06/11/2007
Donazione di organo
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L’altro giorno sono tornato a casa prima del previsto. Siccome vivo da solo, non mi aspettavo sorprese. Intendo, niente odore di soffritto nell’aria dell’ingresso, niente luci accese, nessun moccioso festante. Appendo le mie cose su un attaccapanni IKEA e quello crolla. Cadendo si rompe in mille pezzi, cazzo, mi dispiace non poter camminare a piedi nudi la notte, e questo e’ un punto della casa da dove devo passare per forza per andare a prendere la nutella nel frigo alle tre di mattina, che e’ una cosa che faccio spesso, oramai anche con una certa dimestichezza. Cosi, mi riprometto di raccogliere le schegge piu’ tardi, ma guardando la tempesta di schegge sul pavimento mi vanno gli occhi su una busta. SPM c’è scritto. Che cazzo ci sara’ mai ? mi sono chiesto cosi l’ho aperta. Dentro c’era un invito per entrare a far parte di un’associazione di donatori di organi. Ma a me, non dico sempre, ma ogni tanto serve ancora, penso. Cosi lascio la busta aperta sul mobiletto (anch’esso di IKEA) vicino all’ingresso di casa. Spengo le luci e vado in salone. Dispongo il cordless, le parole crociate, un pacchetto, cominciato, di sigarette e una bottiglia di arancia amara “san-qualchecosa”, prendo il catino, i sali e un asciugamanino, per dopo, e inizio a farmi un pediluvio. Dopo un po, mi accorgo che manca qualcosa, cosi mi alzo vado in cucina, apro il rubinetto del lavello, faccio scorrere un po, e quando la temperatura arriva a quella necessaria per depilare un cinghiale di tredici anni, ritorno col catino, fumante, nel salone. Metto anche il telecomando dello stereo vicino alla poltrona e schiaccio il tasto PLAY. Ho lasciato sintonizzato, per sbaglio, stamattina, prima di uscire di casa, la radio su una stazione Lettone che legge, ininterrottamente il notiziario, a ciclo continuo. Si alternano le voci di un uomo e quella di una donna. Immagino ci sia del tenero fra loro, visto il tono assolutamente monocorde delle rispettive voci. Sembra una di quelle coppie alla frutta, in procinto di chiedere il conto, ad una graziosa giudice di pace. Ecco, la pace. Immergo le estremita’ nel catino, lancio, senza successo, i calzini usati ad una distanza, stabilita come “giusta” dalla Nato, nelle regole d’ingaggio in merito all’impiego a al maneggiamento di gas cosiddetti nervini. Il cesto della biancheria sporca sembra un quadro di Monet, penso, e poi riprendo a fare le parole crociate. Mentre sto interrogandomi sul significato del nove verticale, cinque lettere, di cui le ultime tre RDA, definizione “spesso saresti disposto a definire cosi la tua esistenza”, suona il campanello. Sto per dire NON CI SONO, come ho visto fare in qualche film. Poi ci ripenso, pensando che, chiunque fosse, non sarebbe mai disposto a crederlo, cosi, mio malgrado, mi alzo. Lascio delle impronte bagnate sul lucido pavimento di marmo del salone. Arrivo dietro la porta e chiedo: Chi è ? senza guardare dallo spioncino. Amici, mi risponde una voce femminile. A quel punto guardo dallo spioncino. Una giovane donna, bionda, occhi azzurri, capelli freschi di parrucchiere, senza orecchini, perche’ mi ci vanno gli occhi subito a me, su dettagli cosi, soprattutto visto che la figa indossa una mascherina di quelle che ti danno negli ospedali quando vuoi entrare in certi reparti. Cedendo alla curiosita’ apro. Entrano due energumeni e la tipa. Sono tutti in camice. Uno dei due ha in mano una motosega portatile. L’altro no, solo un paio di grosse cesoie. Lei, la figa, tiene in mano un frigo di quelli portatili, coi quali ti aspetteresti di andare a fare un picnic anche con tua suocera, posto che ce l’avessi. Ha tutta l’aria di essere come quelle che ti regalano se fai la spesa, a punti, in qualche discount. Senza dire una parola, la tipa inizia a girare per casa. I due tizi mi tengono fermo, a mezz’aria con le mie estremita’ ancora gocciolanti. Dopo un attimo la tipa ritorna e fa un cenno ai due energumeni. Di la’, indicando il bagno. Entriamo tutti in bagno. Fortuna che ho tirato lo scarico, penso, ma poi mi vergogno un po’ per essermi fatto venire in mente questo pensiero proprio mentre mi costringono a stendermi nella vasca. La tipa indossa dei guanti, che non le impediscono pero’ di mantenere una certa capacita’ tattile, cosi mi sbottona la patta e dopo un tot di manipolazioni mi tira fuori l’uccello. L’uccello non ne vuole sapere. O meglio, se fossimo io e lei da soli, che so, su una panchina al parco, saprebbe benissimo da solo come comportarsi. Sentendosi osservato evidentemente ha delle remore, e io con lui, cosi tarda ad ergersi e rimane una cosa a metà fra un wurstel andato a male e un cetriolo bollito poco. Uno dei due dice all’altro…Vado ? e mette in moto la motosega. La figa apre il frigorifero di campeggio ripieno di borse di ghiaccio che emanano un vapore sinistro. L’altro comincia a far scattare le cesoie per l’aria, nel bagno. Chiedo che cazzo di intenzioni abbiano, come se non volessi arrendermi all’evidenza. Fatti i cazzi tuoi, mi risponde, acida, la tipa. Appunto, sto per risponderle, quando uno dei due mi legge il regolamento dell’associazione. Lei e’ stato prescelto, avra’ il merito di aver ridato a qualcun altro la gioia di vivere una vita con una sessualita’ definibile normale. Si, ma a scapito della mia, osservo, che non sara’ un granchè ma è sempre meglio che….Non mi da il tempo di finire che mi vedo arrivare a velocita’ sostenuta un pugno dall’altro tipo, quello della motosega che nel frattempo l’ha messa in moto e chissà i vicini che penseranno che cazzo ci faccio in un bicamere al quarto piano di una motosega alle ventuno di sera, di un giorno infrasettimanale.
Poi mi sveglio. Il notiziario léttone alla radio ha decisamente debordato. Non faccio fatica a capire che ora, i due speaker, stanno magari parlando di chi cazzo deve andare domani a fare la spesa, con lo stesso tono col quale decidono la localita’ delle prossime vacanze. Le parole crociate sono scivolate nel catino, nel quale l’acqua è ormai fredda. Tiro su col naso, e mi accendo una camel senza filtro. Bevo un sorso di aranciata amara, faccio un rotto ciclopico. Cerco l’asciugamano. Mi guardo intorno, non lo trovo. Alla fine lo intravedo parecchio lontano da me, verso il bagno. E’ tutto sporco di sangue, osservo. Mi tocco il cazzo, c’e’ ancora. Che cazzo di vta, mi dico, sollevato. Va tutto bene, tutto bene, mi dico.
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