26/03/2007
Il caso esiste o no?
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Ma il caso, come dice il nome, è il caso. Qualcuno, fra i più riottosi ad accettarlo per tale, ama ripetere (più che altro a se stesso) che non esiste. Eppure c’è, è vivo e lotta in mezzo a noi.
Per caso si addiviene a scoperte clamorose. Sempre per caso si perdono le finali dei campionati del mondo (ah, il famoso rigore di Baggio che ci costò i mondiali del 94). Per caso ci rubano a casa, scopriamo tradimenti, ci vengono idee folgoranti. Il caso condisce, è il caso di dire, la nostra esistenza. Qualcuno si spinge oltre, e volendo fare il dotto, arriva ad asserire che noi stessi siamo un caso. La felice disposizione di cellule, generata dallo spermatozoo più veloce di chi ci ha procreato. Tutto, ma proprio tutto, riposa in questa parola di quattro lettere.
Bene. Questa è davvero esemplare. Lunedì, intorno alle 13,30. Dopo aver atteso più di un’ora alla posta per ritirare un’inutile raccomandata (sarebbe bastato un fax, ma tant’è), vado al supermercato e resto colpito, appena parcheggiato, non ancora sceso dalla macchina, da un’avvenente signora che sta ritirando un carrello, bionda, in tailleur e calze velate nere, gambe ben tornite, un bel personale, aria decisa, di quelle che non gliene può fregare di meno. In somma, una di quelle cose sulle quali piace appoggiare l’occhio, lo sguardo, cosi, anche solo in ossequio ad un minimo concetto di bellezza fine a se stesso.
Ho combattuto la tentazione di “batterle i pezzi” (leggi: fare il piacione, sfoderare qualche battuta melensa come solo in queste circostanze mi vengono), e ho mantenuto un self control del quale mi sono compiaciuto fra me e me. Ci siamo poi persi fra le corsie, dopo qualche attimo di incontro ravvicinato al banco delle insalate, entrambi indecisi su quale cazzo prendere. La Signora è stata tutto il tempo incollata al telefonino, ho appreso, non volendo, la sua non romanità dall’accento tipicamente del nord, fra uno spezzone di discorso e l’altro. Ho preso su le quattro cose che mi servivano e ho guadagnato le casse, pagato ed uscito. Bye bye woman.
Pomeriggio: ore 18,30.
Mi reco, dopo aver preso appuntamento da circa una settimana, presso lo studio di una dietologa, consigliatami da amici. La cosa che mi ha spinto a farlo è la tentazione di perdere peso, e in ultima istanza, quella di cercare di ridare un ordine al mio regime alimentare, piuttosto compromesso da Natale ad oggi. Di mio ho eliminato la birra, coi super alcolici non ho mai avuto flirt importanti, e però mangio male, e prendo peso. Cosi, varco la soglia dello studio presso il quale questa dietologa lavora, declino il mio nome ad una segretaria minuta, che mi accompagna presso un altro studio, a due passi, dove in un’angusta saletta, quattro o cinque persone, tutte giovani, stanno serenamente in attesa.
Compilo un modulo, fra una telefonata e l’altra di lavoro che mi arriva fatalmente mentre sono seduto, e nel giro di una decina di minuti arriva il mio turno, mentre resto per qualche attimo, da solo, in questa saletta, davanti ad un’altra segretaria (stavolta leggermente più in carne della prima, il che, per essere uno studio dietologico diciamo che non è proprio un gran bel biglietto da visita…). Ci guardiamo di sottecchi, io gioco col cellulare, aspettando che la ragazza entrata prima esca e tocchi a me.
Entro, incuriosito dalle voci e dai commenti degli amici che me ne avevano parlato (della sua avvenenza) e per un attimo non percepisco. Convenevoli, ci presentiamo, mi fa togliere il giaccone, mi siedo, la guardo bene, mi chiede perché sono li, e dopo qualche minuto realizzo.
Lei è quello screanzato che per tutto il tempo, oggi al supermercato, non ha smesso di togliermi gli occhi di dosso ? fa lei cambiando decisamente il tono amichevole della voce. Mi dice cosi non appena le formulo la più ovvia delle domande.
Guardi, ero la per prendere su quattro cose, non l’ho nemmeno importunata.
Ho dovuto simulare una telefonata inesistente al cellulare, pur di non farmi avvicinare, ho notato con quale sguardo mi stava osservando. (mi viene fatto di portarmi la mano alla bocca per testare se per caso qualche rigagnolo di bava fosse rimasto li, da allora). E poi le dico:
Lei è fuori strada: non ci vedo bene, cercavo di prendere su delle buste di verdura con delle date di scadenza leggibili e non troppo ravvicinate, sa…vivo solo e butto un sacco di roba.
Niente cani ? animali ? mogli, figli ?
Il mio cane non è vegetariano, ho scoperto da poco l’arte del compostaggio, le dico, piccato.
Veniamo a noi, e indossa da quel momento, il tono più asettico e professionale di cui dispone.
Si, certo, sono qui per questo: vorrei che mi aiutasse a dimagrire.
Sa già come funziona ?
No, affatto.
Bene, si spogli.
Come ?
No, si tolga il calzino sinistro (e qui, troppo forte la tentazione di leggere una citazione zappiana, col suo sinister footwear) e si sieda sul lettino.
Mi applica degli elettrodi anche sul dorso della mano sinistra, e poi sento che tocca, alle mie spalle, un arnese elettronico dal quale, dopo qualche istante esce il responso, a mo di oracolo tecnologico.
Lei sta messo male con i grassi, sta benino con i liquidi, mentre per la massa muscolare bisogna intervenire in qualche modo.
Come ? mi sento di dirle.
Adesso vediamo, si rivesta.
Il dialogo va avanti per un pò, il tono si fa più cordiale, vuole conoscere le mie abitudini alimentari, gli orari. Ha il buon gusto di non infierire quando le dico che il peso forma sono due anni che l’ho smarrito.
Mi elabora tutta una teoria sulla composizione dei pasti, l’attività insulinica e poi esibisce la più classica delle battute…”non vorrei annoiarla con disquisizioni accademiche sui tassi lipidici”,
troppo ghiotta come occasione…”e io, di rimando, raccontandole delle metodologie per il prosciugamento dei muri umidi”. Ride, si comincia a toccare i capelli. Nella psicologia comportamentale è sinonimo di “a stronzo…non lo vedi quanto so’ bella ? l’ho capito che te piaccio, però mettete n’fila…me devi fa’ ride”. [se fosse un fumetto quest’ultimo dialogo andrebbe collegato con palline, come di cotone, dal fumetto-zona del testo, alla testa, che sta torturando passando le mani, belle e curate, in mezzo ai capelli biondi].
Mi intima di osservare le sue prescrizioni, e andando via mi suggerisce di acquistare al più presto queste benedette barrette che dovrebbero rappresentare il succedaneo della cena e della prima colazione (dandomi la libertà, a pranzo, di sfondarmi come mi pare).
Esco dallo studio e dopo averci pensato su tutto il tempo, le chiedo…”c’hai da fa domenica ?”.
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26/03/2007
The woman in red
22/03/2007
The grand Wazoo

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Quella che segue è la traduzione (grazie G. !!!) del book inserito nel CD di Frank Zappa “The grand Wazoo”. E’ delirante quanto basta per trovare ricetto in queste pagine. Non so cosa sia passato per la mente dell’estensore (Zappa stesso ? forse si), ma a corollario di tanta bella musica, trovo abbia una sua sinistra lucidità, ed “in fieri” porti con se tutta la storia che sottende l’album, del ’72. A seguire, (prossimi giorni) alcune note di mio pugno, sullo stesso disco. Intanto, come si dice, Buona lettura.
Uncle Meat è nel seminterrato del suo laboratorio segreto. Le luci sono fioche. Tutto intorno misteriosi fili e cavi penzolano sopra, fuori da, attorno e attraverso un’improbabile collezione di scrivanie, bauli, portaombrelli impolverati, e un ampio divano marrone, la cui estremità è addossata a una libreria in falso acero come quella che si potrebbe ricevere in omaggio se si ordinasse l’intera Enciclopedia Collier in una volta sola.
Stu (che è il vero nome di Uncle Meat) si accovaccia con espressione maligna accanto alla libreria, rovistando dentro una pila di libri, dischi, ritagli di giornali, opuscoli religiosi e distintivi circolari di quelli che si appuntano sugli abiti. Si schiarisce leggermente la voce, ha la gola infiammata, e borbotta: “sì, sì… è tutto qui… ogni pezzettino… tutto ciò che mi serve per creare il mio più grande capolavoro!”
Infilando, eccitato, tutto il faldone sullo scaffale più alto e vuoto della libreria, Stu si sposta velocemente verso la scrivania, si mette il visore protettivo verde e i guanti da giardinaggio, emette la sua risata pseudo-scienfitica, e strattona vigorosamente l’impugnatura di quel grande commutatore elettrico che usa ogni volta. Come ci si potrebbe aspettare, grandi scintille schizzano fuori ovunque e la lampadina che lo sovrasta si accende e si spegne. Un brano al violoncello fa NO NO NOOOOO, ma non si riesce a sentirlo perché gli effetti sonori sono troppo alti.
Quando spegne il commutatore, tutte le scintille si esauriscono, e anche il rumore, i libri e gli opuscoli, ecc. sono scomparsi. Al loro posto, fuori dal laboratorio, non più lontano di un chilometro, c’è una replica a grandezza naturale, accuratamente dettagliata, storicamente imprecisa, in qualche modo distorta e illusoria dell’ANTICA ROMA, o una cosa del genere.
Il governatore di questa illusione è CLETUS AWREETUS-AWRIGHTUS. L’Imperatore Timido. CLETUS ha un fantastico esercito di musicisti disoccupati. Quando non sono impegnati a fare la guerra con l’illusorio arci-cattivo della situazione comandano quel posto. Anche MEDIOCRATES OF PEDESTRIUM MEDIOCRATES ha un magnifico esercito. Questi due eserciti si scontrano tutti i lunedì. Il risultato della battaglia settimanale viene pubblicato sui tabelloni, sui volantini dei pali del telefono, sugli acquedotti dipinti con le bombolette spray, e su tavolette di pietra chiamate LE CLASSIFICHE.
Ogni imperatore, timido o meno, deve probabilmente averci a che fare, e CLETUS non fa eccezione. A parte la guerra che si trascina da parecchio, tra il popolo serpeggia l’inquietudine. Un culto grottesco di fanatici asceti e masochisti cui non piace la musica è sorto nelle catacombe proprio sotto la sauna dell’Imperatore. Le suddette persone si chiamano DOMANDE.
CLETUS, con benevolenza, si occupa di loro nell’auditorium civico. Dopo esser stati catturati e tenuti in sospeso per un po’ di tempo, si annuncia al resto del PUBBLICO IN GENERALE, che viene proclamato un FESTIVAL.
Le DOMANDE si riversano precipitosamente nel solito stadio ovale dal terreno fangoso. È a questo punto che CLETUS, in paramenti regali, entra e parla alle DOMANDE attraverso un enorme, primitivo ma efficace megafono noto come IL GRANDE WAZOO. Prima dice: “Salve, gatti e gattini!” a cui il pubblico risponde “AWREETUS! AWRIGHTUS! AWREETUS, CLETUS!” Al che l’imperatore chiede: “Qualcuno di voi ragazzi canta, balla o suona uno strumento musicale?” In qualche rara occasione una DOMANDA o due si alza dal gruppo dei fanatici: sollevano la testa per esprimere un talento represso o un interesse di natura musicale. A queste DOMANDE viene permesso di lasciare l’arena e di unirsi all’esercito di Cletus (che, in realtà, è una GROSSA BAND). Invece che nel centro addestramento reclute, sono mandati a lavorare in uno dei night club che dispensano birra e dove si lavora in topless o senza mutande, sotto le attente istruzioni di un sensibile e comprensivo PROPRIETARIO che li addestrerà per le grandi manovre.
Alle DOMANDE che non rispondono la prima volta viene concessa una seconda opportunità quando una fanciulla poco vestita e nubile si precipita in mezzo a loro con una scatola di cartone dipinta a colori vivaci con dentro dei CUCCHIAI, e nel caso esse, usandoli, mostrassero qualche tendenza naturale verso il ritmo vengono rilasciati e mandati a Nashville.
Dopo essere stato il più giusto possibile con i prigionieri, CLETUS adesso deve, purtroppo, liberarsi di quelli che rifiutano di cambiare il loro atteggiamento contrario alla musica. Chinando la testa, con una tristezza adatta all’occasione ufficiale, dà il segnale d’inizio segreto a colui che suona il pianoforte elettrico nel golfo mistico e che sforna un’introduzione funky. Alla conclusione, segnalata dall’ingresso delle percussioni e delle chitarre elettriche, una processione di rappresentanti sindacali, spie, picchiatori e appaltatori, tutti vestiti con gran gusto, cominciano a tirare con forza l’estremità di una fune di nylon resistente alle macchie, che trascina al centro dello stadio un carro sconvolgentemente grande.
Il carro contiene una specie di acquario gigante, in cui vediamo contorcersi un impressionante quantità di T.I. (Tessuto Indifferenziato), un accumulo simbolico di tutti gli errori statistici e tentativi falliti dell’illusoria comunità scientifica di questo impero. Il serbatoio fetido viene trainato letalmente vicino agli a-musicali. I rappresentanti sindacali se ne vanno, come fanno sempre, e dopo aver ricevuto una serie di congratulazioni, premi, business card e donazioni, si mettono da una parte e tengono un consiglio di amministrazione in cui si decide unanimemente di fornire la soluzione finale alle DOMANDE che viene messa in atto quando un’alta vibrazione di chitarra manda in frantumi il vetro del serbatoio dove è contenuto il T.I. Che gorgolia e fuma per qualche momento, e alla fine li inghiotte tutti. Sullo stadio cade il silenzio mentre i vapori si dissolvono e il golfo mistico riattacca trionfalmente la musica di apertura.
Dopo il divertimento dello stadio, CLETUS come al solito torna al lavoro. Rientra nelle regali stanze per una cena formale con il suo staff. Alla sua destra, coloro che gli forniscono il sostegno di cui ha bisogno; ERRONEOUS, il bassista; GREGARIOUS, il percussionista, e PER DIEM, il suo roadie.
Alla sua sinistra ha l’altro genere di persone che tendono a frequentare l’imperatore medio: TRIVIA, una ragazza con i bollori cui piace essere frustata, CRETINOUS, il biografo, NEFARIOUS, il tizio con i lunghi baffi sottili che è il suo consigliere, EQUILIBRIO, il farmacista, DYSMENHORREA, lo strabico oracolo femmina; PHOTON, il direttore delle luci, e così via lungo tutto il resto del tavolo.
Ogni settimana, allo stesso momento, durante la cerimonia della cena, poco prima che vengano serviti i diaframmi vaginali oliati, un esausto corridore entra precipitosamente dalla porta, cade in ginocchio davanti all’imperatore, e sibila: “Stanno arrivando! Svelti! Saremo circondati!”. Il corridore viene poi fatto rinvenire (in quel preciso momento sviene sempre) con una radio a transistor sintonizzata su Wolfman Jack. Quando riprende conoscenza, le guardie lo portano da un’altra parte dove viene spompato per ottenere altre informazioni.
CLETUS immediatamente chiama i servizi. Dà istruzioni a BEN HUR BARRETT di riunire l’intero esercito (se la Motown gli permetterà di svolgere un lavoro esterno, essendo probabilmente questo il più esterno di quelli che riuscirebbe a procurarsi). Le forze combinate dell’Esercito Awreetus comprendono 5000 ottoni (assortiti) che compongono le FORZE AEREE, 5000 percussionisti (assortiti) che compongono L’ARTIGLIERIA, 5000 suonatori di strumenti elettrici (assortiti) che compongono IL REPARTO GUERRA CHIMICA/BIOLOGICA/PSICOLOGICA, e 5000 tizi con tavole di masonite legate sul torace, ciascuno che stringe saldamente in ogni mano mezza noce di cocco, con le quali poi sferrano ritmicamente pugni sulla tavola di masonite… questa è LA CAVALLERIA. CLETUS li guida in battaglia con il suo scintillante CORNO MISTERIOSO (molti credono che questo strumento non sia niente di più di un Melody Saxophone in “Si”, preso in prestito da Jackie Kelso).
L’esercito nemico di MEDIOCRATES OF PEDESTRIUM (conosciuto come THE M.O.P.) ha reparti simili, tranne che per un nuovo plotone di sinistri mercenari chiamati REPARTO STRUMENTI A CORDA o, alternativamente, IL DOLCIFICANTE. La differenza principale tra i due eserciti, comunque, è che THE M.O.P. ci va giù duro con il canto.
THE M.O.P. ha 5000 energici vocalist uomini in frac che stanno in mezzo alla strada, si allargano il nodo della cravatta, e inarcano un sopracciglio. 5000 energici vocalist uomini con camicioni con le frange, tuniche, pullover e camicie trasparenti, 5000 energici (ma sul cui numero si è minimizzato con cura) vocalist uomini in vecchi vestiti Levis, che piangono, si ingrugnano, frignano e suonano l’armonica, più 5000 ancora più energici esecutori di qualsivoglia tipo di sesso che non sanno affatto cantare, ma ballano bene e fanno mosse sexy con i fili del microfono.
A questi danno man forte 100.000 ragazze (assortite) del coro che ancheggiano da esperte e cantano il funky a comando. Come se non bastasse, ci sono altre 5000 Prime Cantanti, molte delle quali sono così sensibili da essere invisibili, e il resto di loro è talmente irresistibile da fare male agli occhi ogni volta che le luci le accarezzano.
Ogni lunedì, THE M.O.P. marcia nella Terra di Awreetus e si schiera fuori dalla principale area metropolitana. Grazie a una piccola ma potente ricetrasmittente portatile, le forze armate di MEDIOCRATES iniziano a cantare melodicamente, a ballare in modo spregiudicato, blaterano e lanciano nell’etere uno sbarramento sospettosamente invitante di canzonette nel tentativo di anestetizzare la gente per bene e suscitare in loro una bavosa sottomissione.
CLETUS e l’Esercito Awreetus difendono la loro terra marciando verso una collinetta vicina e suonando una musica da ballo con lo striscio. (dubito si tratti di un parente di Raul Casadei, ndr) the end |
20/03/2007
Attesa
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Il discorso è questo.
Sto passando un periodo incasinato. Orari che cozzano contro qualsiasi sana prescrizione medica. Poco riposo, gran dinamismo, alimentazione sregolata, e uno stato confusionale di default, che però non supera mai, per fortuna, il livello di guardia.
Debordo. In altre parole. Mi diverto a dare (mi illudo di dare) al tempo una scansione tutta mia. In realtà obbedisco come tutti a degli imperativi ai quali mi sento di rispondere non so ancora per quanto.
Forse il livello di guardia non l’ho ancora del tutto raggiunto. Sia come sia, mentre faccio altro (in genere sono i momenti migliori) partorisco (mi si passi il termine) scene, quadri, dialoghi tipo, che prefiguro poi di immettere in un qualche straccio di narrazione da sviluppare.
C’è un’immagine che mi perseguita da tempo. E che mi piacerebbe molto saper rendere su carta. L’immagine dovrebbe rappresentare l’incarnazione del concetto di ATTESA. Lo zen mi sta rovinando. Con questa scusa si perdono treni. Uno però attende, cazzo altro deve fare ?
Attendere, non si sa bene cosa, ma nel frattempo, attendere, è chiaro, no ?
Attendere, ecco.
Allora immagino, prepotentemente, insistentemente, una scena di questo tipo. Un’attesa collettiva. Gente mescolata, di tutte le razze, etnie, ceto sociale. Stanno tutti in un enorme stanzone, tipo la hall di un albergo, o di una stazione ferroviaria, o di un aeroporto. Tutti attendono. Attendono, mica fanno altro. Stanno li. Nessuno si muove, stanno da Dio, sembra che siano li da sempre. Tutti buoni e silenziosi, sereni quasi.
La domanda che aleggia, sottesa, e alla quale tutti evitano accuratamente di rispondere è “che cazzo ci facciamo qui ?”. |
14/03/2007
12/03/2007
Lunedi mattina
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Ci sono cose…. Poi dicono il caso, eh ?! Giusto pochi giorni fa, gigionavo intorno alla faccenda dell'amico che aveva spedito a casa di un famoso scrittore una copia del suo primo romanzo. La cosa va letta non tanto squisitamente in termini di ricerca di sponsor, quanto, voglio credere, come un omaggio alle assonanze che le due scritture condividono (almeno, stando alle intenzioni del "mittente"). Bene, a volte la realtà supera ect…ect. L'altro giorno mi telefona l'amico (mittente) e mi dice bonariamente…:"tacci tua, me l'hai tirata ?!" "in che senso, scusa ?" "nel senso che m'è tornato indietro il plico…" "cosa c'era scritto sulla busta ?" chiedo. "nulla, respinto per omonimia…." [snort!!!] Ora io non possiedo la palla di vetro, sono piuttosto pigro, ma giuro, su una storia cosi, ad Hollywood, anzi per molto meno, sono capaci di scriverci una sceneggiatura. Io c'ho provato…(qui il post precedente…). Mumble mumble, ci penso su, intanto. Altro flash mattutino. In coda nell'ufficio postale. Ritiro il mio numero e poi sosto un momento vicino al dispenser. Guardo i display luminosi per rendermi conto se ce la faccio a raggiungere il primo bar utile giusto in tempo per fare pipì e tornare. Entra un rumeno, magliettiella leggera, occhiali da sole, faccia da duro. Clicca sul dispenser, attende che quest'ultimo vomiti il tagliandino col numero, dopo di che, lo legge, estrae il cellulare e inizia a comporre il numero del display sulla tastiera. Resto allibito, da li a pochi secondi un'astronave plana sulla piazza del piazzale della posta di Ostia Lido (un'opera, per gli appassionati del genere, ascritta a tal architetto Libera e voluta fortemente dal Duce, quando a Ostia non c'erano ancora i fast-food). Dall'astronave esce una donna, sulla quarantina, non molto alta, un po rotondetta. Si avvicina muovendo il bacino come una bajadera in disuso, e si piazza davanti al tipo: "ciao" "ciao" dice il rumeno. "Hai visto ?" "Si, sei arivata subito, come te chiami ?" "Bottegadilettura" dice lei, subito dopo scoppiando a ridere come fosse un'attrice su un film di David Linch. "e che vuol dire ?" dice il rumeno. "niente, è il mio nome, il tuo qual è ? Dimitri ?" "no, Raul" risponde il tipo. "bene, Raul, che vuol dire Raul ?" "Tu fai trope domande, mandami altra tua amica" dice Raul "occhei, occhei, ora ti mando mia amica" dice lei scimmiottando la voce di Raul. Il sole è a picco, intanto una piccola folla si è radunata intorno all'astronave, qualcuno stima ad occhio il valore dei copricerchi, da proporre ad un onesto sfasciacarrozze, qualcun altro azzarda ipotesi sul consumo di litri a chilometro. Qualcun altro tace e basta, continuando a guardare. Tutti concordano che si tratti di un gran bell'oggetto. La donna sulla quarantina, emette un fischio che quello di un pecoraro sardo sulla sessantina, al confronto, ha la leggerezza di un flauto suonato da Severino Gazzelloni. Dall'astronave escono due gemelle, dall'apparenza, sui venti, ventidue anni, scandinave. "Vanno bene queste ?" "Si" dice il rumeno. "occhei, è stato un piacere" e si volta per tornare sull'astronave. Il rumeno strappa il bigliettino, mi guarda con aria di sfida e si allontana, sottobraccio, alle due hunzicher in miniatura. Arrivo allo sportello delle raccomandate. E' il mio turno. La cassiera dell'altra volta mi guarda. "Lei è ancora qui ? e il caffè ?". |
09/03/2007
DISCLAIMERS
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Mi corre l'obbligo di precisare quanto segue: Se siete arrivati su queste pagine a seguito della ricerca su google,dopo aver letto l'articolo a firma Giulio Mozzi, nella rubrica che egli gestisce su STILOS (un periodico, immagino, dedicato alla letteratura), bene, devo precisare che non mi occupo, ne mi sono mai occupato di materiali per l'ediliza, bensì, come l'autore (G.M.) sa bene, gestisco un auto officina di riparazione e vendita pneumatici sulla Casilina, nelle immediate adiacenze di Roma. Pertanto, a scanso d'equivoci, onde evitare le giuste rimostranze da parte degli addetti (che a vario titolo si dedicano dal levar del Sole a suo calare, al settore dell'edilizia) ci tenevo a precisare quanto sopra. Saltuariamente mi dedico al pacifico allevamento di rane finalizzate a test-diagnostisci di pre-gravidanza. Preciso inoltre che Alex Fringberger non è mio amico, non l'ho mai incontrato, non ci sono mai stato a donne insieme e non ho idea di dove attualmente si possa trovare. Tutto ciò che ho saputo di e intorno a lui, lo debbo a casuale incrocio con alcuni dei suoi testi (rinvenuti su bancarelle dell'usato) e che ho qui recensito: Le storie delle protesi e L'ornitologia, oggi. Tanto vi dovevo, Con ossequi Cletus Awritus Awretus |
08/03/2007
Continuo a leggere Lansdale
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Adoro quei racconti che cominciano con frasi tipo…"La giornata non prometteva nulla di buono". Mica per altro: almeno uno sa già a cosa sta andando incontro, si predispone al peggio, come dire. Con spirito compenetrativo, seguiamo cosi lo svolgersi del festival della sfiga, comodamente seduti nella nostra poltrona, divano, tazza del wc, letto, e ci lasciamo cullare dalla sequenza di parole. Scatta un processo di identificazione salvifico. Ci viene da dire…"a me col cazzo che capita sta roba qua", o anche: "è vero la mia vita non sarà un granchè, ma almeno sto al riparo dai casini nei quali si vanno a cacciare i protagonisti". Un pò come quando ti trovi in un drive-in, e sullo schermo stanno girando un horror ambientato in una discarica, e tu te ne stai come un principe persiano, seduto nella tua utilitaria, perduto fra gli afrori dell'arbre.magic, e dei popcorn contenuti nel cestello che hai appena preso all'entrata. Continui a leggere con un'attenzione maggiore. Un misto fra il vojuerismo e l'onesta curiosità intellettuale (quella per la quale infondo infondo sei grato ai tuoi vecchi perché hanno speso dei soldi per istruirti, a suo tempo), che ti fa fare un giro gratis, come su uno di quei bus a due piani, e tu stai in quello di sopra, che ha per tetto il cielo. E ti guardi questa città-racconto, la giri, assorbi le parole, mangi le pagine, ti fai un'idea piuttosto precisa finanche dei lineamenti dei protagonisti, arrivi ad immaginarne la voce, l'inflessione, il tono, come sono vestiti, ti sembra, in altre parole, di conoscerli da sempre, meglio e più dei tuoi vicini di casa. Una sorta di osmosi allora scatta, un principio omeopatico della lettura. Sprofondare nei mali altrui, per convincersi a dirsi libero, affrancato, se non per sempre, almeno per una buona porzione di minuti, quelli che ti occorrono per finire di leggere il racconto, da tanta sfiga. Poi chiudi il libro, tiri la catena del wc, finisci di vestirti, in somma esci di casa, e un TIR carico di maiali grugnanti, guidato da un autista albanese alticcio, si incarica di fare di te, e della tua utilitaria, letteratura. |
04/03/2007
Eclisse di luna.
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Possiedo diversi testi di astronomia. No, nessuna passione per la fantascienza (ne abbiamo già abbastanza, con Sanremo, no ?). Semplicemente, ho davvero bisogno di capire, di lasciarmi stordire dal provare solo ad immaginare l'infinito. Sconto tutta l'ansia di misurazione che può avere un geometra. Ma fa bene, sfogliare quelle pagine, ecco un'operazione che tornerò a fare a breve. Vorrei capire meglio quanto mi sono trovato a raccontare ad un'amica, sabato sera.
Allora, c'è la terra, c'è la luna e c'è anche il sole. Tu adesso lascia perdere tutto, immagina una mela infilzata da un ferro da calza, agli estremi del quale ci sono due mandarini. Ecco, la luna-mandarino stasera è buia perché la terra-mela è illuminata dall'altro mandarino-sole, che sta all'altro estremo del ferro da calza. Chiaro, no ?
Dopo, ho cominciato a sfarfallare. Ho pensato agli Assiro-babilonesi, a come dovevano essersi vissuti eventi cosi. L'eleganza dei movimenti, forme sferiche, coni d'ombra, riti sacrificali, usanze, terrori dissimulati dal profeta di turno.
Un ferro da calza, della frutta infilzata. Ammiro l'indole geometrica che doveva pervadere chi ha deciso tutto questo.
Poi ho acceso la tele, e uno che presenta un programma che ha a che fare coi pacchi, dispensando euro come volantini, ha citato Carver per un elogio a Baudo. |











