29/02/2008
Non è un paese per vecchi. Il film.
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Mi arriva un mail, giorni fa. Un amico: Cletus vai a vedere questo film, dovrebbe piacerti. Agosto 07. Girovago, rinfrancato dall’aria condizionata, dentro un’enorme libreria che poi ha fallito e ha chiuso nel volgere di pochi mesi. Arraffo il libro di Mc.Carthy non resistendo alla fascino perverso della fascetta….”da questo libro è stato tratto un film dai fratelli Coen”.
Il libro, come tanti altri, staziona nel ripiano sotto a quello delle bottiglie dei superalcolici. Li frequento poco entrambi, gli scaffali, ultimamente. Cosi stasera mi sono deciso e ho staccato il biglietto.
Piccola premessa. Io odio la gente che parla al cinema. Capisco che non tutti siano in grado di trattenere l’emozione e sentano, impellente, il desiderio di esternarla, come fosse un rito esorcizzante della paura. Ma tutto ciò distoglie, prim’ancora che tradire in modo inequivocabile il tasso di educazione dei logorroici. Quindi se non ho potuto apprezzare appieno il pathos della pellicola è grazie a questa tipologia di spettatori, per i quali caldeggio un massiccio ricorso al blockbuster sottocasa: costa meno, e anche fossero preda di un sussulto che li facesse sentire il bisogno di declamare l’intiero quinto canto dell’Inferno, durante la proiezione del DVD, non rompebbero, sostanzialmente, i coglioni a nessuno.
Ciò detto, la pellicola “gira”. Un impianto abusato, intendo come plot…il cattivo, il bottino sul quale tutti desiderano mettere mano, uno sceriffo buono, l’outsider, più altre figure di contorno. Il cattivo, faccia da vero matto, visto recentemente ne L’amore ai tempi del colera…nei panni dello spasimante respinto e cocciuto della bella Vittoria Mezzogiorno. Buffo vederlo in queste vesti, invece, di uno spietato killer armato di bombola d’ossigeno in grado di sparare tondini d’acciaio calibro 12 mm. Ma della bravura degli attori, manco a dirlo. Un plauso al montaggio, solo a tratti un po’ indugiante, e ad una fotografia, complice il paesaggio del sud degli States, a dir poco strepitosa (bellissime le scene iniziali).
Veniamo al senso. Leggerò il libro, prima o poi…Ma intanto, il succedersi di queste scene suggerisce, in modo un po’ parallelo, forse è proprio una “cifra” delle storie dei film dei Coen, un senso di accettazione. Siamo già oltre la sorpresa, che per carità fa qua e là capolino come in ogni thriller che si rispetti, ma è d’ordinanza…non è lei la prima donna. La prima donna è il senso di rassegnata accettazione di una realtà violenta cui nemmeno un trasognato sceriffo, prossimo alla pensione ed eterodiretto da una saggia mogliettina, sfugge. Cosi elementi fatalistici come il gioco della monetina (se esce testa ti grazio, se croce ti ammazzo), dialoghi asciutti ed essenziali, un pizzico di bon ton, fra tanta violenza per lasciare nello spettatore un tre per cento di speranza, subito disillusa, come quando ci risparmiano il volto dell’outsider, bello disteso su una barella, dentro un obitorio improvvisato, o la scena dell’ammazzamento della di lui consorte, che riecheggia il tatto di Flaubert, ne Madame Bovary, quando lascia intuire al lettore cosa diavolo stia accadendo nella carozza, senza farne cenno alcuno, dilungandosi invece, con estrema eleganza nella descrizione del paesaggio circostante al viaggiare della carrozza. Ecco, piccole cifre, che in qualche modo rimandano, come senso anche all’Uomo che non c’era, altro loro lavoro molto ben riuscito. Insomma, mestiere. Non ho visto gli altri film che erano in gara per gli Oscar. Riconosco però che raramente i giurati della statuetta sbaglino. E’ un lavoro ben congegnato: Mestiere, si dirà. Ma mica tutti sono in grado di farlo, almeno non cosi bene. |
19/02/2008
Frammenti
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Lui ha una macchina fotografica in mano. Lei si muove come la Hepburn, nel suo appartamento, indietro di tre mesi con l’affitto. Sono su una panchina da ore. Lui ognitanto le fa una foto. Lei sorride. Ogni volta che passo lì davanti, correndo, li vedo. La vera macchina fotografica sono i miei occhi, penso. Ma poi accetto l’idea che a suggestionarmi oltre il dovuto sia anche la musica che proviene dagli auricolari del mio walkman.
Penso ai primi film muti. Alla forza delle immagini che fanno a meno delle parole. Guardo questa coppia, ad ogni giro.
Non guardo il contapassi. Ma son li da un bel po. Ogni giro li trovo in pose diverse.
Due giri fa, si stavano baciando, incuranti dei bimbi altrui che gli tiravano la palla quasi fra i piedi.
Un giro fa, lei era in piedi, intenta a parlare al telefono, con qualcuno, facendo ampi gesti con la mano all’indirizzo dell’uomo.
Adesso sono muti, l’uno accanto all’altra. Guardano per terra, fra i fili d’erba superstiti, nella terra consumata dal calpestio di coloro che si sono seduti prima di loro, sulla stessa panchina.
Fa freddo. Ma è come se tutti non lo sentissimo.
Continuo a correre, passo regolare, e fiato pure. Non conto più i giri, guardo semmai, di tanto in tanto, il cardio frequenzimetro che ho al polso. Battito regolare, come se stessi passeggiando. Totale assenza di stress.
Mi godo il paesaggio del laghetto.
Corro. Sono, a mia volta, una foto. |
18/02/2008
A volte ritornano.

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L’indimenticabile ed indimenticato ex Sindaco di Roma, l’On.le Francesco Rutelli ha sciolto oggi la riserva e ha accettato la candidatura a Sindaco di Roma per le prossime elezioni comunali che si terranno ad Aprile.
Intanto, registro questo lessico, come dire ? accomodante…Ora si sciolgono le riserve. Come se costoro, altrimenti impegnati nelle varie professioni, considerassero poco più di un disturbo l’accettazione a ricoprire una qualsiasi carica pubblica. Ci concedono la grazia, in altri termini, in fondo in fondo, sembra lo facciano per noi, che siamo cosi insistenti.
Per quanto mi riguarda, ho ancora nelle ossa le ore passate, immobile, in auto, sul Grande Raccordo Anulare, grazie a costui. Vale la pena ricordare che se ti capita la sfiga che un CIO (Comitato Olimpico Internazionale) elegga la tua città come sede dei prossimi giochi Olimpici, questo avvenga con un preavviso di circa 8 anni. L’allora sindaco di Roma, brillò per il ritardo col quale predispose la città ad accogliere un affaruccio da niente come un Giubileo (quello del 2000). Evidentemente a digiuno della notizia che quest’ultimo, pressoché da sempre, si celebra ogni venticinque anni.
Per i non romani, tutto questo dice poco. Medito, qualora la smemoratezza dei miei concittadini arrivi al punto di concedergli un’altra chances (alla faccia del masochismo), di vendere direttamente la macchina, privarmi di un’abitazione e trasferirmi, armi e bagagli, a Malta, dove peraltro il clima è mite e molto secco. E soprattutto, salvo il fatto che si guida a destra come in tutti gli ex-paesi del Commonwealth, di caritatevoli pressappochisti nemmeno l’ombra. |
18/02/2008
San Valentino (in ritardo)
"i ragazzi che si amano si baciano in piedi"
Jaques Prevert
10/02/2008
Caos calmo, il film.
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Visto ieri sera. Sala stracolma per la gioia dei produttori, evidentemente compiaciuti del gran battage pubblicitario, diretto ed indiretto, che la pellicola, come si conviene, ancora prima della sua uscita, ha suscitato per tutte le storie sulla censura, e poi, via, anche per lo spessore dei protagonisti (Moretti su tutti). Fedele quanto basta al testo di Veronesi, la cifra del film sta nel montaggio. Che non è mai lento, indulgente sul dolore, ma che si compone di frammenti, serie di scene nelle quali ci è agevole farci un’idea del carattere dei protagonisti, di cosa son fatti.
Merita una citazione da manuale di cinematografia, una sequenza montata cosi:
C’e’ Moretti (Luca Paladini) che sta sotto la scuola della figlia. Alza gli occhi al cielo mentre un aereo solca la porzione di cielo che sovrasta l’edificio. La camera poi passa nell’aula della figlia, come in un continuum e lo inquadra, poi allargando a zoom indietro e riprendendo la figlia, spalle alla finestra (dalla quale abbiamo visto Moretti che sta sotto) alle prese con la sua lezione di italiano. Ecco, l’ho trovata un capolavoro di ingegneria del montaggio. Una capacità che nemmeno la più funambolica delle scritture è in grado di generare, per quanto uno si sforzi.
Ho staccato gli occhi dallo schermo durante la scena di sesso tanto discussa. Ho provato a girare lo sguardo sui volti e le reazioni degli altri spettatori. La sala era tutta, in un raggelante silenzio. Nemmeno il rumore di un sospiro di troppo. Tutti concentratissimi e attenti, ognuno forse intento a rimandare a mente, in cuor suo, ricordi di altrettante esperienze. Buffissimo. L’altra cosa di cui sono consapevole è che sono senz’altro diverse le reazioni al film fra chi ha letto la storia e chi no. Allora mi piacerebbe capire cosa, chi non l’avesse letto, ha trovato nel film. Se questo è stato in grado di rendere quell’alone di irrealtà, quell’andirivieni di personaggi nel cortile dove il protagonista ha deciso di spendere il suo quotidiano, sotto la scuola della figlia. Cosa gli rimane, da una storia cosi ? L’avrà trovata folle ? o al contrario realistica, possibile ? Chi legge, ne sono certo, lo costruisce lui il film. Intendo, con l’incedere della lettura, si ricrea delle immagini da solo, ambienta nella sua fantasia, i luoghi, i volti, finanche le espressioni o i toni della voce dei protagonisti della storia che sta leggendo. Un film tratto da un libro che si è letto (vedi recensione abborracciata qui sotto), spiazza. E’ una sostituzione di elementi della fantasia con altri elementi, sempre fantastici, ma generati da un occhio terzo.
Altre domande, mi piacerebbe conoscere (e credo di esserne certo, esiste da qualche parte) che tipo di giudizio ha espresso Veronesi, sull’opera tutta. Se Moretti si sia chiesto se non è più bravo a recitare film d’altri che non i suoi. E ancora, quanto incasserà il film.
Un film palindromo, ecco, come la frase dei topi (i topi non amano nipoti), come si apre e (con la singolare coincidenza di una morte e di un salvataggio, una resurrezione quindi, i due opposti che danzano tutto il tempo) come si chiude, dissolte le nubi delle preoccupazioni del lavoro, della fusione, e l'amarezza del dover riprendere la vita, in modo molto zen, come appunto il nostro,personale, ineludibile CAOS CALMO. |
09/02/2008
Frammenti
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Accorgersi, prendere atto della rappresentazione concreta dell’integrazione razziale.
1. Camminare nel buio della sera, incanalato nel fiume di auto che solca il tevere grazie al ponte sulla Magliana. Lambire coi fari anabbaglianti la sagoma del viso di una bimba, sui due o tre anni, che sorride, inginocchiata sul sedile di dietro, attraverso il lunotto posteriore, alle auto che la seguono, lente. Guardarla distrattamente, e pensare che sia down. Poi fissarla meglio e accorgersi che no. Non è down, ma asiatica. La sorpasso. L’uomo che sta alla guida, ha gli occhi a mandorla anche lui. Assorti.
2. Tua figlia che ti chiede. Papà non morire presto, eh ? Anzi vengo a stare una settimana intera con te cosi se poi muori non avrò il rimpianto che siamo stati insieme poco. Entri con lei da Feltrinelli ed esci con una manciata di libri, l’ultimo della Allende, da regalare. Un minuscolo ed inedito Capote che pregusto di spararmi domenica. Elephant di Carver in lingua originale perché ho bisogno di assaporare il ritmo, prima, molto prima che anche la migliore delle traduzioni lo abbia annacquato. Arraffare una cosa minore di Burgess, solo perché mi sta simpatico. Mia figlia ha scelto un libro per lei.
3. L’altro giorno, in autostrada, dintorni di Firenze. L’auto si blocca, ingoiata in un ingorgo che attribuisci ai perenni lavori o al traffico, intenso, della sera (i fiorentini usano la A1 come tangenziale). Sostare, per un po’, poi spegnere il motore. Gioco un paio di partite al solitario che sta nel palmare. Spengo anche la radio: Isoradio attribuisce la coda a traffico per lavori. Scendo, mi accosto ad un camionista che ha aperto lo sportello e sento che chatta alla radio. In un idioma mezzo friulano mezzo slavo mi dice che no, non è traffico. C’e’ un incidente, due camion, dice, e forse c’e’ anche un morto. Quando dice la parola morto abbassa la voce, quasi bisbigliando.
Risalgo in auto. Continuo a giocare. Trascorro cosi circa un’ora un’ora e mezzo. Poi, lentamente, la fila si rimette in moto. Dopo cinquecento metri passo davanti ai due Tir incidentati. Non so perché mi volto (senza arrecare danno a nessuno, andiamo cosi piano che i tempi di una dinastia Ming, al confronto, sono un giro di pista di Valentino Rossi), mi vanno gli occhi sul muso del camion, accostato come un pachiderma ferito, sghembo, sulla destra della carreggiata. Un lenzuolo bianco con una macchia, non grande, di sangue al centro, copre la cabina, col suo intuibile contenuto.
Non riesco a non pensare a dei bimbi che stasera aspetteranno, invano, qualcuno.
Ho fatto in modo di non oltrepassare i 130 km/h per tutto il resto del viaggio, fino a casa.
4. Ipotizzare una scena surreale da inserire in una qualche narrazione. Due amanti. Lei precaria come poche, ha accettato da poco un lavoro in un’azienda di pompe funebri…”mansioni di ufficio” tiene a precisare. Fanno sesso. Mentre fanno sesso lui ha un infarto e ci resta stecchito. Lei, dopo un attimo di spaesamento, pésca chissà dove un briciolo di senso pratico e prefigura di portare “lavoro da casa” per farsi apprezzare ed accogliere con compiacenza, sul nuovo posto di lavoro, “la mia prima salma, dirà, ho diritto ad una provvigione ?”.
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07/02/2008
CAOS CALMO
ripubblico qui una recensione al testo di Veronesi apparsa su
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Ho ricevuto in dono questo libro per San Valentino (insieme ad un altro libro già recensito qui in bottega).
Sono contento che in Italia ci sia gente che scrive cosi. Che è capace di trasferire su carta, dentro una narrazione, tanti addentellati, come un acquerello della vita che ci circonda. Forse circonda di più un "certo" tipo di gente, forse è un po troppo indugiante sui tic e i vezzi di una "certa" società, e a volte, invero, la tentazione sociologica sembra prendere il sopravvento rispetto all'angolazione, invece, tutta umana, di scavo dei comportamenti, delle reazioni, degli uomini, delle donne, a prescindere dal loro 740. Ma è un vago sospetto, che non invalida, più di tanto, un gran bel romanzo.
La storia per grandi linee è quella di un uomo, professionista affermato, di buona famiglia, al quale, mentre salva da morte certa una donna da annegamento, muore la moglie per un aneurisma. Rimasto solo con la figlia comincia a sostare nel parcheggio sotto la sua scuola, tutti i giorni, per settimane, mesi. E' la storia di una solitudine, della solitudine che però non indugia su se stessa, ma anzi, attraverso la comparsa, come su di un palcoscenico immaginario, di tanti altri personaggi con diversi gradi di importanza nella sua vita, aiutano quest'uomo a ritrovare piano piano se stesso, ad accettarsi, nei suoi slanci d'altruismo, come nelle proprie bassezze, nel confronto con gli altri, sereno, nel viversi nel "caos calmo" gli accadimenti, di lavoro, affettivi, famigliari, che la vita, imperterrita, continua a fargli accadere. Un ottimo lavoro, non banale, anzi.
Ho ripreso e stampato, alla fine del libro, un suo intervento disponibile online, sul sito di minimum-fax. L'avevo letto anni fa e lo trovai un tantino spocchioso, quell'aria, per intenderci, che hanno i capitani dei marines, cosi bene immortalati in tanta filmografia, che col tono grave, a plotone schierato, prima dell'imbarco per il fronte, cinicamente pronosticano in un numero contenuto nelle dita di una mano, quelli che avranno la fortuna di ritornare. E' un paragone forte, d'accordo, ma chi crede può andarselo a leggere, rileggendolo non mi è sembrato cosi brutto, perentorio e carico di cinismo come la prima volta.
Altri lettori ?
Pubblicato da Cletus il 06.09.06 14:13
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07/02/2008
01/02/2008
Italian Graffiti (6) sottotitolo: idee chiare
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