03/11/2007
Seratina sovietica al Procasma

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Steve Bishop non ha origini umane.
Dico questo non tanto in forza della considerazione che indossa cravatte confezionate ad hoc, immagino da plutoniani che hanno conseguito un diploma in sartoria con dei corsi Radioelettra arrivati chissà come fin lassù, no, Lo dico con piena consapevolezza subito dopo aver ricevuto un invito, stavolta in una busta chiusa, che ho rinvenuto nella mia cassetta postale e sulla quale c’era scritto, con una grafia da est europea, minuta e traballante “A Cletus. S.P.M.”
Ho perso qualche ora di sonno per cercare di interpretare quelle tre lettere appuntate. S.P.M., che diavolo mai avrà voluto dirmi ? Cosi ho telefonato a mio fratello.
Mio fratello ha una laurea, e frequenta gente della aristocrazia nera romana. Chi meglio di lui ? mi son detto. Ma mio fratello non rispondeva.
Cosi, non mi è rimasto altro, insonne, verso le quattro del mattino, dirigermi davanti al fedele PC, accenderlo e interrogare Google, su cosa cazzo fosse sto SPM.
Dopo numerosi link sono arrivato. Sue Proprie Mani, recita un sito di bon ton che, a giudicare da ciò che vedo in giro, non credo sia cosi cliccato. Tuttavia (adoro sempre quest’interiezione), non mi sono perso d’animo, ho rimboccato il plaid vinto facendo il pieno alla Shell ben bene e ho preso sonno. Ho dormito fino alle 19 del giorno dopo, cosi, perché il tempo non è un granchè, ho fatto ponte, e ho il frigo vuoto.
Alle 20 e zero otto, Lampedusa cinquantanove, spaccando il secondo come nemmeno il cronometro di Tod, è davanti al portone. Stavolta, confortato dalla dicitura, in un font grande quanto le clausole accessorie di una polizza assicurativa per talpe, che recitava…”non è indispensabile l’abito formale”, sono uscito con jeans, t-shirt e giubbotto di pelle bianco. La corsa in taxi si è rivelata meno assurda del previsto. L’autista, un cingalese che parlava cosi bene l’italiano da battere gente che sta a Palazzo Chigi, ha sciorinato tutto il tempo tesi su Alan Watt, e su quella, a suo dire, superbia per aver surrettiziamente importato lo Zen anche a queste latitudini.
Ho confutato debolmente, apprezzando invece Sinatra che cantava, di sottofondo, credo dalla radio, Fly me to the moon .
Mi faccio lasciare giusto davanti all’ingresso. I consueti salamelecchi da parte del buttafuori, impeccabile, che con voce hepburniana mi chiede se ho poi avuto modo di vedere il dvd della sua beniamina che mi regalato.
Non ancora dico per scusarmi, allungandogli cinque euro perché poi è stato gentile e mi ha anche aperto la portiera e protetto con un ombrello di quelli che ti regalano se fai la spesa da qualche parte.
Entro nella sala…Bishop mi viene incontro… Ah, ci contavo, stasera non potevi mancare, caro amico mio Cletus !
No, lo sai che vengo volentieri a trovarti. Dico cercando di distogliere lo sguardo dal futurismo dei colori della cravatta, che esplode, insieme con lui, dal doppio petto bianco d’ordinanza nel quale è racchiuso il suo metro e sessanta. Una storia triste su di un trapezista albino, mi viene in mente di scrivere, guardandolo, ma poi ci pensano le tette di Odilia Prandizzi (la ex porno diva ora a capo di una ONLUS per la salvaguardia dei pinguini, orfani, dell’Antartide). Cletus, come stai ? Vieni che ti presento degli amici speciali.
Un omone alto due metri mi stringe la mano a farmi male. Non parla italiano ma capisco che vuole dirmi grazie, anche se non so ancora bene per cosa. Una ex pin up, che fuma una sigaretta al mentolo da un bocchino lungo almeno una metrata. Guanti bianchi quasi all’ascella. Ho idea che ad insistere troppo con lo sguardo si possa incrinare, come una di quelle delicate porcellane cinesi, d’epoca ming.
L’aria e’ densa di incenso. Mi provoca ebrezza, riecheggiano infanzie in oratorio. Tolgo anche questi pensieri di mente, mentre Furia Tromberry mi presenta alla porcellana di prima…E’ la nostra nuova cartomante, non somiglia a Crudelia De Mont ? sto per dirle, si soprattutto per le calze che sono dalmata, e che coprono caritatevolmente, due stecchini che non faccio fatica a credere, al tempo loro, avranno fatto girare più di qualche uomo.
Mi ritrovo un flut in mano, che già la sala pullula di persone. Tutti prendono posto…la musica sfuma e Bishop, accompagnato da Furia Tromberry (ormai assurta ad interim anche alla carica di traduttrice istantanea ufficiale, mantenendo il dicastero delle pubbliche relazioni, e penso che sia lei l’ispiratrice di quel SPM che m’ha tolto il sonno).
Signori, un colpo a sorpresa…vedete quelle gabbie laggiù ? Mi giro verso il fondo della sala, oltre al pitone di sedici metri che riposa in una teca di plexiglass, vedo dei cani compostissimi, come ammaestrati…
Signori, abbiamo con noi il figlio dell’accalappiacani moscovita che ha prelevato la famosa cagnetta LAIKA da un violetto dietro il Cremino, per condurla nel cosmodromo di Baikonur, da dove poi è stato lanciata a bordo dello Sputnik. Oggi cade il cinquantesimo compleanno di quel lancio e ci teniamo ad avere qui con noi un testimone importate di quest’evento.
Mentre mi chiedo insistentemente di quanto sia in rosso, in banca, Bishop per scendere a simili bassezze, l’omone di prima sale sul palco. Furia inizia a tradurre….
Grazie, grazie, è per me un onore esser qui stasera, come una celebrità (fatale, penso, che abbia scambiato il Procasma, per la succursale dell’Olimpià di Parigi).
E giu’ applausi, mai cosi poco convinti.
Signor Gorky, suo padre è in qualche modo entrato nella storia anche lui. Vuol dirci che uomo era ?.
Ah, mio padre amava molto gli animali. Gli ha dedicato la vita. Per lui, il mestiere di accalappiacani era una ragione di vita. Nikita Kruscev una volta gli strinse la mano.”Bravo compagno canile” gli disse. Mio padre trattenne la commozione, non riuscendo a capire bene se si trattasse di un complimento, una promozione, o di niente di entrambe le cose. Sia come sia, mio padre raccontava spesso di Laika, ci si era affezionato. Oggi non saremmo arrivati alla Stazione spaziale se non ci fosse stata Laika.
Ci parli di lei, lo incalza Furia.
Oh, mio padre non sapeva farsene una ragione, O meglio: comprendeva che per ragioni di partito dovesse attenersi alla disposizione…”una cagnetta randagia, mi raccomando, ma che stia bene in salute”. Che lo fosse, mio padre non lo ha mai dubitato. Chissà, forse prevedendo con un qualche sesto senso che questi animali randagi sembrano avere, mi raccontava che la sua cattura si rivelò meno facile del previsto. Lo fece correre, a venti sottozero, per una buona mezzora, per i vicoli ghiacciati intorno alla Piazza Rossa, la beccarono proprio davanti all’ingresso del mausoleo di Lenin, come se subdorasse che era per la patria che dovesse immolarsi.
Suo padre, quando apprese che la cagnetta mori, ancora oggi non si sa esattamente bene a causa di cosa, le disse niente ?
Ah, io ero molto piccolo. Ricordo solo che lo vidi piangere, con la Isvetia in mano, per la sorte di quella povera bestiola. “Ah Laika, Laika, potrai mai perdonarmi ?” diceva, fra un bicchiere di vodka e l’altro. Da allora non si è più ripreso. Credetemi, davvero una storia commovente.
Furia Tromberry ha la voce spezzata. Non l’ho mai vista cosi, e anche in sala qualche signora trattiene a stento le lacrime. Chi sono quei cani ? chiede per rompere la situazione…
Ah, quelli sono dei discendenti di Laika, dice l’omone.
Cosa ci dobbiamo fare ?
Sono in offerta qui, all’asta., per aiutare alcuni canili moscoviti. Una sorta di souvenir viventi.
Penso che Bishop stia davvero tirando troppo la corda…se la cosa si viene a sapere alla ASL stavolta lo fanno chiudere per un biennio…altro che pochi mesi, come l’ultima volta.
Beh…adesso facciamo una pausa, Signore e Signori, Odilia girera’ fra di voi, con un cesto in mano nel quale saremmo lieti depositaste le vostre generose offerte per portarvi a casa un pezzo di storia dell’astronautica…Pensate discendenti di Laika certificate…vero ?(e giù un paio di colpetti di tosse rivolte al figlio dell’accalappiacani moscovita, che di colpo capisce annuendo esageratamente).
Mi rivolto indietro. La donna con le calze dalmata, senza sfilarsi i guanti, sta smazzando dei tarocchi davanti ad un pugno di post ma molto posttelegrafonici.. Tempi duri, dice e scoppia a ridere come a sminuire la premonizione. Uno dei due dice all’altro…”ma l’hai finito da pagà er mutuo ?” E la megera, pronta, “ma che ha finito, questo se li porta sottoterra li buffi”…e giu’ a ridere in un modo sguaiato, inappropriato per la sua algida figura. Avanti un altro, avanti un altro.
Dallo schermo gigante posto dietro al palco scorrono le immagini, seppiate, di Yuri Gagarin che saluta lo stato maggiore mentre sale le scalette che lo porteranno nella capsula. L’audio e’ gracchiante, cosi dal banco del DJ del Procasma, sul quale varrà la pena soffermarsi in futuro, parte una versione mixata del coro dell’Armata Rossa, eseguita dai Leningrad Cowboys, un’accolita di ex tassisti moscoviti dal possente gusto musicale (inarrivabile una loro versione di You Can’t Always Get What You Want dei mitici Stones).
Mi avvicino alla teca del serpente. Lo vedo dormire il sonno dei giusti. E provo invidia, per lui, a fronte dei miei risvegli rancorosi. Ma je l’hai portato er criceto surgelato ? chiede una ragazza tinta nera al suo uomo, un punk cosi pieno di percing da poter esser scambiato, al buio, per la balaustra di Ponte Milvio, quella tempestata di lucchetti. Ma de che ? Che nun lo vedi che sta a dormì ? Ih, e mò ? Mò sti cazzi, intanto l’hai scongelato er criceto, buttaglielo dentro, se lo mangerà quando se sveja….
Si, a primavera, ce lo sai che puzza ?
Perché st’incenso è mejo ?
C’hai raggione, gli dice, dopo aver sniffato su per l’aria come neanche riccioli d’oro quando doveva far finta di commuoversi.
Esco, vagamente nauseato dalla serata. All’uscita prendo il primo taxi.
Stavolta solo.
Un autista erudito mi parla per tutto il tempo de La strada di McCarthy….
Arrivati alla fine della corsa, mentre gli dico di tenere il resto, mi guarda e mi chiede: ma lei lo apre mai almeno un libro all’anno ? Dottò ? |







