30/07/2007
Il grande ritorno del PROCASMA

|
Avevo giusto aperto gli occhi dopo una notte burrascosa quando ho sentito squillare il telefono. Ehi, Steve…quanto tempo… La manco, rovesciando la tazzina del caffè giusto su un'offerta per un depilatore femminile, ad prezzo, definito dall'estensore della pubblicità, "senza precedenti". Steve, ora tu puoi dire di AVERE DEI PRECEDENTI, capisci ? Comprendo il senso di quel "dentro" dopo qualcosa come tre decimi di secondo: Steve è stato un po’ fuori dal giro per via di certe controversie col condominio sotto il quale è piazzato il suo Procasma e anche a causa della presenza di sostanze alcaloidi rinvenute nel locale stesso… Ok, ci sarò. La sera dopo, noleggio un thight nero e a bordo del taxi Modena 4 guidato da un rasta da solo un mese in città (ma con un navigatore parlante in jamaicano) raggiungo l'ingresso del Procasma, sulla Tuscolana. Tenga, signor Cletus… Effluvi di marijuana, misti con Chanel andato a male fanno da tappeto olfattivo, non appena scese le scale. Ci sono tutti. I barman, con i farfallini neri e le camicie inamidate, le signore in decoltè ed espadrillas (almeno, le più eccentriche). Un manipolo di dopolavoristi dell'ATAC, all'interno dei quali riconosco diversi componenti dei simil TOTO, di qualche concerto fa. Odilia Prandizzi, la pornodiva, ora in pensione, dedita ad una propria ONLUS per la salvaguardia dei pinguini (inutile precisare: solo quelli orfani…che poi non ho mai ben capito come…), mi viene incontro, radiosa, ma con un braccio legato al collo da un foulard di quelli che ti regalano se compri certe uova di pasqua. Cletus…quanto tempo, e mi stringe il suo seno generoso addosso, impregnandomi di pachouli e fiondandomi, all'istante, nella mia adolescenza, quando di tale essenza si impregnavano liceali svagate con le quali mi accompagnavo. Alla fine arriva Steve, nell'immancabile doppio petto bianco che contribuisce, se possibile, a dare un senso definitivo alla sua statura (come noto, Bishop vanta 1,39 senza tacchi). I gemelli e la cravatta sono terrificanti, come si conviene, già sospettato altre volte che se le faccia confezionare, ad hoc, dalle parti di Urano, tanta la dissonanza con il bianco immacolato del completo. Ok, cominciamo, dice Steve, microfono in mano, dal palco. Il Signor Van Larson [per chi non lo ricorda, trattasi di abituè del Procasma, ex wrestler, ora mite conduttore di una tappezzeria sulla Anagnina, alcolizzato però. ndr] è pregato di non molestare le hostess, grazie. Van Larson, per nulla sopreso dalla vergogna, dall'alto dei suoi sei sette drink già ingurgidatii sorride come può farlo un giapponese davanti al colosseo, aggiungendo un rapido cenno del braccio come a ringraziare per l'attenzione, verso il palco. Le hostess (un qualcosa a metà fra le Supremes, e un gruppo di shampiste dei Castelli) si dileguano come la brina notturna sotto i colpi di un tergicristallo, non appena in auto, al mattino. Bene, stasera abbiamo la creme de la creme della poesia underground di questa città, allieteranno i versi un gruppo di sciamannati che ho conosciuto nel recente soggiorno al collegio (ed indica un gruppo di personcine per bene sistemate, ognuna, dietro al rispettivo strumento). Cominciamo allora, e ricordatevi Procasma è Poesia, dice attendendo l'applauso, che arriva, puntuale, non appena la stragrande maggioranza dei presenti comprende che si trattava di una presentazione. Vorrei invitare sul Palco il primo dei nostri poeti. Gualtiero Uffizi, meglio noto come Cantarella. Ma non voglio dire altro, a presentarlo bastano i suoi versi. Sale sul palco un uomo mesto. Avrà una cinquantina d'anni. Vestito con roba che non ti meraviglieresti di trovare sui cataloghi, se esistono ancora, di Postal Market. Fuoco. SILENZIO. L'orchestrina, ubbidendo ad un cenno di Steve, esegue lo stacco (che dovrebbe essere l'aria di uno spot Vodafone di qualche anno fa). Seguono gli applausi sollecitati da una scritta sul display dietro al palco che dice, appunto, APPLAUSI. Il tipo ringrazia, ripiega i suoi versi e si defila. Entra Steve che annuncia la seconda ospite. Una donna, di corporatura importante, vestita come una vestale greca. La presenta, con amorevole simpatia. Grassie, dice la donna. Prende il microfono in mano, guarda con aria complice l'orchestrina che parte con un sottofondo molto soft di musica fusion. COVONI, si sente ? Festival di sole e di paglia. La sala è ferma in un silenzio terreo. L'orchestrina esegue lo stacco di prima con l'evidente scopo di sottolineare, ai meno attenti, che la poesia è finita. Forse è il caso di fare una pausa per un drink ?! I ragazzi della banda ci terranno compagnia con un set di pezzi dei favolosi anni '80, cominciamo con Stevie Wonder…chi non ricorda…I just call…? Tutti si alzano, e assaltano i banchetti del catering. (segue…forse).
|
26/07/2007
Grazie per il fuoco (*)
|
Ci sono un po’ di cose che queste storie degli incendi, mi stanno rimettendo in moto. Vorrei provare a mettere da parte per un attimo l’incazzatura (mica facile) e provare a stendere uno straccio di ragionamento.
Chi scrive, l’ho raccontato forse altre volte, magari anche qui, da queste pagine, ha vissuto sulla propria pelle, il devastante incendio che distrusse anni fa buona parte della pineta di Castelfusano.
Quella pineta, come dice il babbo di un mio amico “è stata palestra a cielo aperto per generazioni di romani (ostiensi)”. Oggi i segni di quel terribile rogo sono ancora visibili. Percorrendo la Colombo dalla rotonda di Ostia, in direzione di Roma, è possibile scorgere la sagoma dei castelli romani in lontananza, e le luci dell’edificio che ospita la Casina del bosco, un piccolo bar che prima era circondato dai pini secolari ed è rimasto miracolosamente illeso dall’incendio.
Fatale, pertanto, che le cronache di questi giorni, riportino alla mente quel dolore, rinnovato ancora oggi, ogni volta mi trovo a passare vicino.
Il fuoco, quest’elemento cosi bistrattato, oggi, nell’era della tecnologia, ma che ai miei occhi, (e credo a quelli di molti) rimanda a storie terrificanti che ci narravano da bambini. Insomma, diciamo che ha perso un pò il suo smalto di brutta bestia, e al peggio, rivive nei barbecue improvvisati nel giardino di casa, per chi ce l’ha (il giardino, intendo) o al peggio, per un pic-nic all’aperto. O anche al caminetto (sebbene l’avvento del pellett come combustibile finto, ne abbia scemato parte della sua carica estetica).
Ci serviva per scaldarci, per farci da mangiare. Oggi non più. Nell’era dei reality, se va bene, rivive nel nostro immaginario, dietro qualche rudimentale campeggio, vuoi di un set televisivo, o un campo di boy-scout (ma che almeno hanno il pregio di aver imparato come gestirlo e rispettarlo).
“A ferro e fuoco”, si diceva un tempo, per intendere la totale distruzione di una città, territorio, nemico. Hiroshima ci ha insegnato che il calore si può produrre anche altrimenti. Senza fiamma.
Quindi c’è questo totem qui, che ci trova totalmente inadeguati ad affrontarlo. Azzardo dell’altro.
Conversando con un amico, per anni guardia forestale, oggi sereno pensionato e mio amabile vicino, ho appreso che proprio questa inadeguatezza ha fatto strage di qualsiasi rudimento tecnico, che pure da chi percepisce un adeguato stipendio allo scopo, ci si aspetta debba avere.
Hanno lasciato che ad occuparsene fossero dei dilettanti. A me, in Sardegna hanno insegnato che il fuoco si combatte dandogli le spalle. Ci volevano le palle, capisci ? E la testa. Quella che e’ mancata. La pineta di là [leggi:: l’altro lato della Colombo, quello che ha preso fuoco attraverso le chiome degli alti pini secolari che si lambivano e che facevano si che ci fosse ombra ad ogni ora del giorno, su quel tratto di strada] ha preso fuoco perché a nessuno è venuto in mente di mettersi due-trecento metri davanti al fronte delle fiamme e di sacrificare (ha detto proprio cosi) una o due fila di alberi, abbattendoli volutamente, per far in modo che il vento non si mangiasse in un sol boccone, altri ettari di pineta di la, dall’altro lato della strada”.
Ecco, quindi l’inadeguatezza, ancora.
Nei tg si sperticano in analisi socio-psicologiche dei soggetti dediti a quest’attività criminale.
Forse mancano i fondamentali. Questione di valori ? Qualcuno si è speso ad instillare sentimenti di rispetto nei confronti della natura ? E’ questo un sentimento diffuso (e sufficientemente difeso) nella sfera sociale ? O anche qui, la fa da padrona, il leit motiv, del “famo n’pò come cazzo ce pare ?”.
Certo, le cose quando devono andare male, sanno andarci alla grande. Vero, ma un mix micidiale di incuria (qualcuno, ripeto, regolarmente retribuito, si e’ mai preso la briga di pulire i vialetti dalle sterpaglie ?), di intrecci di interessi sui sostanziosi appalti (prima per la prevenzione, subito dopo per il rimboschimento), e buon’ultima la speculazione edilizia, fa diventare una polveriera a portata di coglione, qualsiasi fratta o boschetto degno di questo nome.
Che fare ? La norma “tombale”, che sancirebbe a libidum (e non con l’inoffensivo termine dei quindici anni, cosi come è ora) l’impossibilita’ di edificare su terreni oggetto di incendio (che sia doloso o meno, poco importa), non può, da sola, costituire un valido argine a cotanta criminale demenza. C’è dell’altro. C’è che a poco vale versare lacrime il giorno dopo, come ho visto coi miei occhi (una scena toccante) l’indomani del rogo di Castelfusano, da parte di tutti, grandi e piccoli, abbienti e meno abbienti. Quelle lacrime a dire che davanti ad una sciagura come quella, per un attimo, per una frazione di tempo infinitesimale, ci si è ricordati (per mano altrui) d’essere uomini, e che la consapevolezza dell’entità del danno (nemmeno i nostri nipoti, se andrà bene, riusciranno a vedere più la pineta come era prima) inchioda tutti alla dimensione di ostaggio, della stronzagine altrui. Forse bisognerebbe lavorare su questo. Tutti, nessuno escluso.
Ed un’ultima, dantesca, citazione. Per un omaggio tardivo al concetto di contrappasso: ai piromani, una volta presi, nessun soggiorno gratuito nelle patrie galere. No, tutti in Barbagia, a schiena curva sotto il sole, liberi solo il giorno dopo esser riusciti a trasformarla in un rigoglioso pascolo elvetico.
(*) Il titolo di questo post, è un gioco di parole, prendendo a prestito il titolo di un lavoro, molto bello, di Mario Benedetti, scrittore uruguagio.
|
24/07/2007
L'alluce

|
Questo è un post riflessivo. Poi oggi, passeggiavo a fine giornata a caccia di un tabaccaio che vendesse CAMEL SENZA FILTRO (introvabili…) quando, uscendo da un bar dell'EUR, la mia attenzione e' stata catturata dai piedi di una donna, solo da quelli, graziosamente calzati in sandali aperti. La donna era seduta ai tavolini di questo bar. E io ho pensato a Marco Candida. A fare un post nel quale facevo parlare l'alluce del Insomma, fa caldo. E i pensieri girano in tondo. |
23/07/2007
MEMENTO AUDERE S.E.M.P.

|
Alla fine ho ceduto, incalzato dalle mie ultime deludenti prestazioni, sollecitato dall’allure delle belle fighe che l’accompagnano, ho dato seguito all’ennesimo invito arrivato via posta elettronica, ed ho ordinato un SUPER ERECTION MOBILE PACK. (d’ora innanzi, SEMP).
Con SEMP a portata di mano, mi sento meglio. Basta con quella strana forma d’ansia non appena mi apparto con la mia bella. Basta con l’ansia da prestazione che ti rosicchia dentro come fosse una talpa che allegramente porti a spasso (gratis). SEMP concede di riprovare sensazioni altrimenti relegate nel pleistocene della mia vigoria sessuale.
Orgasmi a raffica, è stampigliato (anche in braille, come si conviene per tutti i medicinali) sul bordo della confezione. Ed in effetti, da quando l’ho ordinato ho cominciato ad avere (mai avute prima, se non come si diceva prima, nel giurassico della mia adolescenza) polluzioni notturne.
L’altra mattina mi sono svegliato conscio di aver trascorso tutta la notte in compagnia di una collega (nota strafiga, pluri decorata, passata per le mani dei migliori chirurghi estetici della nazione) in un anonimo appartamento al mare, facendo sesso a ripetizione.
Il SEMP, interagisce con gli strati più profondi della psiche, regalando regressioni da epoca della clava. “Sei meglio di un Orango”, mi sono sentito dire (in sogno) dalla stessa super-rifatta (la cosa che, a mente fredda, mi lascia sgomento, è capire su cosa basi questo azzardato paragone, ma sorvolo, non essendo delicato indagare oltre….).
Insomma, il SEMP andrebbe dispensato dal servizio sanitario nazionale. Vuoi mettere quanti alberi in meno brucerebbero dalla SILA al Parco Nazionale dello Stelvio ? La gente avrebbe di meglio da fare che non andare in giro, prosperi antivento in tasca, e taniche di materiale infiammabile in mano. Renderebbe infiammabile ben altro, c’è da giurarci, invece di trastullarsi a buttare sassi giù dai calvacavia. Non ci sarebbe spazio per la noia, ecco cosa. E questo moderno surrogato della felicità, dispensata artificialmente a comando, oplà, basta un sorso d’acqua (o in assenza, di qualsivoglia altro liquido) ed il gioco (si fa per dire) e’ fatto, ci terrebbe un pò tutti, relativamente lontani dai guai.
Esiste un’unica, piccola, controindicazione. Una erezione asinina che perdura dalle otto alle dodici ore.
Pertanto, in quel frangente, è bene astenersi dal mettere piede in spiaggia o in piscina. Si sa mai, qualche studente di mitologia, dovesse scambiarvi per un esemplare di centauro, cui hanno dimenticato di effettuare la convergenza.
Insomma, ora e SEMP, resistenza, và là, và.
coloro che si ritenessero offesi dalla lettura di questo post, perdonassero, è il caldo. |
19/07/2007
La vita è adesso...
La vita, e adesso ?
Adesso, la vita ?
Declinare in modo diverso questa massima...non porta da nessuna parte.
La vita (ma direi sopratutto il tempo) ha scansioni impercettibili. DIo non fa
di cognome Bartezzaghi, e il resto è una sciarada che cambia giorno per giorno,
nella quale vale la pena tuffarsi, risveglio dopo risveglio.
In somma, oggi è il giorno, nell'anno, del mio compleanno.
Mi sento come questo qui:

14/07/2007
Un piccolo pesce bianco grasso e cieco
![]()
Ieri, verso le 14,30, località appena fuori Roma. Temperatura esterna imprecisata, ma decisamente calda. Ho un appuntamento (preso da più di 10 giorni) per incassare una fattura da un cliente. Arrivo che ha aperto da poco. Un salone espositivo deserto. Solo una miriade di bagni (finti) lavandini, cabine doccia, jacuzzi. Il cliente mi guarda e facendo ad arte la faccia più costernata del mondo mi confessa di non avere con se il libretto degli assegni. Per la verità fra il mio ingresso nella sala e il momento in cui mi dichiara la sua momentanea insolvenza passano dei minuti. Che impiego per guardare uno splendido acquario con degli altrettanto splendidi pesci, molto colorati che lo popolano. Resto incantato dalle loro fattezze. In particolare mi colpisce uno di questi, albino, con delle pinne color corallo. Sembra nuotare indisturbato, incurante come un pascià di ciò che gli può accadere intorno.
Belli, eh ? mi dice il cliente.
Si, conferma il cliente. Evito di addentrarmi in dotte disquisizioni su razze, modalita’ di alimentazione, capacità di ossigenazione dell’impianto: sono un perfetto ignorante, mi limito a fare il vojeur. Sono pesci speciali. Dice. In che senso ? Nel senso che non sono molto diffusi. Mi dice come a sottolinearne il valore. Si, dico, non ne ho mai visti molti di cosi belli. Il tipo decide che deve stupirmi ed esclama. Quello tutto bianco è cieco. Cieco ? Si, mi dice come fosse una particolarità della razza. In che senso ? dico Nel senso che gli amancano gli occhi. Prima ce ne aveva uno solo, poi deve aver litigato e ha perso anche quello. SILENZIO. Lo continuo a guardare, stavolta un pò meglio, incuriosito da tanta rivelazione. Dopo qualche attimo il cliente continua e dice… E’ cieco ma è il più fijo de 'na mignotta…magna come 'no sfondato, guarda. Ed afferra un tubetto di mangime per pesci facendone cadere una piccola quantità nell’acquario, non senza averlo prima sbattuto ripetutamente sul vetro come ad attirare la loro attenzione (saranno in tutto una decina). I pesci, in un festival di colori, sotto una luce al neon, diafana e sfolgorante, si agitano e vengono verso l’alto, adusi evidentemente al rito da tempo, pronti per avventarsi sul cibo. Guarda, mi dice. Ed effettivamente il piccolo pesce bianco grasso e cieco resta indisturbato sotto. E’ zen, penso dentro di me. Di lì a poco una gran parte delle minuscole scaglie di mangime che si impregnano d’acqua, tendono ad andare verso il basso, dove, il nostro, con sagacia, aspetta a fauci spalancate, ciò che i suoi affrettati compagni, nella loro foga, non sono riusciti ad afferrare. Ha un fiuto eccezionale, sto fijo de na mignotta, hai visto come li frega tutti ? Si dico, affascinato dalla scena. |
12/07/2007
Coda, nel meriggio romano.
|
11/07/2007
Le interviste su Fringberger (2)
| Questa è la seconda intervista. Concessa dal grande critico letterario Epifanio Piscopetti, colto in un noto ristorante romano, dopo una lauta cena. Notare la commozione e l'occhio brillante al solo accennare a piccoli episodi di vita vissuta in contatto del Sommo. Enjoy, again. |
10/07/2007
Le interviste su Fringberger (1)
| Quella che segue è la prima di una serie di interviste, concessa da una responsabile (che ha voluto restare anonima, per questo e' ripresa di spalle) di una casa editrice di importanza nazionale. L'audio non e' un granchè, ce ne scusiamo con i (telespettatori ?). Enjoy. |








