28/03/2008
Storie di bassa (bassissima) editoria. Part IV
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Nel salotto pitonato del boss della Anthulium edizioni, primaria casa nazionale con catalogo vertente su preziosi lavori di architettura ellenista, è in corso una riunione di redazione. Cathia Alfonsetti tamburella nervosa le lunghe unghie rosa, laccate da poco, e ricoperte di strasse, mentre con l’altra mano cerca di sistemare le cartelle, rimandando a memoria i punti dell’intervento che sara’ chiamata a breve a fare, dinnanzi al suo capo supremo dottor Manlio de Finetti. Manlio de Finetti, affetta somma indifferenza, continuando a rimuovere profonde righe di nero da sotto le unghie con l’ausilio di un biglietto da visita dell’ Anthulium. La segretaria, Amelia Bassetti, pensionata assunta in nero, avvolta nel suo tubino nero d’ordinanza (era stata un’esplicita richiesta del capo, “o cosi o non se ne parla”…) contro qualsiasi regola di buongusto (in una donna della sua età) barcolla su un paio di decolté con un’altezza di tacco tale da richiedere apposito check-in, prima di calzarle, fa avanti e indietro fra la sua postazione, l’apertura della porta agli ospiti, e la sala pitonata.
Verso le sette e trentotto, (altra caratteristica della casa editrice quella di indire codeste riunioni in orari bizzarri), deponendo un biglietto utilizzato per il manicure di poc’anzi, Manlio de Finetti, che momentaneamente è passato alla detergenza degli interstizi dentali a mezzo apposito tagliacarte, affilatissimo, da inizio ai lavori.
Bene, come del resto saprete, avendo ricevuto per tempo la scaletta della riunione, stamattina dovremmo decidere il varo di una nuova collana. Il motivo è presto detto. Visto come stiamo combinati a strade e tempi di percorrenza delle stesse, alla luce dei modesti risultati di vendita dell’ultima trimestrale, e consapevoli delle attuali tendenze del mercato editoriale nostrano e non, di cui all’urbanistica frega un cazzo a nessuno,
EBBENE (qui il tono della voce, teatralmente, è una manciata di ottave più alto), quest’oggi abbiamo deciso di aprire, alla stregua di una multinazionale, un altro brand. Domande ?
La sala è ammutolita. Nel frattempo sono arrivati due lettori Moldavi, assunti anch’essi in nero da poco, la cui competenza se ha qualche chances nell'ambito della letteratura russa, per quella occidentale è pari a quella di Vanna Marchi per l’astrofisica.. C’è anche un colonnello dell’aviazione in pensione, certo Crainel Fonbensis, vero e proprio finanziatore nonché socio di maggioranza dell’Anthulium che, dismessa l’uniforme, sfoggia jeans e rayban come deve aver visto fare nel famoso telefilm Avventure in elicottero (e da allora mai più accesa una volta la tivu, facendone una sorta di vanto).
De Finetti riprende. Bene, passiamo alla disamina degli elaborati che ci sono pervenuti, per il varo della collana “More and more”, Cathia cosa abbiamo ?
Ehm, Cathia si risveglia dalla composizione ritmica che stava eseguendo a bordo delle unghie tamburellanti, e apre la cartellina che ha continuato ad accarezzare fin li…Si, capo, abbiamo qui il testo, l’unico che è pervenuto e che ha superato i test del nostro comitato di lettura (i due moldavi anzidetti).
Qualcuno vuole un caffè ? irrompe senza alcun senso del tempismo Amelia Bassetti.
Uno sguardo del boss la incenerisce, costringendola a tornare alla sua scrivania, defilata, sulla quale sta verbalizzando la riunione, con un’ufficialità da far invidia a quella di uno studio notarile di grido.
Cathia, la prego (davanti agli altri le da sempre del lei, quasi a fugare qualsiasi sospetto, più che fondato, che i motivi per i quali, a volte, si trattengono, soli, più del dovuto, in ufficio non siano strettamente professionali).
Beh, capo insomma questa è un’opera prima di un esordiente. Come si chiama ? Cletus, capo. E di cognome ? Non ce l’ha .
In che senso ?
Nel senso che è uno pseudonimo. Ah, dice il capo Ah, dice il colonnello Folbensis Ah dicono anche, all’unisono, i due moldavi (che in realtà lo sapevano già avendo selezionato loro il lavoro). Bene, come si chiama questo lavoro ? Autostrade per Damasco, capo. E’ una mappa turistica ? chiede De Finetti No
Un road book ? chiede il colonello, dando sfoggio di rudimentali nozioni di inglese (il massimo è stato interpretare ON OFF a margine dei bottoni del cockpit degli elicotteri che ha sempre guidato).
No E’ un libro strano, capo. In che senso ? (pare sia la sua domanda tipo, quella ricorrente quando i tre neuroni e mezzo che giocano a burraco in qualche recondito angolo del cervello si riposano…per prendere tempo ed elaborare il senso della risposta ottenuta). Nel senso che costituisce un genere a se, capo. Bene, di che diavolo si tratta allora ? Vi ricordo che investiremo tanto su questa nuova collana (e dicendolo guarda in tralice il colonnello che ha, ben saldi, i cordoni della borsa, attualmente). Ma niente, capo, l’autore ha preso a prestito le scritte nei cessi pubblici, sa quelli degli autogrill, dei centri commerciali, ha annotato i numeri di telefono, ha enucleato tutte le perversioni possibili ed immaginabili, ha effettuato, e me lo lasci dire, è questa la parte più divertente del testo, innumerevoli telefonate, organizzandole in microcapitoli. In altre parole (e riprende fiato ad arte mentre continua a tamburellare con le unghie al neon…) è un viaggio attraverso questo microcosmo di devianza, emarginazione, vera e propria follia in qualche caso. Me ne citi qualcuno…dice, interessato… Mah a pagina 106 per esempio, c’e’ la trascrizione di una telefonata con un erotomane che induce le sue partner, consenzienti, a calzare nude, dei collant bianchi, disporsi sul letto incatenate, e assistere passivamente alla lettura di brani della Bibbia, di Omero e delle metamorfosi di Ovidio, mentre lo stesso, nudo, con un cappuccio di cuoio nero, e frustino in mano richiede alle sue vittime di ripetergli i brani appena letti. Devo averlo già letto da qualche parte, fa, pensieroso, il colonnello…(*) Va bene, e dov’è il godimento ? Beh, fa ridere, no ? E in fondo è questo che vogliono i lettori, capo. Ci sono altri passi ? chiede, impaziente il colonnello. Si, c’e’ il resoconto di una telefonata con una povera vecchina il cui numero di cellulare appariva in calce ad un annuncio di partouze. Cosa c’e’ da ridere. Niente, capo, è che la vecchina, una ottuagenaria di Battipaglia è anche sorda e riceve telefonate solo da un numero ristretto di nipoti ansiosi più che altro di metter mano all’eredità. L’autore continua a fingersi interessato all’incontro, la vecchina, poverina non capisce cosa sta dicendo, e continua a ripetere i valori della misurazione mattutina della pressione, l’autore li scambia per un altro numero di telefono, che dopo averlo composto, gli procura un appuntamento con una escort di Agrate brianza, laureanda in lettere antiche… Ah, la cultura, la cultura…sospira il Boss… Per voi tutto bene ? chiede ai moldavi…. Quest’ultimi si limitano ad un rapido cenno del capo, in sincrono, con aria severa e insieme divertita… Bene, preparatemi una lettera di contratto tipo e convocatemi l’autore per le tre e venti di domani. Nessuno chiede se di mattina, o pomeriggio, sapendo che l’Anthulium, da sempre, il venerdì pomeriggio è chiusa per la consueta partita di golf del capo, Manlio de Finetti.
(...continua, forse).
(*)Willard e i suoi trofei di bowling, Richard Brautigan |
26/03/2008
Eden Express di Mark Vonnegut
| Devo impegnarmi di più. Voglio affrancarmi dal fascino suadente delle fascette, in questo caso: di un fottuto bollino “libro Numero Uno secondo l’associazione dei librai americani”. Complice un cognome importante,(figlio del più celebre Kurt, recentemente scomparso), e una copertina che ricorda quella di Gianburrasca (verde con lettering svolazzante in nero) ho preso questo testo ad occhi chiusi. Malgrado tutto questo, non ne sono pentito, il libro vale.
E’ il diario, scritto con un’immediatezza efficace, degli anni giovanili di M.V., collocati in quel marasma sociale che si colloca alla fine degli anni ’60.. M.V. è un brillante diplomato che vive il peso di una ribellione scritta nel suo DNA, come molti suoi coetanei. Medio borghese, la sua è una condizione sociale che lo porta a sviluppare, unita ad una spiccata sensibilità, un forte senso critico verso il credo imposto dalla società. Di sottofondo, il Vietnam, Berkeley, con tutto l’armamentario di proteste, droghe allucinogene, rock e credenze orientali.
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23/03/2008
Pioggia di marzo.
A Roma, sono praticamente circa 72 ore che piove.
Con rapide soste, fra uno scroscio torrenziale e l'altro.
Pasqua bagnata, che ti costringe in casa.
Cosi, complice uno spot di non ricordo più quale compagnia,
ho ri-scoperto questo piccolo gioiellino di Mina.
Molto, molto, in tema, con la giornata, con questo marzo fetente.
TESTO:
E Mah è
Forse
E' Quando Tu Voli
Rimbalzo Dell'eco
È Stare Da Soli
È Conchiglia Di Vetro,
È La Luna E Il Falò
È Il Sonno E La Morte
È Credere No
Margherita Di Campo
È La Riva Lontana
Artù Babau E La Fata Morgana
È Folata Di Vento
Onda Dell'altalena
Un Mistero Profondo
Una Piccola Pena
Tramontana Dai Monti
Domenica Sera
I Contro ed i Prò
È Voglia Di Primavera
È La Pioggia Che Scende
È Vigilia Di Sera
È L'acqua Di Marzo
Che C'era O Non C'era
È Si è No
È Il Mondo Com'era
È Madamadorè
Burrasca Passeggera
E’ una Rondine al Nord
La Cicogna La Grù,
Un Torrente, Una Fonte, Una Briciola In Più
È Il Fondo Del Pozzo
È La Nave Che Parte
Un Viso Col Broncio
E Stare In Disparte Spero Credo
È Una Conta è Un Racconto
Una Goccia Che Stilla
Un Incanto Un Incontro
È L'ombra Di Un Gesto,
È Qualcosa Che Brilla
Il Mattino Che è Qui
La Sveglia Che Trilla
È La Legna Sul Fuoco,
Il Pane, La Biada, La Caraffa Di Vino
Il Viavai Della Strada
È Un Progetto Di Casa
È Lo Scialle Di Lana,
Un Canto Cantato
È Un'andana
È Un'altana
È La Pioggia Di Marzo,
È Quello Che è
La Speranza Di Vita Che Porti Con Te
È La Pioggia Di Marzo,
È Quello Che è
La Speranza Di Vita
Che Porti Con Te
È Mah È Forse
È Quando Tu Voli
Rimbalzo Dell'eco
È Stare Da Soli
È Conchiglia Di Vetro,
È La Luna E Il Falo’
È Il Sonno E La Morte
È Credere No
È La Pioggia Di Marzo,
È Quello Che è¨
La Speranza Di Vita Che Porti Con Te
È La Pioggia Di Marzo,
È Quello Che È
La Speranza Di Vita Che Porti Con Te
Trad. Omar Calabrese. Brano originale di Jobim.nei commenti (?)
16/03/2008
Onora il padre e la madre

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Before the Devil Knows You're Dead
Cerca di morire qualche minuto prima che il diavolo venga a prenderti.
Sydney Lumet ha ottanta anni. Molto ben portati se a quest’età è ancora in grado di sfornare piccoli gioiellini come questo “Onora il padre e la madre” (decisamente meglio il titolo originale Before the Devil Knows You're Dead ), uscito nelle sale in questi giorni.
La storia: Una famigliola della middle class, Due fratelli (i protagonisti), uno dei quali è Philip Seymour Hoffman, in una delle sue più riuscite interpretazioni,. ordiscono una rapina ai danni della piccola gioielleria dei loro genitori. Un colpo che andrà male, dando inizio ad una sequenza di violenza nella quale il pathos cattura, attimo dopo attimo. “Pei i primogeniti è sempre più dura !” sentiamo dire, all’aziano padre, ancora ignaro circa gli autori effettivi della rapina in cui ha perso la vita la moglie (e madre dei due protagonisti).
Un Philiph Seymour Hoffman, che lavora in un’agenzia immobiliare come contabile, ha un matrimonio mediamente alla frutta, con un’avvenente quarantenne (che proprio perché avvenente, nonché quarantenne ha una relazione con il di lui fratello), si reca con puntualità da travet in un appartamento gestito da un efebo cinese che si sostenta iniettando nelle vene dei graditi ospiti dosi cospicue di eroina. Il fratellone ha l’idea…mettere in mezzo il fratello più piccolo, a sua volta immerso in un tot di casini, a corto di soldi e in perenne arretrato con gli alimenti alla ex moglie e padre, in bolletta, di una graziosa (ma carognetta) bambina.
Insomma, la storia che Lumet scodella, brilla se non per la trama in se, per la capacità di rendere il disfacimento di una famiglia, dietro alla parvenza di uno status sociale confortevole quanto falso.
Allora il riscatto, con una scena che mi ha ricordato quella finale di Million Dollar Baby….con una differenza: lì era una mano caritatevole a staccare la spina di una pugile che era andata oltre nel cuore dell’allenatore Eastwood, posizionandosi nei dintorni del rapporto filiale. Qui, mi sembra, a prevalere è una sorta di giustizia del taglione (non a caso la famiglia è vagamente hyddish).
Toccante, e duro. Fa male, ma ne vale la pena.
Piccola notazione stilistica. Il montaggio. La struttura narrativa ricorre a continui flash back, che si sovrappongono alla narrazione, con un intenso utilizzo delle didascalie. Non è proprio il massimo, cosi mi hanno insegnato in uno scalcinato corso di sceneggiatura, qualche anno fa. Ma qui è essenziale per tentare di ricostruire lo sviluppo dell’azione corale dei protagonisti, e per muovere meglio, motivare la scansione temporale.
Insomma, un grande ritorno, dal regista di Un pomeriggio di un giorno da cani. Ottant’anni ben portati e una lucida capacità di leggere nella filigrana di quel microscomo di conflitti che è la famiglia, a tutte le latitudini. |
15/03/2008
Touch di Regina Huebner
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Regina Huebner fa delle cose che mi piacciono. Possono inquietare, ma davanti alla capacità di far fare ginnastica a quei quattro neuroni che mi sono rimasti, le devo essere grato. Questo filmato è stato girato, come il precedente che trovate QUI, all’EUR, in una galleria ospitata in un austero palazzo di marmo, dove davvero non ti aspetteresti di trovare qualcosa di animato che lo sottenda. Diceva un mio amico, ortopedico, gli arti ci trasmettono informazioni, sono la nostra propagine ma insieme tutto ciò che abbiamo, attraverso la capacità tattile, per poter capire l’altro da noi. Qui c’è una sfera. Non offre alcun appiglio, per definizione. Eppure il gioco delle mani, che la sfiorano, l’accarezzano, cercano invano di serrarla, ci dice della nostra presunzione, che pure, violando regole auree di geometria, tenta di stabilire un contatto, dove il concetto di possesso è bandito. Due entità distinte, non sovrapponibili, eppure funzionali. Siamo nell’area del gioco, subito dopo la caduta di tutte le nostre, spesso inutili, sovrastrutture. Mi piace !
autore: regina huebner titolo: touch 2008 music: Outrage at Valdez (Frank Zappa da The yellow shark) |
10/03/2008
Here comes the sun
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Torno a casa tardi, accendo la tele, stravaccandomi sulla poltrona. |
08/03/2008
Post di sabato mattina, presto.
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Il sabato è una giornata particolare. Non faccio quasi mai un cazzo. Niente sveglie affrettate, niente immersioni nel traffico urbano e non, niente telefonate. E’ come il purgatorio, posto che, a dispetto dell’erase vaticano, sia un luogo tuttora esistente e moderatamente confortevole, meglio e più di un villaggio vacanze zen.
Mi concedo il lusso di non dover accendere nemmeno la tele. Niente notizie di borsa, niente apprensione per il petrolio e per la sua continua ascesa, niente caroselli delle solite facce impegnate a vendere se stessi, un prodotto in scadenza, in vista della prossima tornata elettorale.
Pace, in altre parole. Metto su questo disco, e lascio andare, a ruota libera i pensieri. Cosi mi capita sott’occhio questa innocente notizia.
Di colpo, si spalancano orizzonti inimmaginabili. Mi diverte l’idea che il processo creativo che porta alla genesi di un romanzo, racconto o quel che sia, possa essere carpito da qualche diavoleria tecnologica, che dei buontemponi del MIT o di qualsiasi altra congrega di folli scienziati, abbia la capacità di mettere a punto.
Sto lavorando intorno ad un’idea, sollecitata dall’impiego strisciante di tecnologie nella vita quotidiana, che ruoti intorno e tenga conto delle potenzialità di questi nuovi mezzi. La pubblicazione, ad esempio. Non sarà più necessario stampare alcunché. Niente foreste abbattute per ricavarne pagine sulle quali verranno scritte altre storie (infinite) dagli uomini (e a breve, perché no, anche da gatti, cani, canarini, Fringberger, in questo senso va considerato un antesignano). No, penso a qualcosa che sta nelle strade. Delle antenne invisibili, agli angoli degli incroci, che in modalita’ wireless propalino perle di saggezza, narrativa, saggistica, documentari, video clip, su qualche microchip che ci faremo impiantare nel cervello, poco importa se dalla nascita o poco dopo.
Avremo, cosi, la possibilita’ di percepire nemmeno il testo compiuto, ma un mercato a se sarà costituito dai “cut” (tagli o backstage, come si chiamano nel cinema) che precederono e connotano il processo creativo dell’autore.
Non dovremmo nemmeno fare più la fatica di elaborare noi, con automatismi insondabili, la costruzione dell’immagine che ci proviene dalla lettura.. Mi attrae molto questa cosa, oltre a spaventarmi per i possibili usi impliciti. Ma a breve, la curiosità che uccide i gatti, farà giustizia anche di piccole gioie della vita, come immaginarsi nel testo autonomamente. Se leggo La strada di Mc Carthy, debbo poter esser libero di immaginarmi il paesaggio, avvertire la spiacevole sensazione di trovarmi davvero li, solo in forza della lettura del testo e della successiva rielaborazione dell’immagine che diventerà inevitabilmente “mia”, si scusi il gioco di parole, nel mio immaginario.
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