28/10/2007
Second life
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Sono tornato da un breve viaggio. Al mio rientro ho trovato centinaia di email spam ricevute, e bloccate una per una (cosa che mi impegna per diversi minuti e mi sento tanto un coglione, nel farlo, consapevole che a nulla serve, tanto la vita media di un account di posta è diventata di qualche settimana, prima che cada nelle fauci di qualche cacciatore, ora anche automatico, di indirizzi email validi). Insomma, mentre scartabellavo le mail, sono sobbalzato quando ne ho trovata una il cui mittente (giuro !) è Steve Bishop.
Ora, omonimia a parte, per i non udenti, questo nome di fatto non mi è nuovo. E' il nome di un personaggio che ho inventato, il titolare del Procasma, locale inventato anch'esso, ma anche in questo caso sono impazzito notti fa, insonne, quando ho accesa la tele e scorrazzando fra canali privati locali ne ho beccato uno con un programma girato nei locali più trash dei dintorni di Roma, nei quali un conduttore che è tutto un programma, somiglia, o vuole somigliare, nella migliore delle ipotesi, ad un Bono cui si sono dimenticati di presentare il resto degli U2, intervista questa umanità di carrozzieri o ex macellari rinconvertiti nel sordido mondo dell'entertainement, con esiti esilaranti, e che mentre parla magnificando i plus dei vari locali, palpeggia pesantemente le chiappe di qualche semi avvenente zoccola est europea.
Bishop, quindi, mi scrive. Fatale abbia pensato a Camilleri quando raccontò di aver ricevuto una lettera firmata Commissario Montalbano. Ma la cosa autorizza qualche pensiero appena più approfondito.
L'ho interpretata, sulle prime, come un preoccupante segnale che la mia testa stia andando. A forza di divertirsi a rintracciare corto circuiti fra un reale sempre più fiction e una fiction sempre più ansiosa di somigliare al reale (a volte riuscendoci a malapena), trovare una mail scritta da un omonimo di un mio personaggio è un monito da non sottovalutare.
Second life, praticamente. Una realtà parallela, terrificante, nella quale i personaggi prendono vita, rivendicano un ruolo, una capacità di agire al di la delle volontà asfittiche dei loro autori. Ho prefigurato stuoli di aficionados di Melissa P. che attendono sotto casa, in quel di Lucca, il buon Toni, reo ai loro occhi di aver invalidato, con una critica tanto spietata quanto spassosa, il lavoro della loro beniamina. Steve Bishop, quello che mi ha scritto, mi consiglia caldamente l'acquisto, presso di lui, di ritrovati farmacologici che promettono di prolungare l'erezione. Anche il Bishop del Procasma sarebbe capace, per arrotondare i magri incassi del locale, di fare altrettanto. Io, in effetti, data l'età, il fumo e quant'altro, non ho remora alcuna a confessare di avere sometimes qualche problemuccio in questo senso. Trovare questo email nella posta elettronica l'ho interpretato come un'eventualità da tenere presente qualora, in un futuro nemmeno tanto remoto, la faccenda dovesse complicarsi.
Second life, è già tra noi.
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24/10/2007
Il limbo degli spot
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L’aria qui dentro è fredda. Fango dappertutto, e soprattutto, grigio ovunque. Non c’è sole. Grandi spazi, distese, soprattutto capanne. Qualche caverna. Ombre si aggirano, in gruppo. Talora da sole, stagliandosi su un orizzonte avvizzito come le tette di una ex pin up ottuagenaria..
Le figure si sfilacciano, ognitanto si riaggregano.
Questi i dialoghi. Anche tu qui ? Si. Che è successo ? Abbiamo tirato troppo la corda, presumo. Già. Che facevi, prima ? Di tutto, soprattutto alimentari, e tu ? Prodotti finanziari. Io telefonia, aggiunge un altro che ha le sembianze di Abbatantuono, con un cagnolino che gli piscia sui pantaloni. Che ne sarà di noi ? Abbiamo tirato troppo la corda, ripete l’uomo,
Ci hanno confinato qui, ce la siamo voluta.
C’e’ un responsabile ? Credo di si. Chi ? I creativi. I creativi ? Si, hanno insistito troppo. Zitti, ecco che ne arriva uno…
Si avvicina un’ombra, in jeans e camicia bianca. Agita una matita nell’aria.
Nell’altra mano ha uno story-board di uno spot che non girerà mai. Funziona, funziona, ripete, soprattutto a se stesso.
Poveraccio, dice uno degli uomini, che non è quello che somiglia ad Abbatantuono.
Non guadagnavi abbastanza ? gli chiede uno di loro. Hai vilipeso l’Oscar che t’ha procurato Salvatores, te ne rendi conto ?
SILENZIO
Che bisogno avevi ? Eh ?
SILENZIO
Non guadagnavi abbastanza ? Che bisogno avevi ?
Io non ne avevo, cercavo di interpretarli, i bisogni. Quelli degli altri ? Si. E poi ? Poi, nulla. Qualcosa non deve aver funzionato: abbiamo tirato troppo la corda. Ma erano reali, questi bisogni ? Non chiedermelo, io eseguivo gli ordini, mi attenevo ad un copione. Copione scritto da uno di quelli ? e indica l’ombra di prima che continua a dirsi Funziona, funziona, girando in tondo, nel fango.
E adesso ?
Adesso siamo qui. Tutte le voci degli spot radiofonici del mondo, anime che girano in tondo. Ce la siamo voluta. Dovevamo pensarci prima. Prima ? Si. Quando dovevamo chiederci con quale diritto siamo entrati nelle gionate degli altri, instillandogli bisogni, tanto suadenti quanto fittizzi e imperativi, nel cambiare marca di collutorio, scoparsi la modella adagiata sul cofano dell’ultima fuoriserie, andare al cesso con maggiore regolarità insuflandogli nomi di enzimi dai nomi scientifici e latini, tanto più latini quanto efficaci… Bisogni, mio caro. Bisogni un cazzo. Ce la siamo voluta. Cosa è accaduto ? Niente. Come niente ? Niente, hanno imparato ad ignorarci, come un segnale di precedenza sulla luna. Siamo impotenti, quindi. Adesso, adesso si.
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20/10/2007
Gaja, o dell'attesa.
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Sono a Piazza Augusto Imperatore. E’ una strana piazza. In mezzo ha un mausoleo che impedisce di percepirne l’ampiezza. E’ ottobre, mezzo pomeriggio, c’è il sole ma non fa caldo. Siedo ai tavoli di un bar, giusto nell’unico spicchio di sole che li bacia. Ordino un doppio espresso in tazza grande, e aspetto.
Aspetto Lei, naturalmente. Dico naturalmente perché trattandosi di Lei è del tutto normale aspettare. Sa farsi attendere, del resto. E questo, questo è il bar nel quale spesso ci vediamo, anche con altri amici.
Il cameriere, solerte, sono già due volte che mi chiede se va tutto bene. Apro un libro, per leggere qualcosa, mentre inganno l’attesa. Ognitanto guardo l’orologio, controllo nervosamente il cellulare…si sa mai avesse avvertito con un messaggino del suo inevitabile ritardo.
I minuti passano, tragugio l’ultimo sorso di caffè, ormai freddo, che riposa sul fondo della grande tazza. Accendo un’altra sigaretta. Una dopo l’altra. Il cameriere si sente in dovere di sostituirmi il posacenere.
Alzo lo sguardo al passaggio di un bus a due piani, coloratissimo, di quelli che portano in giro i turisti a spasso per la città. Trovo strano che passi proprio di qua. Col trascorrere dei minuti inizio a considerare che forse nulla di quello che mi sta accadendo sia casuale. No, e insisto nel trovare una trama.
Quel signore lì, ad esempio. Si, quello che porta a spasso il cane con un sussiego degno di un centometrista, che dal podio più alto, mostra festoso allo stadio tutto, il sigillo della propria superiorità, una medaglia d’oro che ruba una scintilla al sole.
Ecco, attraverso il suo fare, quel lento indugiare, giusto davanti alla mia disturbata ottica (ho il sole negli occhi) appena difronte, all’altro lato della strada, al tavolo al quale sono seduto, e quegli sguardi di sottecchi, divisi fra me e il suo cane, intento ad ultimare i suoi bisogni in un’aiuola tanto triste che sfiorita. Cazzo hai da guardare, eh ? La conosci ? Lo sai, eh ?
Da come mi guardi sembra che tu mi voglia dire qualcosa, e avanti, dillo !
Che Lei è una traduttrice di fama, eh ? E che vive a due passi da qua e che magari conosci be-ni-ssi-mo il motivo per il quale non è ancora arrivata. Cosa sei ? Un vicino ? Magari c’hai discusso proprio per il cane, e per quell’insopprimibile vizio di farla lungo le scale, eh ?
Cosa guardi ? Ma lasciami in pace, vai, vai !!!
Il cameriere, invalidando il concetto di solerzia, cui tutto il suo agire, almeno nei miei confronti, finora si è uniformato, fa cadere un bicchiere.
Il rumore, secco, quasi metallico, delle schegge mi riporta, lesto, ad un livello accettabile di razionalità.
Che scherzi strani che gioca l’attesa. Riprendo a sfogliare il libro. Una ragazza con una felpa rossa, di quelle col cappuccio, mi passa accanto, parlando ad alta voce al cellulare…”mangia tranquillo” dice a qualcuno, “poi dopo ci mettiamo d’accordo, per stasera…”. Mi chiedo che razza di lavoro faccia la persona con la quale sta parlando, o se è malata: vista l’ora sarebbe più lecito attendersi un aperitivo, ma in definitiva, che cazzo mi frega ?
La sto aspettando, inizio a chiamarla, il suo cellulare è spento, “o non raggiungibile” , come una graziosa voce femminile sintetizzata si incarica di informarmi.
Guardo la ragazza dalla felpa rossa, avrà vent’anni. Forse una sua allieva ? E dal modo che ha di guardarmi, anche lei, ne sono in qualche modo certo, sono sicuro abbia qualcosa da nascondermi. Qualcosa di inconfessabile, una passione segreta e particolare ? Cooosaaa ? No, sono solo amiche, ma lei, felpa rossa, ha un fare ammiccante, come di chi sa e non vuole (o non può rivelare). Cosa mi nascondi, eh ? Tu e il tuo sprizzare esuberanza in ogni movenza, eh ?
Tu lo sai ! Lo sai qual è il motivo del suo ritado perché non me lo vuoi dire ? Chi sei ? La copia di una qualche sua reincarnazione ? Un felice risultato di qualche clone ottenuto dalle sue staminali ? E come sarebbe riuscita ad ottenerlo, posto che sia cosi ? Ma adesso, adesso io non sono sfiorato dal dubbio, ne sono certo come il sole che si sta preparando per andare a dormire, e che si rialzerà domattina.
Passa una coppia. Una coppia anziana. Lui la tiene sottobraccio, lei vestita con tutti i colori del mondo, cammina come la Loren quando aveva trent'anni di meno. Parlottano, gettando lo sguardo al mio indirizzo. Mi sento a disagio soprattutto per la mezza smorfia di sufficienza che traspare dallo sguardo di lei, quando non parla, e fa finta di ascoltare, cosi come deve aver imparato da qualche secolo, le parole, sempre le stesse, del marito. Lui ha una pazienza che non basta il mondo. Sembra viva in un pianeta tutto suo, e che solo per un insieme di fastidiose ed improcrastinabili incombenze, le sue spoglie terrene, debbano, al momento, deambulare accanto a lei. E’ altrove, in un certo senso. Un po’ come me, che continuo a chiedere dove diavolo stia Lei, perché non arriva ?
Cosi, mi fisso su un’immagine di un telaio. Un grande, gigantesco TELAIO UNIVERSALE, sul quale un qualche genio folle, stia intessendo con maestria unica i fili, coloratissimi e diversi, in un unico immenso tappeto. E che la trama, cosi ansiosamente cercata non sia da nessuna altra parte che qui, in questa porzione di tempo dilatata, riempita dalle parole, colori, fogge dei vestiti, gesti, atti, comportamenti di tutti coloro i quali riempiono questo spicchio di cartolina, quasi una sparuta manciata di tessere di un altro puzzle, che pure, tutti ci riguarda.
Riscrivo tutto, allora, le frasi della pagina del libro, diventano dialoghi, ciascuno profferito, come su un palco di teatro, da ognuno dei recitanti attori, passanti, dall’aria complottarda. Perché si, è cosi, ne sono certo, LORO LO SANNO PERCHE’ LEI NON STA ARRIVANDO. Lo sanno, l’hanno sempre saputo, dietro ai loro guinzagli, cellulari, incedere sottobraccio. Ai miei occhi deliranti sono tutti parenti, e anche il cameriere, si, un figliol prodigo qualunque, ritornato qui da chissà quale galassia e ansioso di ricevere i complimenti per la professionalità con la quale tratta i suoi clienti, bicchieri a parte.
Cletus. Cletus…sento una voce come potrebbe Ulisse, aggrappato ad un tronco malcerto e sospinto nella spiaggia di Circe….Cletus, svegliati, che fai ? Ti sei addormentato ? C’era traffico, stasera, ho dovuto prendere un taxi, ma mica mi sono ricordata che c’era sciopero, l’ho dovuta fare tutta a piedi. Che faccia che hai ? Ma stavi dormendo ?
Fa vedere, cosa stavi leggendo ? |
19/10/2007
Un blues non ragionato
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Un uomo si e’ tolto la vita, dicono, perché non poteva pagare il mutuo. Onorare i prestiti, una frase che già nell’utilizzo del verbo “onorare”,dice di che genere di impegno si tratti.
Assolvere ai propri debiti è (per fortuna) per qualcuno ancora punto di grande onore.
La capacità di poter dormire tranquillo sta al proprio grado di solvibilità, indissolubilmente legata.
La moglie di quest’uomo, hanno detto, ha perso il proprio lavoro (precario) da settembre. Immagino a cosa può portare lo sconforto del non sapere come tirare avanti.
Le banche, visto che negli ultimi anni hanno avuto loro uomini nei posti chiave alla guida del Paese (qualcuno ricorda dove timbrava il cartellino, al mattino, l’ex presidente della repubblica ?), sembrano fottersene allegramente.
Il miraggio di potersi fare una casa. Sottrarsi alla schiavitù di un affitto, ha fatto il resto.
La scelta di togliersi la vita, ragionevolmente, non può esser legata ad un paio di righe di un estratto conto. Non può legarsi a perversi giochi di decimali, percentuali, punti di inflazione, parole come RIBOR, tasso d’interesse...
Che interessi aveva quest’uomo ? Passava dal bar, ognitanto ? Parlava di calcio coi colleghi ?
Cosa è che viene a mancare quando stai cosi ? La fiducia nel futuro ? La speranza che poi forse in un modo o nell’altro si potrà andare avanti lo stesso ? E adesso, cosa succederà ? Pignoreranno la casa alla vedova disoccupata ? E ci sarà qualcuno si muoverà a compassione e le offrirà un lavoro ? Avevano dei figli ? Non so, al di là dell’enfasi (tutta necrofila) con la quale è stata data la notizia, viene spontaneo chiedersi: che paese stiamo diventando ? |
10/10/2007
Polvere di luna, al Procasma
08/10/2007
La violenza sulle donne
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Ricevo una mail da un’amica che mi comunica un progetto per una manifestazione contro la violenza sulle donne. Di colpo mi torna alla memoria uno spezzone d’intervista captato giorni fa, forse in qualche tg, di Dacia Maraini. Chiamata a commentare l’ennesimo delitto ai danni delle donne, la signora in questione, ha constatato che il problema ha dimensioni sociali, e che serve uno scatto culturale. Mi chiedo, sommessamente, di cosa si occupi quotidianamente questa “intellighenzia”. Come se il compito di educare (si, uso volutamente questo verbo) spettasse ad altri, che fosse un’incombenza da delegare a qualcun altro. Ho avuto, come spesso in casi come questo, un attacco di bile. Davvero se stiamo messi cosi c’è qualcuno che non assolve ad un compito, di cui si lamenta l’assenza, ma ci si guarda bene dal prendersene carico.
Si dirà, ma che cazzo vuoi ? Prendertela con un’intellettuale, che strumenti vuoi che abbia ? Ma li hai mai letti i suoi libri ? Produce cultura, fa in questo modo la sua battaglia.
Giusto, ma credo che proprio a fronte del dilagare di questi episodi (Garlasco, la ragazza di Torino stecchita con un pugno perché non gliel’ha data ad un amico balordo, solo per restare ai più recenti) sia necessario che ognuno faccia la sua parte. E anche chi esorta a farlo agli altri, limitandosi ad esecrare alla tivù.
Avremmo un primato, quello della presunta superiorità della nostra cultura rispetto ad altre, nel globo, che difettano proprio nella considerazione sociale del ruolo della donna. Dove si sostanzia ? In questi appelli ? E trovo avvilente che proprio questo argomento, nelle chiacchiere da bar stereotipate, sia diventato il leit-motiv per differenziarci rispetto a chi impone al gentil sesso di deambulare col volto coperto.
So che se avessi dovuto menare tutte quelle che non me l’hanno data (leggi: acconsentito di congiungersi con me carnalmente) a quest’ora dovrei essere un serial killer. Se ancora non lo sono diventato a cosa debbo ? Stamattina alla Sette, il buon Vaime citando dati di un’indagine (di cui ha taciuto il nome dell’istituto internazionale che l’ha condotta) definendola però “seria ed attendibile” ha snocciolato dati sconfortanti circa la diffusione della lettura nel nostro paese. Non credo che le due cose siano immediatamente riconducibili, l’una all’altra. Ma se davvero il 48% degli italiani sostiene di non aver aperto un libro dall’inizio dell’anno (e si che mancano pochi mesi e forse c’e’ da sperare che la pratica invalsa di regalarseli per Natale abbassi un po’ la media), in che modo la signora Maraini, ritiene di potercela fare ? PS. Non scantono, comunque, l'indirizzo email al quale inviare le proprie adesioni è: :
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05/10/2007
Fringberger a Bolsena
dagli archivi ogni tanto fuoriesce qualche spezzone di documentari sui quali Alex Fringberger
ha poi realizzato il suo capolavoro L'ornitologia, oggi.
Enjoy.
01/10/2007
Il sorriso di Ravel (esercizi di scrittura)
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Ieri, mentre leggevo un libro, mi sono imbattuto in una descrizione di una fotografia. Beninteso, la fotografia nel testo non c’era. Non c’era nel senso “fisico”. Nessuna illustrazione era lì a supportare, i commenti su di essa. La fotografia (e qui la magia delle parole) il lettore, l’avrebbe potuta vedere lo stesso, tanta la capacità dell’autore. Si, ma nel suo immaginario, potrebbe opinare qualcuno. E certo, dove altrimenti ? Ma vi pare roba da poco ?
Mi concentro: quello che mi affascina, da un po’, è la capacità di rendere immagini attraverso la parola scritta. Di cosa c’è bisogno: Di una buona capacità d’osservazione dell’autore del testo. Di un altrettanto buona capacità di saper “rendere”, restituire quest’immagine, attraverso le parole (sapendo organizzarle, utilizzandole al meglio per consentire, in chi legge, di potersela immaginare, quella foto li. Immaginare, mai verbo fu più appropriato. L’occhio percepisce la scrittura, la filtra attraverso l’elaborazione del pensiero, e poi puf ! vattelapesca come, nel nostro pensiero (cervello?) noi quell’immagine li ce la fabbrichiamo, quasi in automatico.
Ecco. Allora scrivere per immagini è un potente esercizio. La scrittura può sostituire un’immagine. Non dico deve, ma è nei suoi “mezzi” riuscire a farlo. Fuori da logiche competitive, non c’è qui in gioco alcun primato, fra la parola e l’immagine, ma di gran lunga, ho simpatia per la prima, che partirebbe svantaggiata quanto a potenzialità rispetto all’immagine vera e propria.
Vabbè, elucubrerò ancora un po’ su queste cose. Intanto tento di dar seguito al sussulto provocato dalla lettura di un passo del libro di Echevez.
Il sorriso di Ravel. Una foto, ingiallita. Ritrae un gruppo di uomini. Cinque, in tutto. Ravel, un uomo alto un metro e sessanta, elegantissimo, con abiti attillati, sta in mezzo a quattro “pelotari”, quattro uomini di stazza importante, ritratti in costume da gioco. L’espressioni sono importanti. I quattro pelotari sono inespressivi, sembrano statue, l’istantanea li ritrae monolitici, lo sguardo fisso verso l’obiettivo. Non tradiscono alcuna emozione. Forse “sentono” il momento: farsi ritrarre (e all’epoca c’e’ da credere che le polaroid avessero la stessa popolarità di un equipaggio d’alieni, che bivacca nel Partendone) insieme al famoso compositore del Bolero. Ravel, invece, è ritratto mentre sorride. Tiene le mani davanti, una sull’altra. Sostengono, o si sostengono, sull’immancabile bastone da passeggio. Ravel, ci dice tutto il libro, non è uomo incline al sorridere. Almeno, non troppo spesso. Anche il suo concetto di sportività, non ha mai conosciuto vette di trasporto. Ha un rapporto con lo sport, in particolare col gioco della pelota, che sembra più improntato alla condivisione d’occasioni per incontrare “bella gente”, piuttosto che un interesse vero e proprio. Ciò nonostante, la foto è lì, a lasciarsi guardare. Il sorriso di Ravel la tiene in piedi. Ma forse più in forza del contrasto con l’aspetto fiero e compassato dei giocatori, che per una reale potenza di bucare “da sola” la foto. Perché sorride Ravel ? Apparentemente, il suo sorriso è immotivato da qualunque altra cosa è ospitata nel “campo” dell’istantanea.
Si intravede una staccionata, alle spalle del gruppo, i cui contorni sembrano sfocati. Un legno che reclama vernice, come nemmeno Mark Twain potrebbe dargliela. Sullo sfondo la campagna parigina. Sarà stato anche freddo, visto come sono vestiti tutti, e che si tratti di inverno, o quantomeno d’autunno, collabora a farlo credere anche la folta teoria di alberi dai rami spogli, sullo sfondo. La foto risulta ingiallita. Seppiata. Ha tutto l’allure della foto da grandi occasioni. Chissà, forse una partita importante alla quale Ravel ha assistito, forse più per compiacere qualche amica, che non per un reale interesse. Ma il fatto di farsi ritrarre, in una delle sue rare foto rimaste a testimoniare le sue fattezze, in mezzo a giocatori alti quasi quanto il doppio della sua altezza, dimostra del sottile ed autoironico carattere dell’istrionico compositore.
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