31/01/2007
Cabina Osaka
|
Sto camminando con Ester, una femmina di pitone che Ermete, per arrotondare lo stipendio, si è offerto d'accudire fino al ritorno dei padroni, una coppia sulla sessantina di Frattocchie. Somigliano ai vecchietti di Mullholland drive, Clè - mi ha detto, quando è tornato con la gabbia, mentre la tirava giù dal portabagagli, solo, un po meno fotogenici, gente strana eh ? Mentre lo diceva indicava la bestia. E' a posto con le vaccinazioni ? ho chiesto Si, ma basta che tu lo tenga stretto col guinzaglio, sbava se incrocia delle sedicenni…mi ha avvertito in modo un po sinistro. Cosi sono uscito con Ester, e la gente ci guardava strano. Siamo arrivati vicino al parco. Il solito oceano di mammine, che prima si spaventano, ma poi si fermano a guardarci, qualcuna ci lancia delle noccioline. Io cerco di assumere l'espressione più normale di cui sono capace, ma Ester è una vera forza della natura, e quando torno, a forza di tenerla ferma con guinzaglio è come se avessi fatto un'ora di panca, subito dopo esser uscito da un sarcofago nel quale ho soggiornato per mesi. Transitando davanti alla sala biliardo ho intravisto questa cabina:
Che buffa, ha le persiane ho detto ad Ester…come se potesse ascoltarmi, poi mi sono avvicinato e mentre leggevo la targhetta "made in Japan, Osaka Equiment ltd" ha squillato (ti pareva…) il telefono.
Cletus San ? una voce da mattinata d'inverno, al lago, più triste di quella del mio commercialista. Si, dico io, come se dall'altra parte del filo ci fosse la caporedattrice di Vanity fair che mi sta implorando un'intervista. Cletus San ? E' lei per davvero ? Si, ripeto, con il tono di prima…solo un po meno convinto… Cletus San, sono il francese. Ne sono felice….non trovo di meglio… Mi fa male ma devo parlarle del nostro amico laggiù. Laggiù dove ? dico. Laggiù, via, lei ha già capito… Ma io veramente….mi schermisco… Il nostro comune amico in giappone, intendo… Si ? Si. Bene, e cos'è che mi deve dire….mentre Ester sta dando capocciate significative ai vetri degli sportelli, coprendoli di bava verdognola, guardo bene e fuori, sul marciapiedi, da un pulmann sta uscendo un'intera scolaresca di liceali. Sto per darle una brutta notizia, signor Cletus. Me la dica, e facciamo presto…non sto proprio in condizioni di fare conversazione….mentre il cuoio del guinzaglio di Ester, sta finendo di segarmi i polsi Il nostro amico e qui fa una pausa come a cercare le parole… Il nostro amico, riprende, si sta smaterializzando, signor Cletus.
Cos'è la trama di un giallo ? Qui di giallo ci sono solo le facce che incontra quotidianamente. In che senso ? Via, ha capito, sto parlando di Osaka. Cosa c'entra ? Mica Pomezia, o Dragoncello, o quel bar li, come si chiama, quello nel suo quartiere…su quella piazza importante…ed esagerata come quasi tutto di voi italiani. Senta…mi sento di dire, per un sussulto d'amor patrio… Allude al bar su Piazza Mazzini ? Si, proprio quello. Vogliamo vederci li, diciamo fra poco meno di un'ora ? Ce la fa, signor Cletus ? Penso di si, dico, guardando l'orologio e le intemperanze di Ester, più o meno in quest'ordine.
Esco dalla cabina, mi viene da chiamare un taxi ma poi, subito dopo aver strattonato Ester, che tirava come Shumacher sul rettilineo di Monza, verso il pullman delle liceali…ho desistito. Faremo due passi, eh ? Ester ? Per tutta risposta ha percorso metri e metri con la testa rivolta all'indietro…ma come farà mi son chiesto, a strisciare senza guardare davanti….?
Giunto difronte al bar, la solita folla di dipendenti Rai, creativi, palestrati e nullafacenti. Ma come lo riconosco sto francese…?
No, per lei niente…a me un Pastise…ho detto ad un cameriere cosi ingessato nella parte che nemmeno davanti ad un'aliena in guaperie si sarebbe scomposto….scuola alberghiera, o bisogno di un valido oculista…Ester, è lunga qualcosa come dodici metri.
Arriva il francese, indossa mocassini ricavati da una cugina di Ester, e questo, di fatto, la rende immediatamente nervosa. Lascia un banconota da venti euro nelle mani della tassista e si avvicina con un sorriso da depliant ortodontico. Lei è Cletus ? dice senza alcuna esitazione nella voce, come se la risposta fosse superflua. Si, dico, veniamo al punto…Ester ha fame, e va alimentata a ritmi regolari… Ah, se per questo….ed estrae un criceto liofilizzato dalla ventiquattrore, tenga le dia questo, le piacerà. Ora il monito di non accettare cibi dagli sconosciuti è stato il leit-motiv della mia, come della di quella di moltitudini, infanzia. Apro la bustina in un bicchiere di plastica ricold'mo d'acqua e lo lascio per terra. Ester lo annusa, un po sospetta, poi d'un colpo lo inghiotte, totalmente, placandosi da li a pochi minuti. Veniamo al punto, lei sa che cosa contiene queta valigetta ? No Un manoscritto. Bene. Un manoscritto ritrovato in una bisca, aggiunge. Un luogo tipicamente frequentato da letterati, dico, volendo fare del sarcasmo a buon mercato. Non proprio, vede….e qui la pausa sta come per annunciare qualcosa di solenne….una sorta di rivelazione. Questo manoscritto è molto importante. Perché ? Per un insieme di motivi, stia calmo e mi lasci finire, dice mentre apre la valigetta sulle sue ginocchia. Intanto il Pastise sta facendo il suo sporco lavoro fra i miei corridoi neuronali, riesco a capire a tratti, quello che sta dicendo. Sento che mi parla di de-costruttivismo, di spersonalizzazione, di spaesamento, di Zidane e dei giardini pubblici di Osaka, non so riferire in quale ordine. Continua poi, come un cd cui saltino le tracce, e sento ancora dirgli le parole Veruziis, Tiziano Ferro, Pomezia, Pratica di Mare, la villa di Plinio, una nota casa editrice, il suo editor di riferimento, e il conto in Svizzera del critico letterario di un noto magazine italiano, intrighi, mazzette, premi letterari truccati. Ascolto tutto ciò mentre rimiro lo splendido accoppiamento di colori fra un collant e ciò che avvolge della mia vicina di tavolino, una donna sui quaranta, che sprizza vita meglio di un depliant delle Crociere Costa.
Adesso ha capito perché ci tenevo ad incontrarla, signor Cletus ? Faccio di si con la testa, mentre sono altrove, magari in un utilitaria, intento ad una seduta di car sexing con la predetta. Bene, sono certo che lei mi darà una mano….ci conto…. No, lasci stare, pago io….fraintendo alla grande, mentre per darmi un tono mi alzo e sbadatamente lancio un'occhiata non proprio innocente alla donna in questione.
Mi saprà aiutare ? mi chiede quando ormai sia io che Ester siamo giù dal marciapiede, attraversando l'immensa piazza, diretti ai giardinetti della fontana centrale di piazza Mazzini. Ester adora l'acqua…e anch'io ne avrei voglia adesso. Meglio far sguazzare almeno lei, nella fontana.
Si, certo, restiamo in contatto….gli dico con una voce facile preda del rombo cacacazzi dei taxi parcheggiati a motore acceso, sotto questo sole pallido di fine gennaio. |
28/01/2007
La corsa al contenuto del container
|
.Foto in prima pagina addirittura sui tabloid gratuiti distribuiti un po in giro per la città. Ritraeva alcuni sudditi di sua maestà, dediti alla raccolta differenziata non tanto dei pensieri (come Bandini docet) quanto di ciò contenevano i container rovesciati da una nave che li trasportava, finita incagliata a poca distanza dalla riva, e che ha rovesciato il suo eterogeneo contenuto, rendendolo, di fatto, alla mercè di tutti.
Memori degli antichi fasti, qualcuno ancor'oggi, li reputa degni eredi di quell'accolita di banditi che solcava i mari, in nome di sua maestà, e fotteva allegramente tutto ciò che gli capitava a tiro, di galleggiante. Pirati moderni, che per una volta, abbandonato il consueto aplomb, e dando una versione un po insistita del loro proverbiale humor, britannicamente si sono fatti riconoscere, andando a spogliare ed appropriarsi di tutto ciò che da detta nave è fuoriuscito.
Cosi, il ragionier Smith, si fa ritrarre, felice, mentre spinge (non senza qualche sforzo) una costosa motocicletta sulla spiaggia, alla volta di casa sua, per farsene, c'è da starne certi, vanto con gli amici, fra una partita di freccette e l'altra, al pub, sottocasa, la sera.
Duole apprendere, che a rovinare questa favola moderna (riedizione riveduta e corretta di tante altre storie di pirati), sia insorto uno studio legale, prezzolato dalla sfortunata compagnia di navigazione, che ha intimato ai sudditi di sua maestà, di restituire, tempo un mese, il maltolto.
A volte la storia, si diverte a disvelare chi siamo. E questi inglesi, oddio, che gran signori, eh ? |
21/01/2007
Bobby
|
Due parole su questo film, girato da Emilio Estevez (figlio, non lo sapevo, - e grazie a wikipedia- dell'attore che lui stesso dirige in questo film, Martin Sheen) uscito da poco qui da noi, e che ho avuto la ventura di vedere, stasera. Nel 68 avevo dodici anni. Quando alla tivù, non ricordo se Tito Stagno, o chi per lui, annunciò con tipico tono ferale del suo omicidio, con gli strumenti che avevo a disposizione capii che era una cosa grave. Poco più piccolo, a sette anni, appresi mentre facevo colazione, in una fredda mattina di novembre, da una radio a transistor piazzata sul frigorifero della cucina (era più pratica, teneva compagnia a mia madre, durante le faccende, e soprattutto, meno tirannica, in termini d'attenzione, consentiva infatti di scambiare anche due parole) della morte del fratello più grande, John Fitzgerald. Credo che questi due fatti, il fatto che fossero fratelli, che se ne siano andati nello stesso modo, e ancora, a dar credito al coro di elogi che avevano, entrambi, post-mortem sollevato, beh, abbia giocato non poco, nel mio, come penso anche quello di molti altri, immaginario, andando a costruire dei capisaldi intorno alla vita, all'America, e al come doveva apparirmi strano il mondo dei grandi. Giusto un anno dopo, l'America, come un Idra dalle mille teste, era capace di tenerci nuovamente incollati alla tivu, in una notte stellata di metà luglio, regalandoci LSD a buonmercato, spedendo a saltellare sulla luna un manipolo di pazzi funzionari della Nasa. Voi dite che da tutto ciò un adolescente non ne viene per nulla condizionato ? Il film, sfruttando una tecnica di narrazione cinematografica, simile a quella di Magnolia, o meglio ancora di America Oggi, di Altman, ci regala il back-stage, fissa sul calendario la giornata dell'attentato, e sceglie come minimo comune denominatore la location, ossia l'Albergo (l'Ambassador Hotel di Los Angeles) nel quale, a sera, Robert Kennedy, dopo aver commentato a caldo i risultati delle primarie in alcuni stati americani, verrà graziosamente sparato dalla mano malcerta di (almeno nel film appariva tale) un ragazzotto con qualche problemuccio. Per farlo, la regia ricorre al carisma di un pugno di attori degni di nota, da una veritiera Sharon Stone, nei panni della responsabile del salone di bellezza dell'albergo, di Demi Moore, nelle vesti di una alcolizzatissima e stizzosa ex pin-up, sul viale del tramonto, di un Anthony Hopkins, oramai l'antologia vivente di se stesso (non potrebbero doppiarlo un po meglio ?) e tanti altri, fra i quali Elijah Wood (scusatemi ma per tutte le scene nelle quali è stato inquadrato, non ho potuto fare a meno di vederlo nei panni di Frodo, che aveva vestito nel Signore degli anelli). Come tutti i film corali, vedi un po che almeno non sia montato con un certo tocco di vivacità. Nel film, non mancano alcuni momenti esilaranti, come la prima esperienza lisergica di due supporter di Kennedy, che li vede impegnati, forse meglio di tanti trattati sociologici, a renderci, dietro le loro battute allucinate, l'irrisolto rapporto, che dai tempi dei padri pellegrini, costoro hanno vissuto, e vivono, nei confronti della religione. "Siete pronti ad un'esperienza diretta con Dio ?" gli chiede il pusher, e tu che ascolti, sai che sta dicendo sul serio, al di là delle intenzioni sceniche, nulla ti toglie dalla testa che non sia vero, che sia, alla fine, il problema dei problemi. Sto semplificando, ovviamente. Ma attraverso l'incursione nella vita dietro le quinte, di una parte del personale dell'albergo, di alcuni eccentrici ospiti, l'affresco viene a poco a poco allo scoperto, restituendoci l'esatta "atmosfera" che si doveva vivere in quel periodo, in quel giorno, in quel posto. Pregevole il montaggio finale, delle scene clou dell'attentato, dove allo spettatore viene offerta (e qui la bravura del montatore è al top) alternata, la scena "ufficiale" ricavata da filmati d'epoca, con quella "ricostruita" (nel senso degli attori che per tutto il film, lo spettatore ha percepito come appunto "finzione"). Il risultato è pregevole. Cosi come l'idea di lasciare l'audio di Bobby, quella voce ritmata e un po nasale, a tratti lamentevole, a tratti decisa e affilata come la lama di un coltello, mentre scorrono sullo schermo i sottotitoli, la traduzione in tempo reale. Non ricordando nulla di quanto accaduto, per un attimo, vedendo quante altre persone fossero rimaste ferite, ho pensato che fosse una virata "lisergica", a sua volta, del regista, ossia la trovata di far passare l'omicidio di un uomo come Bob, come la morte, di ognuno degli altri attori. Una salvifica nota, in cima ai titoli di coda, provvede a fugare i dubbi e ridimensionare la portata lisergica del regista: furono davvero ferite altre persone dai colpi sparati all'impazzata dal pischello, e per uno straccio di ossequio all'happy ending, che la storia a volte si diverte a fare, sono anche sopravvissuti tutti. Particolare, per il tono mai elegiaco, molto sobrio, della narrazione. Non facile, visto il soggetto, evitare di cadere nella retorica. Il film si fa vedere, contribuendo a far tornare a galla, le emozioni dell'adolescente che sono stato. |
19/01/2007
Ode, estemporanea, a Cesare Cremonini
|
Fare un lungo viaggio in auto, ascoltando un cd live (1+8+24, questo il titolo....). L'autore, Cesare Cremonini, ha inciso questo disco dal vivo, girato durante il tour del 2005 molto ma molto ma molto bello. Ho avuto modo di dare un'occhiata anche al DVD allegato. Su tutti, si impone un brano, che premia chi ha avuto la forza di vederlo tutto, giacchè si trova alla fine (come dice Bandini"verso i titoli di coda"...) quando il nostro si alterna alle tastiere con un altro componente della band ed improvvisa un brano di acid jazz fusion da far drizzare i capelli. Non suoni irriverente, ma a me quest'autore piace. I testi non sono mai del tutto banali, e la band ha i controcoglioni. Qui, per sovramercato, ha anche un'orchestra degna di nota che gli supporta alla grande tutti gli svolazzi. Ci torno su di sicuro. Intanto...viva (ognitanto) la musica italiana !!! Non si vive di solo blues. Ciao |
17/01/2007
Un sogno di Ramona

|
Suono di campane, giorno di festa. Tante persone ben vestite vanno verso la chiesetta. E’ una giornata speciale, il cielo è sereno, sembra primavera e forse lo è. Sono tutti contenti, allegri, ridono. Oggi si sposa il Cletus. Mi sembra di averlo intravisto, un po’frastornato, ma sorridente, nel suo giubbotto di pelle alla Fonzie, circondato dagli amici che lo sfottono allegramente. Sembrano tanti adolescenti… ma i molti capelli grigi e qualche pelata rivelano senza troppa fantasia che l’era dell’adolescenza è passata da un po’. Eppure nell’aria intorno a loro vibra lo spirito goliardico tipico dell’amicizia fra maschi, specie quelli fanciulli che non crescono mai. Poi il Cle svanisce, inghiottito dalla massa. Non vedo la sposa. Apro l’armadio, cerco un vestito, quel vestito…dov’è? E’ l’unico adatto alla cerimonia. Non ne voglio altri. Alla fine, dopo aver messo in subbuglio l’armadio e il suo contenuto, lo trovo. E’ bianco, del tipo a sottoveste, con spalline sottili e una profonda scollatura a V. E’ bianco ma con grandi fiori rossi stampati, una leggera arricciatura alta, sotto la scollatura, e il resto mi scivola addosso come una nuvola leggera. Mi guardo allo specchio dell’armadio. Sono proprio io…Mi sento a mio agio, decido che per andare al matrimonio quell’abitino è proprio quello che ci vuole. Ma ora mi serve un golfino, o un coprispalla, o una sciarpina… non so se là fuori fa fresco, e comunque è più elegante andare alle cerimonie un po’ più coperte… Dove diavolo è quel coso?... Niente, l’armadio somiglia al taschino di Eta Beta, c’è di tutto, ma non il mio golfino. E pazienza, rimarrò scollacciata. Sandali bianchi col tacco alto.... mi prende un vago dubbio su una sicura storta alla caviglia, ma lo supero impavida. Non ho un cavaliere, guardo dalla finestra la gente che si avvia, in salita, verso la chiesa. Le campane suonano a festa e il cielo è sempre più blu. Vi sono dipinte le rondini, nere, a forma di M come nei disegni dei bambini, ma a me sembrano sorrisi… E’ proprio primavera. Mi avvio sorridendo anch’io, verso l’Evento. E poi mi sveglio. by Ramona |
15/01/2007
13/01/2007
Una riflessione sui fatti di Erba
|
Perdonate il titolo che si presta a più di un'interpretazione (facile gioco di parole, in effetti). Questa storia non va liquidata come le altre (anche se purtroppo, o per fortuna, andrà proprio cosi). Cosa merita di essere considerato, qui ? Il portato letterario, intanto. Su una cosa del genere, in America, gente come Truman Capote ci ha sbroccato. Il paragone non è poi cosi azzardato. Un fatto di sangue che, come questo, risalta per la "normalità" dei protagonisti. Categorie come normale o diverso andrebbero bandite da chi si occupa professionalmente di casi del genere. Qui preme evidenziare lo scarto. La facilità con la quale un continuo litigare con i vicini si trasforma in scelta definitiva. Se mai, sarebbe da cristallizare, da parte di chi ne è capace, non tanto il momento nel quale è avvenuto il fatto, ma il suo "prima". Il come può essersi andata formando, nella testa degli autori, l'idea di farla finita con quella banda chiassosa di vicini. E' un buco nero, quello. Una zona buia nella quale fa paura a molti andare a vedere, tentare di fare luce. Con quali strumenti, poi ? La psicologia aiuta ? Si, forse, ma una cosa di questa portata autorizza più di un interpretazione. Dal disarmante constatare che siamo tutti bestie. Dall'asserire, come ho sentito in tv, per bocca di qualche vicino intervistato dal solito zelante cronista di nera, che "in fondo sembrava gente normale". Allora voglio azzardare un'ipotesi. Che questa, sia una tragedia, da qualsiasi punto di vista la si voglia osservare, che urla per la sua latente pericolosità. Ci dice, in modo eclatante, quanto è facile che il concetto di onnipotenza, irrigato e fertilizzato da una esposizione continua e quotidiana alla violenza (penso al portato di certi telefilm trasmessi bellamente dalle tv, spesso in orari nei quali dovrebbe vigere una sorta di controllo del moige), arrivi allo zenith di decidere della vita altrui. Questo confine che è ritenuto invalicabile, oggi, da un fragile canneto di regole, convenzioni, che il vivere sociale sembra si sia dato. Ma che è altrettanto facile valicare, sotto il vento sferzante dell'intolleranza, e insieme del concetto di onnipotenza che si legge in filigrana, dietro all'azione di uno (in questo caso, una coppia) che esce di casa, armata di coltelli e spranghe, non per dare una lezione, ma con la risolutezza di chi vuol "chiudere" la faccenda una volta per tutte. Si diranno le solite cose consolatorie, che andavano aiutati, che non bisognava sottovalutare le minacce, gli alterchi, le denuncie. Che insomma la colpa è sempre un po’ degli altri, e quindi, alla fine, di nessuno. Ma non è cosi. A me interessa, ripeto, la genesi dell'idea. Il come possa essersi fatta strada nella mente di quest'anonima coppia di paese, l'idea del massacro. E' quello, ciò che mette i brividi. E' quello ciò che si dovrebbe scavare, per tentare di porre un argine, fragile quanto si vuole, ma tenuto su dalla conoscenza, dal sapere. La vita è violenta, la violenza, piccola e grande, vistosa e larvata, pervade molti degli ambiti del nostro vivere sociale. Tollerarla, continuando a far finta di combatterla con le armi spuntate della psicologia, non serve. Se un valore deve avere la storia, tutta, dovremmo aver già relegato, da un pezzo, questo genere di faccende, all'epoca nella quale, come specie vivente, stavamo cercando di conquistare la stazione eretta. Pensarci, e dire le cose come stanno, per non dover riconoscere, che a qualcuno di noi, si è fermato il calendario. Una scommessa. |
11/01/2007
Intermezzo (1)
Ce ne andavamo cosi, la luce bassa del tramonto in faccia. Nell'auto, Kelly Joe Phelps, che non è proprio una cosa da bere, sebbene i violini in un blues ci stiano da dio. Le onde, stanche anche loro, ad infrangersi, come alla fine di una lunga corsa, a pochi passi da noi. |
08/01/2007
La donna e il burattino.

|
La donna e il burattino è una cosa che ha scritto un certo Pierre Louys. L'ha scritta tanto tempo fa. Nel 1898. La protagonista principale si chiama Conquita. Non ho letto questo libro, sebbene sia disponibile, insieme ad un po d'altra roba che ha scritto Monsieur Pierre, sui siti di vendita online di libri. Mi riprometto di comprarlo, appena ricarico la carta per gli acquisti sul web. La protagonista instaura con un uomo di una certa età, benestante, un gioco perverso. Antico come il mondo. Un valzer, in altre parole. Si concede (mai del tutto) per poi ritrarsi, gli fa perdere la testa. Quando costui ne avrà abbastanza sarà di nuovo lei ad andargli sotto, e lui, nonostante tutte le sue promesse, ci ricadrà, inesorabilmente. A tutta prima, nulla di strano. Chissà quante altre storie sottostanno a queste, abusate dinamiche. Aggiungere che lei si professa vergine, si fa comprare una casa, e sa ballare il flamenco come poche. Il burattino, invece, subisce, inerme, tutti gli svolazzi di Conquita. Ci sono storie cosi, cristallizzate, l'intento della donna è quello di legare a se in modo indissolubile l'uomo, rinviando ogni volta il suo totale concedersi, conscia che una volta ottenuto ciò che desidera, l'uomo, come tante altre volte, girerà le spalle in cerca d'altro. Bene, per grandi linee, è la storia di Quell'oscuro oggetto del desiderio di Louis Bunuel. Con una differenza, nel libro, pare, alla fine Conquita si concede. Nel film, no. Bunuel di suo aggiunge il surrealismo, fa apparire qua e la nelle sequenze un vecchio sacco di juta. C'è sempre la scatola (che stavolta si apre: contiene, fra arnesi da cucito, una caramella che sensualmente verrà messa in bocca da Conquita al protagonista (Ferdinando Rey, più che bravo). Ancora, la pellicola è costellata di esplosioni (girato nel 77), ad opera di una fantomatico gruppo armato "del Bambin Gesù". Ancora un vezzo registico: la protagonista è alternativamente interpretata da Carol Boquet e da Angela Molina (si è incerti su chi delle due sia più brava e sensuale: entrambe sopra la media). Bunuel, disse la critica, con questo film fece la "summa" di tutti i suoi tic. E' leggermente meno onirico dell'altro, rivisto recentemente (il fascino discreto della borghesia), ma è altrettanto bello. Si dipana, con la trovata narrativa del racconto da parte del protagonista, ad altri compagni di viaggio, in uno scompartimento ferroviario, di un treno che deve andare da Siviglia a Parigi, via Madrid, fra i quali la omnipresente Milena Vukotic (io me la ricordo, quando ragazzino, la vedevo in tivu, nei vari sceneggiati), un nano e un magistrato. Nel film appaiono anche gli animali: i cani con i loro latrati sulla pista audio, in alcune delle sequenze più importanti. Un topo che finisce immeritatamente la sua carriera finendo in una trappola proprio mentre il protagonista sta chiedendo alla madre di Conquita di porre i suoi buoni uffici per convincere la figlia ad andarlo a trovare a casa (con quali intenti, siete liberi di immaginare). Ancora, una mosca, che finisce nel bicchiere dell'aperitivo, ai tavoli di uno scicchettoso bar di Parigi. C'è una vasta bibliografia su Bunuel. Diciamo anche che il tipo si presta. Voglio bene a quest'autore. Somiglia, mi rimanda, alle linee guida di Zappa. Entrambi maestri nel tirarsi un paio di passi fuori e analizzare con spietatezza, liberi da preconcetti, e assolutamente fuori dal coro, le magagne (qualcuno dice della borghesia ma credo non solo di questa) del nostro modo di vivere. Lo sguardo che ci offrono, il primo con i film, l'altro con la musica, (che non a caso definiva "cinema per le vostre orecchie"), sono solo due, fra i più grandi, recenti, esempi di geni che hanno colorato il mondo con le loro creazioni. Se ci fosse ancora Benigni, ai tempi del suo esordio con Arbore, la domenica, facendo improbabili critiche cinematografiche, (anni luce prima che arrivasse lo stralunato e sofisticato Ghezzi), sprofondato in una poltrona gigante, direbbe…."Il film è la storia di una che tutto il tempo gigiona con un povero uomo, e alla fine non gliela da". |
07/01/2007
Chi di bufala ferisce...
|
A volte uno si aggira come un ossesso in casa, alle prese con faccende di nessuna importanza. In alcune di queste circostanze può capitare che ci sia una televisione accesa. Facile che questo accada quando sono previste le trasmissioni dei TG (è una delle poche cose per le quali valga la pena possedere una televisione, in più, ne vado ghiotto, a volte me ne sparo 2 o 3 tutti in fila…). Pertanto, oggi mentre tagliavo della legna, preparavo un pasto per un amico che lo ha diviso con me, ho sentito un sequel di una notizia data giorni fa e che l'ansia giornalistica di correre appresso a quelle "nuove", me l'aveva quasi fatta dimenticare. Parlo della storia dell'aereo indonesiano che è sparito (si, proprio cosi) da giorni (credo fosse capodanno il giorno del suo decollo) e che nessuno, ad oggi, ha ancora ritrovato. Bene, con lo stringato linguaggio di queste occasioni, lo speaker ha infiorettato la storia della bufala (alla quale hanno abboccato tutti) di un primo ritrovamento, notizia circostanziata, diciamo meglio, che ha acquisito autorevolezza (o meglio ancora: credibilità) a fronte della comunicazione che c'erano anche nove superstiti. A smentita arrivata, purtroppo, (in TV sempre il pianto angosciato di una giovane parente di un passeggero), il mio udito sfondato da ore ed ore di ascolto di musica ha captato distintamente che per dare una mano a ritrovare l'aereo sono stati mobilitati degli sciamani, e che a nulla è valso il sacrificio di un bufalo, offerto immagino, come rito propiziatorio come si faceva una volta. Tralascio il fatto del come la notizia sia stata riportata. Ma, subito (e anche molto forte) mi è sorto un interrogativo: ma gli animalisti dov'erano ? No, capite, uno accetta tutto, che un giorno si e l'altro pure la comunità scientifica ci allarma sulle nefaste conseguenze dell'effetto serra, che a Roma, Veltroni non abbia trovato meglio che rieditare la simpatica faccenda delle targhe alterne, ancora: che a breve verrà rilasciato sul mercato il nuovo sistema operativo di microsoft, chiamato "vista" (e già immagino il fiorire di battute che potrà produrre, che so, al primo crash del pc nel quale è installato…hasta la vista…ect ect). Ebbene, accetto tutto, mi lascio scivolare addosso fiumi di notizie, comunicati, smentite, ma davvero questa faccenda del povero bufalo m'ha fatto pensare. Da quali fondamenti discende la possibilità che il sacrificio della bestia abbia capacità localizzative ? Cazzo c'ha un chip gps termofuso nell'orecchio, dei sensori nei garretti ? E inoltre, tutta la storia, vista dalla parte del bufalo non dev'essere affatto divertente (il quale, posto che sia dotato di una qualche forma di intelligenza si sarà anche chiesto: ma io che cazzo c'entro ?). Siamo nel 2000, perdinci, e ancora bottoni con l'iconcina di un bufalo sul cock-pit di un aeromobile non c'ha pensato nemmeno la NASA. |










