29/06/2007
Trouble
| Ho preso tempo per imparare a perderlo meglio. Non ho altra giustificazione se latito cosi da queste pagine. In ogni caso, la vita di tutti i giorni mi viene in soccorso, come un’avvenente infermiera dalle tette ballonzzolanti, e mi regala perle del genere. Ieri, subito dopo pranzo, suona il cellulare. Siccome l’ultima volta che ho voluto soddisfare quella stupida mania da vouyer, del voler leggere (senza occhiali) chi cazzo fosse che mi stava chiamando ho speso un botto di carrozzeria, ora ho imparato in modo zen ad accettare quello che la vita mi offre, senza altro pretendere. Perciò ho schiacciato il tasto verde del viva voce e ho detto Pronto Si, pronto, il Signor XX ? una voce decisa, di un uomo, età: maggiore della mia. Si, sono io Senta lei dovrebbe venire qui all’appartamento, mi ha detto l’architetto che ci sono da ritirare dei calcinacci. Calcinacci ? Si, cosi mi ha detto l’architetto. Quale architetto, scusi ? L’architetto (e mi dice il nome…a me sconosciuto). SILENZIO. Pronto ? sento che dice con un tono leggermente piu’ incazzato di prima, l’uomo. Si, dico. Allora che fa ? A che ora ci vediamo ? Senta, le chiedo scusa ma dove dovremmo vederci ? Mi dice la via (mai sentita prima, ammetto). Ma che numero ha fatto, scusi ? Mi detta il mio numero e mi ripete il mio nome, lei non è XX ? Si dico io, sia il numero che il nome sono giusti ma io non ho alcun appartamento in quella strada che dice lei e non conosco l’architetto, ne la sua gentile consorte, che lei sostiene gli abbiano dato i miei estremi. Cosa le devo dire allora ? Non lo so, faccia lei, forse ho un omonimo che abita li. E come fa ad avere il suo numero ? Ah, questo non lo so. Magari l’architetto l’avra’ avuto da conoscenti comuni… E lei non lo conosce ? No, mi spiace. E nemmeno la moglie ? (sto per rispondergli come De Niro “no…mai coperta” ma mi trattengo e sto per dirgli…”No, mai plaid” quanto il tipo mi interrompe e scusandosi mette giù. Il mio vivavoce inibisce l’ascolto della musica dell’autoradio, al sopraggiungere di una chiamata. Appena agganciato, Lucky Peterson ha ripreso a cantare Tin Pan Alley. L’Appia, alle tre di pomeriggio, è come al solito infuocata. |
17/06/2007
Brevi cenni intorno alla teoria dei covoni.
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LA PRIMA REGOLA DELLA TEORIA DEI COVONI. ulteriori risorse: qui http://www.srn.it/ufo/grano.html |
15/06/2007
In merito alla Sospensione dell’incredulità.
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Una di quelle cose che se le racconti tutti credono che (conoscendoti) tu te la sia inventate, ad arte. Ma la cosa magica è che tu sai che è vera, e allora ti perdi a considerare le infinite sfaccettature della verità. Stamane, all’alba. In preda a non quale fase del sonno (se REM, CLASH o Chachacha), insomma, ho solo mezzo intuito la luce, di la dalle stecche delle persiane.
Suona il telefono.
Dio ‘bono, è già l’ora, mi dico e meccanicamente, occhi ancora chiusi, vado alla ricerca, tastoni, del telefono poggiato per terra, vicino al letto.
Lo trovo al terzo o quarto squillo (giuro, non li ho contati) e facendo appello a tutte le mie doti recitative, tirando fuori la voce chissà da dove, riesco a dire uno dei “Pronto” più schifosi della mia vita.
Dall’altro capo del filo, la voce di una donna, matura, certo non una pischella. Distinguo appena che dev’essere straniera, dall’accento. Mi assalta chiedendo subito “Ma non è un fax questo ?” (un Q.I. degno di nota, ho pensato, forse crede di aver chiamato un fax dotato di Intelligenza Artificiale, in grado cioè di sostenere una conversazione non troppo complessa).
No, le dico, il numero di fax è un altro.
Me lo può dare ?
Si. E glielo detto.
La tipa prende nota diligentemente sta per riattaccare quando trovo la forza di farle la domanda più ovvia della vita: Scusi ma lei chi è ?
Chiamo dall’Ambasciata Italiana a Giakarta.
Mi fa piacere sto per dirle (ricordando nel contempo che non ho in essere alcun tipo di affare a quelle latitudini) quando la tipa mi previene…con voce dubbiosa…”Non è la Banca Popolare di Sondrio ?”.
No, non direi proprio, lei ha sbagliato numero, stavo dormendo.
Ah, mi scusi e mette giù.
Guardo l’orologio. Le cinque meno 10.
Penso che si tratti di una vendetta random di un qualche personaggio delle mie cabine.
Giro la testa sul cuscino. Fuori è chiaro, sento i primi uccelli cantare.
Mi riaddormento. |
13/06/2007
Bella serata
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Ieri sono stato a Letterature.
C’erano Roberto Calasso e Mr. Doctorow, e c’era anche Maddalena Crippa, che oltre ad essere bella è anche molto brava, e legge da dio. C’era anche un pianista, che ha fatto del suo meglio per allietare la serata, fra un intervento e l’altro.
Della capacità affabulatoria, dell’amore per il rigore della parola (sempre levigata, mai prolissa, essenziale e precisa) di Calasso, nulla da dire. Tanti anni fa lessi l’unico suo (per ora) libro, che si chiamava LA ROVINA DI KASCH, restandone fulminato, ma ero piccolo, avevo meno di trent’anni e mi sembrava già da allora qualcuno che scriveva in modo speciale.
Di Doctorow, credo d’aver letto il suo Ragtime (che ieri sui banchi di merchandising allestiti all’interno di Massenzio, era introvabile, sennò l’avrei ripreso, visto che l’ho perso nel corso dei vari traslochi) poi successivamente corroborato dall’omonima pellicola di tale Forman Milos.
Maddalena Crippa ha letto con enfasi unica alcuni brani da La Marcia (ultimo lavoro di Doctorow, e del quale mi sono aggiudicata, in ossequio a questa forma di feticismo per i libri che non m’abbandona) una copia autografata (chissà, forse mia figlia se ne potrà vantare…).
Roberto Calasso ha letto invece un racconto ispirato a Procri (figura mitologica molto particolare). Suggestivo e piacevole, niente da dire. Ma il pezzo forte della serata e’ stato l’intervento, con traduzione simultanea a megaschermo, di Doctorow. Il pezzo (chissà dove reperirlo, nella sua interezza, perché lo rileggerei volentieri) si articolava sugli aspetti del romanzo. Si capisce che per chi abbia in animo l’idea di scrivere un romanzo, un qualcosa di assolutamente interessante. L’intervento ha spaziato da Henry James, lungamente citato ( a proposito, devo cercare qui in casa dove diavolo e’ andato a finire il suo libro) a Coleridge (non sapevo, da perfetto ignorante, che la faccenda della sospensione dell’incredulità andasse ascritta a lui), fino ad un analisi sulla Genesi, e prim’ancora sui racconti della tradizione orale, dell’epoca di Gilgamesh.
Ecco. Sono uscito da Massenzio con la piacevole sensazione di aver impiegato bene un paio d’ore del mio tempo.
Additional lines: il testo letto da Doctorow, integrale, tradotto, è online sul sito di Letterature: qui il LINK. |
06/06/2007
Breakfast on Pluto

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Adesso aspettiamoci cori, ovazioni, spellamento di mani, smodato uso di superlativi.
Neil Jordan torna e colpisce ancora.
Esci dalla sala con un amletico dubbio, cos’è ? una legnata o un capolavoro ?
Per un insieme di motivi propenderei per la prima.
Cos’è questo film ? Che storia racconta ?
Tratto dall'omonimo romanzo di Patrick Mccabe è la storia di un ragazzo effeminato, che viene abbandonato ancora in fasce, davanti alla canonica di un prete (Liam Neeson), di un tranquillo (si fa per dire) sobborgo irlandese.
Sono gli anni degli attentati dell’IRA, e invero tutta la diatriba fra cattolici e protestanti, fa da sfondo allo svolgersi della storia.
Sin da scuola, le amicizie, l’omnipresente teatro dei preti, la morale religiosa di sottotraccia, a fatica, col suo fare insieme dolce ed ironico, Patrick si fa largo fra le maglie strette di un paese molto ben delineato dalla mano gentile del regista. La crescita del ragazzo, la consapevolezza della sua femminilità (Gattina si fa chiamare) gli incontri, i primi amici morti sotto le bombe, la fuga. Gli amori sempre trattati con mano gentile, gli va dato atto, nessuna scena “dura” di sesso esplicito, e’ tutto, come dire, aggraziato, leggero.
Patrick incontra di tutto, poi decide, ovviamente, di andarsene, alla volta di Londra, a cercare la madre. Altri incontri, un improbabile Bryan Ferry nei panni di un potenziale assassino, dal quale Patrick riesce a fuggire, via via in un carosello di amori, platonici o meno, fino all’arresto, fortemente indiziato, lui, irlandese, “diverso”, rimasto ferito a sua volta in un attentato dentro una discoteca piena di ragazzotti inglesi reduci da missioni in Irlanda.
Un succedersi di eventi, via via più tragici, conditi da una colonna sonora notevole (forse una delle cose piu’ belle della pellicola), fino all’epilogo che non so se definire un omaggio ad un altro grande (Wim Wender), la svolta del film, quando il padre di Patrick (guarda guarda, è il buon prete Liam Neeson) gli svela da dietro un vetro specchiato l’indirizzo della su’mamma.
Lo specchio, come in Paris Texas, a testimoniare l’impossibilità di un dialogo aperto. Stessa identica situazione. Nel primo, un padre e marito disperato dialoga con la propria ex moglie, fino alle lacrime. Qui un figlio indesiderato (ma desideroso di vivere, questo si) apprende tutt’insieme chi è il padre e dove vive la madre, dalla viva voce del buon parroco che fa outing, finalmente, dichiarandosi padre di Patrick.
Non so, esci dal cinema con una strana sensazione. Ah, ciò che da il titolo al lavoro sono dei versetti di un poeta che declama un appartenente di una band, tanto caricaturato quanto veritiero, nella quale Patrick finisce, regalando attimi di comicità assoluta.
Anni fa, all’uscita di The cryng game (tradotto: La moglie del soldato), restai incantato dalla mano cinematografica di Jordan. Stavolta, la paurosa sensazione dell’inconsistenza della storia, sembra più avvalorare l’impressione di un pretesto (la vita di Patrick, appunto) per rivisitare con occhio stanco e disincantato, anni che sicuramente sono rimasti nella memoria collettiva di tanti, e che condensano nell’insensatezza della violenza, a qualsiasi latitudine.
Testuale…(mentre i due ex complici repubblicani accompagnano uno degli amici più cari di Patrick, reo di averli traditi per proteggere la giovane compagna incinta, verso la morte)…a lui che dice, per cercare di sdrammatizzare, “la sapete quella del….” E uno dei due dice all’altro, “no, io non posso, sono stato a scuola con suo fratello”, e l’altro, incurante di tutto, di se stesso fondamentalmente, preme il grilletto con la stessa naturalezza di chi ordina una pinta di birra, al pub dietro l’angolo, sparandogli alla nuca.
Perplesso.
Per chi volesse, qui il trailer |
03/06/2007
Bluesman "gretto"

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Esco dalla casa per anziani dove ho appena finito di suonare il blues, come tutte le domeniche pomeriggio. Ho dimenticato dove ho parcheggiato la macchina e mi aggiro con aria appena disperata alla ricerca della stessa. Conduco quest'operazione con lo stesso senso di meraviglia, dopo esser uscito da la dentro, che ha, non so se lo avete presente, quel netturbino nero di New York, immortalato in migliaia di filmati, mentre si gira e guarda il carosello dal vivo di un boeing che si innesta, senza grazia alcuna, in una delle due torri. Niente, sebbene si tratti di un quartiere simil-residenziale, alle porte di Roma, e quindi non afflitto dalla carenza di posti per parcheggiare, non riesco a trovare la mia macchina.
Cosi mi aggiro con la custodia della chitarra, in una mano, e nell'altra, il piccolo amplificatore Fender, da 15 watt….non di più mi raccomando, sa…gli anziani… . Pesano entrambi, ma dopo un paio d'ore la dentro mi sento come un pugile alla quindicesima, mentre uno, in camicia bianca e cravattino, fa finta di consultare un orologio.
Oggi li ho istupiditi, perché ho portato con me le basi di un paio di blues di Gary Moore, in particolare (per gli amanti del genere) Midnight blues, e I'll plays the blues for you, che poi infondo ha anche un titolo ben augurante, nel quale si rispecchia abbastanza fedelmente ciò che realmente faccio: suono il blues per voi (dato che mi ricordo dai tempi della scuola che con questo pronome si indica sia la seconda persona singolare che quella plurale). In questo gioco di grammatiche confliggenti, continuo a girare, mentre rimando a memoria i dialoghi sostenuti da poco con alcuni ospiti della casa di riposo.
Astrid, è una signora distinta. Avrà novant'anni, portati alla meraviglia. Quando attacco gli effetti sulla pedaliera per eseguire le scale (andando dietro alle basi pre-registrate) dimostra di gradire le sonorità con le quali irroro la sala refettorio. Mi fa dei gran sorrisi e batte le mani a tempo, seduta sulla sua carrozzina, un plaid di quelli che ti regalano se fai benzina da qualche parte, sulle ginocchia, i capelli raccolti in una palla tenuta su con una retina e uno spillone, non ha occhiali. Alfredo, invece, è un simpatico vecchietto, vestito come Tony Curtis in a Qualcuno piace caldo, perfetta tenuta da yacht.man, se non fosse per degli zoccoli del dottor Scholl's che indossa scalzo, anche in pieno gennaio. Alfredo scambia volentieri qualche parola, subito dopo avermi chiesto una sigaretta (ha un enfisema vasto come il lago Michighan, o quello di Bolsena, se non ci sei mai stato, mi dice. E continua a fumare, indisturbato. Mi ha raccontato di esser stato un marittimo…viaggiavo sui piroscafi, suonavo il pianoforte, a sera, nell'orchestrina della nave, ho visto tante di quelle belle figliole, sapessi…. Perché non porti un pianoforte ? mi chiede ogni volta che vengo. Mi viene da rispondergli perché non ce l'ho, ma poi penso che ciò invaliderebe quell'aurea di rispettabilità che mi sono faticosamente guadagnato agli occhi della psicologa che mi ha trovato questo lavoro "lei deve fare qualcosa per rendersi utile agli altri, deve uscire dal suo gretto isolamento". Io poi a sera sono andato a casa e ho voluto capire proprio bene cosa volesse dire, zingarelli alla mano, la parola gretto.
Insomma, sta cazzo di macchina non la trovo. Impossibile che me l'abbia portata via un carro attrezzi dei vigili urbani. A quest'ora saranno troppo presi dal giocare con l'autovelox, sulla Colombo, per venire a perdere del tempo quaggiù, a tartassare modeste utilitarie come la mia, fossero anche state parcheggiate fuori dalle striscie dedicate. Bah.
Poi c'è Grumilde. Grumilde la trovo ogni volta truccata. Un trucco pesante, un pegno alla frivolezza, che anche a quest'età non deve averla abbandonata. Mi chiede se conosco Edith Piaff, cosi ho preparato una versione blues di La vie en rose, che lei dimostra di gradire particolarmente, soprattutto quando faccio lo stacco col wha-wha, vattelapesca, devono essere sonorità che le ricordano qualcosa. Una specie di pifferaio magico invisibile che li trasporta tutti, per una manciata di minuti, nell'Urano dimenticato che deve esser stata la loro giovinezza. Ci sono anche ospiti stranieri. Ex diplomatici, in perfetta tenuta da cricket, che giocano, a quell'ora, snobbandomi, nel giardino della casa di riposo (devo dire, molto ben curato).
Un cuoco moldavo che suona l'armonica meglio dei Leningrad cowboy (accolita di ex tassisti moscoviti dediti al blues) e una cameriera moldava dal petto importante e dall'aria quasi sempre corrucciata, completano il mio pubblico. La direttrice della casa di cura, una che gira con un SUV il cui pieno sarebbe sufficiente ad una tratta aerea Roma-Milano, e ritorno, ha un fare arrogante. Ricoperta da gioielli in modo esagerato, ha definitivamente chiuso con me, da quando con quella sua aria supponente, armeggiava uno stecchino fra gli incisivi con la stessa abilità di un giocatore di biliardo, rimirando, subito dopo i residui di cibo depositati sullo stesso, e continuando a biasimarmi per la precarietà del mio lavoro. Vengo anche gratis, se occorre, ho implorato, memore di quel "gretto", che ammetto, fa bene il paio col commento alla sua acrobatica operazione odontotecnica di poco prima.
Il blues piace a questi vecchietti. Appuro questo dal fatto che sembrano tutti più felici del solito, e la televisione (alla quale abbasso l'audio per non disturbarmi mentre suono), manda in modo surreale immagini di Lucia Annunziata, Valentino Rossi che affronta curve a velocità preoccupanti, Prodi e Berlusconi che devono esser visti, agli occhi degli ospiti, come due piazzisti esperti in qualche televendita, di non si sa bene cosa.
Sono esausto quando, girando per l'ennesima volta l'angolo del muro esterno della casa di cura, intravedo la mia auto con due persone a bordo. Mi avvicino di gran fretta, mentre i due scendono in quel momento dalla macchina. Uno lo riconosco, è un ospite della casa, l'altro, un po più giovane e con un enorme t-shirt con su scritto FOR EVER YOUNG, in strasse luminescenti, completamente calvo e grasso come potrebbe esserlo Galeazzi, dopo una capatina sulla terrazza dell'Hilton. (a tutt'oggi accreditato come il miglior ristorante della Capitale). Il primo, vedendo avvicinarmi inizia a ridere indicandomi all'altro e brandendo nell'aria il mazzo di chiavi…Abbiamo solo fatto un giro…si giustifica. Appoggio l'amplificatore e la custodia della chitarra, stremato e mi accendo una sigaretta.
Augù diglielo anche tu che abbiamo solo fatto il giro dell'isolato, dice a For ever youg che nel frattempo non ha cambiato espressione e, semmai, ha aumentato la portata del rigagnolo di saliva che gli cola da ambo i lati della bocca, dalla quale brillano per la loro assenza, buona parte dei denti che altrimenti fanno parte.
Lei è il bluesman della domenica, mi dice mentre l'altro adesso inizia a battere le mani, devo dire anche andando a tempo tutto sommato. Si, gli dico. Ma come avete fatto con la benzina ? Ero a rosso fisso. Ma non siamo andati lontani, è che volevo far guidare Augusto, eh ? Augù nun è vero ? Augusto, di suo, continua a sorridere con un espressione degna di Steve Wonder, subito dopo aver eseguito Georgia. Indifferente alla domanda, in modo totale. Augusto è cieco, dice. Anche sordo ? incalzo No, sentire ci sente, solo che ogni tanto schiaccia OFF ed è capace di risponderti dopo un paio di giorni, ma ci sente benissimo, eccome, non è vero Augù ? E stavolta Augusto-foreveryoung, ci regala un sorriso ancora più convincente mentre batte le mani e muove anche la testa, a tempo, neanche fosse il lead guitar dei Canned Heat, solo un pò più bianco. Prendo le chiavi che il vecchio mi porge, con estrema eleganza. Li guardo. Sarò cosi anch'io, non fra molto, penso. Càrico nel bagagliaio la custodia e l'amplificatore, e li guardo mentre se ne tornano, abbracciati, verso l'ingresso principale. Stasera voglio telefonare alla mia psicologa. Comincio a sentirmi meno gretto. |
01/06/2007
Buon compleanno Sgt.Pepper's

In genere non lo faccio. Però, da quando la scorsa estate ho letto un romanzo
che mi è piaciuto molto (NEI GIARDINI DI KENSINGTON di Rodrigo Fresàn,
che insiste molto sul'importanza di questo album, l'ho: dapprima scaricato e
poi riascoltato con maggiore attenzione, trovandolo un capolavoro (anno '67).
Quello che non faccio spesso è linkare altri articoli apparsi sul web. Per questa
volta mi regalo un'eccezione ed ecco, scodellato, il link:
Buona lettura (...e ri-ascolto)







