subito scattato il rimando mentale a certo Pekimphah Sam, che nel genere era un'artista, il pilota ruzzolava scompostamente, battendo ripetutamente il capo. Tanto spettacolare la scena quanto forte il sospetto fosse finta, girata con la compiacenza di un provetto stuntman, o al peggio con il migliore dei manichini coi quali vengono realizzati i crash-test dalle case automobilistiche. La scena seguente ritraeva lo stesso pilota o stuntman o dummy, che, soddisfatto si aggiudicava il quarto posto nel gran premio. L'ho archiviato nella cartella "Inverosimile".

Stanco di immagini, sono passato ai testi. Ho stampato un manoscritto arrivato in pdf per posta elettronica. L'autore, Adelmo Cantarella. un impiegato ministeriale, in pensione ha tenuto a precisare. Il titolo (gia' sentito) La Cina è vicina. E' una storia ambientata a Roma nel 2020. Nel frattempo è stata rimossa la teca di Meyer, il raccordo è stato raddoppiato, via Veneto è un tripudio di lanterne rosse. A Piazza Venezia stazionano solo risciò, e delle mongolfiere variopinte sostano in Piazza San Pietro night and day: per pochi spiccioli (l'euro nel frattempo è andato in soffitta: si batte moneta dell'Impero Cinese) ti portano a fare il giro della Capitale, consumazione di involtini primavera a bordo compresa. E'la storia di una coppia di ragazzi che nella vita lottano per diventare qualcuno e alla fine ci riescono. Ho pensato che l'autore fosse fresco di lettura de La Paura e la Speranza, ma l'impianto è buono, e in alcuni tratti, la prosa, ricorda il miglior Salinger.

Forse lo pubblico in bluetooth.

cletus1 at 00:52:00 4 Commenti