29/11/2006
Sotto il cielo di Pechino

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Ho "rubato" questa foto dal fotoblog di Giulio Mozzi, che si chiama "sotto i cieli d'Italia". La foto, recita la didascalia, è stata scattata a Pechino. Quindi sarebbe più corretto dire, "sotto i cieli della Cina". In ogni caso, questa foto, attualmente è diventata lo sfondo del mio desktop. Ed è diventata anche il pretesto per questa cosa: Sotto il cielo di Pechino. Sono seduto sulla panchina del Parco delle Rimembranze. Non mi piace allagare nei ricordi, tuttavia. Voci di bimbi che corrono e di mamme cinesi che li chiamano con nomi che sembrano estratti da uno di quei cartoni animati che danno alla tele verso l'ora di pranzo. Il cielo, se cosi si può chiamare, è grigio. Un grigio tendente al marrone. Dicono che questa sia una delle città più inquinate del pianeta, e a giudicare da ciò che rimane nel fazzoletto, quando mi soffio il naso, c'è da crederci. Guardo in alto, rari gli uccelli che volteggiano. Volteggiano come a Pratica di mare, stessi svolazzi, stesse rapide picchiate, stesso fuggire secondo traettoie indistinguibili se non in un alchemico condensato di geometria. Un festival di linee, si aggruppano, si separano per brevi momenti, per poi, al culmine di virate mozzafiato, ricongiungersi e caratterizzarsi come uno stormo collaudato. Non fa freddo, non fa caldo. Fa. Guardo questo palo. L'intreccio dei suoi fili, messi su in fasi successive. Penso al coagulo di parole che portano, come se dei milioni di parole, discorsi, dialoghi, ne restasse una piccola traccia a contaminare l'aere intorno. I destini di amori, transazioni, amicizie, giocati nel gomitolo indistricabile di cavi, avvolti da un gigante pazzo, intorno ad un palo, tendente al cielo. E intuisco la vacuità del tutto, la commistione fra l'astratto e questo succedaneo del reale, spietato, che è il palo. Un qualcosa che svetta da terra, ma che a terra ricongiunge. L'elemento aereo dell'altezza dei cavi, con quello altrettanto alto dell'immaginare che tipo di discorsi siano transitati lassù. Le cose non sono mai come ci sembrano, e il cervello, quando vuole, sa ingannare come il miglior baro. Ma il cuore no. E io ti amo, Jimjang. |
26/11/2006
Fàmose der male.
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Ad uso e consumo di coloro che adorino spararsi cose particolari giù nel palato…sciorino qui una ricetta che mi è valsa una sorta di standing ovation da parte dei commensali di ieri sera. Prendere del macinato sceltissimo (quello per intendersi con pochissimo grasso). Spremere un quattro cinque arance e uno o due pompelmi. Scolare il succo cosi ottenuto in una terrina dove è stata messa la carne macinata. Lasciarla cosi per qualche ora. Noterete che dopo un po' la carne cambia colore. E' la "cottura" dell'acido contenuto nel succo d'arancia. A parte, fate soffriggere dello scalogno, tagliato finissimo, in una noce di burro a fuoco lento dentro una pentola. Sminuzzate una porzione di zucca e versatela nel soffritto leggero. Aggiungete una presa di sale e di tanto in tanto dell'acqua. Tenere sulla fiamma cosi bassa fino a che non diventa una sorta di crema. Disponete su un tavolo un recipiente e una confezione di cannelloni "pronti da infornare" (facilmente reperibili in ogni supermercato che si rispetti). Unite in un recipiente sia la zucca (ormai liquefatta) e la carne macinata alla quale, se volete, potete dare una veloce sbollentata di pochi minuti giusto a completare la cottura. Amalgamate il tutto e cominciate a riempire i cannelloni. Mettete tutto in una teglia (imburrata in precedenza). L'operazione è pallosa ma potete aiutarvi con un cucchiaino, o per coloro che ce l'avessero, con una di quelle siringhe di stoffa da pasticcere, che poi si lavano. Dopo aver posizionato il tutto dentro la teglia dategli il colpo finale, versando il contenuto di una confezione di besciamella già pronta. Infornate per mezz'ora a 180-200°. Portate in tavola. Si sposa bene con vini aromatici, sia bianchi che rossi. Ultima notazione, per i depressi cronici: potete, se volete, insaporire il guazzetto di carne e succo d'arancio, con delle bacche di ginepro (in genere però le tolgo prima di amalgamare con la zucca). Buon appetito. |
21/11/2006
Del "Mito" e dintorni.
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Grande risalto sulla stampa mondiale, sull'evento di sabato 18 a Bracciano per la cerimonia di nozze fra l'attore Cruise Tom e la di lui compagna……. A neppure 48 ore dall'evento, si tirano le somme e può risultare utile fare due riflessioni sul "come" è stato trattato.
Si dirà, che quando ci sono in ballo personalità del mondo dello spettacolo, è naturale che si scateni questo interesse mediatico. Le cifre parlano per un'esclusiva concessa a People [famoso magazine britannico] di un compenso di 2,5 milioni di euro.
Chi giudica severa la finanziaria, provasse ad immaginare se e quanto, questa piccola goccia, avrebbe potuto aiutare, che so, la ricerca scientifica. In ogni caso, è l'atteggiamento della "gente" che qui preme valutare. Ci sono state persone che hanno stazionato per ore sotto il castello Orsini, in attesa non si sa bene di cosa…forse, alla stregua della moda dei reali di mezz'europa, che ci fosse il famoso "affaccio" dalla finestra, con tanto di bacio per la gioia dei fotografi da "io c'ero" ?
Cosa porta una persona, che voglio credere "normale" a spendere porzioni del suo tempo per stare fermo le ore sotto ad un castello che si e no avrà visitato tre volte in vita sua ? A tanto conduce la potenza mediatica ? Erano giorni che con tono quasi compiaciuto, i tiggi e le radio, annunciavano l'evento. Con il classico tono simil-asettico, snocciolavano di numero di camerieri addetti, di cecchini disposti sulle torri, di non so quanti uomini delegati alla sicurezza. In somma, il solito "concerto" di cifre, quasi terrorizzanti che con una briciola di compiacimento e di neanche tanto malcelata ammirazione, siamo costretti a sorbirci, quasi che le sole cifre, e già solo quelle fossero capaci di conferire "allure" o autorevolezza all'evento stesso.
Si è detto…se tutto ciò fosse successo negli States non avrebbe avuto tutto questo risalto. L'affermazione va rigirata come un guanto. Perché, allora, solo da noi, si ?
Cosi come, a giochi conclusi, si sta scatenando la marea di commenti, di critiche, per la totale mancanza di educazione nel non aver saputo nemmeno ringraziare, il sindaco (anzi La sindaco) di Bracciano e tutti gli abitanti e operatori commerciali che si erano preparati all'evento, ma non sono stati nemmeno ripagati da un piccolo gesto (come si conviene) come poteva essere un ciao ciao con la manina, comodamente seduti su qualche Bentley cabrio, scorrazzante per le anguste viuzze del paese.
Bene. Ci rendiamo conto ? A tratti è come se il medioevo non fosse mai finito. Cose del genere, è fatale, finiscono con il far presa sul bisogno di sognare. Quasi come se il matrimonio suscitasse nell'immaginario collettivo, scene rimaste sepolte sotto i libri che ci leggeva la mamma, da bambini. Quelle favole nelle quali, immancabilmente, i buoni vincevano sempre, e ai principi andavano in spose le più belle e ambite fanciulle del reame (o viceversa). Il paese reale, allora, è anche questo. Permeabile ai miti come pochi, incapace di sani distinguo, totalmente inerme davanti al battage mediatico. Semmai di una riprova si fosse sentito il bisogno, mai come in questa occasione, dietro lo sdegno per la mancanza di bonton, per l'assenza di un qualsiasi cenno di riconoscenza verso, in ogni caso una terra che ha ospitato il passo leggiadro dei più glamour del pianeta, c'è tutta la disarmante esposizione alla vergogna, di chi si è sentito tradito da un happy ending che non l'ha riguardato.
E bravi i coniugi Cruise, chissà se i loro comportamenti non siano più pedagocici di tante chiacchiere (comprese queste mie, ma aspettiamocene ben altre, Vespa et compagnia cantando in testa) per aiutare a crescere un po tutti. |
19/11/2006
La cabina telefonica (di Raymond Carver)
La cabina telefonica .
La donna s’ accascia nella cabina,singhiozzando
al telefono. Chiede un paio di cose
e singhiozza ancora più forte.
Il suo compagno, un anziano tutto
In jeans, sta lì vicino in attesa
che tocchi a lui parlare, e piangere.
Lei gli porge la cornetta.
Per un attimo restano insieme dentro
la minuscola cabina, mescolando la loro lacrime. Poi
lei va ad appoggiarsi al parafango
della loro berlina. E ascolta
mentre lui prende accordi.
Osservo tutto questo dalla mia macchina.
Neanch’io ho il telefono in casa.
Resto seduto al volante
e fumo, in attesa di prendere
anch’io accordi. Ben presto
Lui riaggancia. Esce e si asciuga il volto.
Salgono in macchina e restano chiusi.
I vetri s’appannano sempre più
mentre lei gli si appoggia e lui
le cinge le spalle con un braccio.
I gesti meccanici
di conforto in quell’angusto luogo pubblico.
Vado con le mie monetine
verso la cabina e m’infilo dentro.
Però lascio la porta aperta,perché
si sta così stretti qui. La cornetta è ancora calda.
Non mi piace per niente usare il telefono
che ha appena portato notizie di morte.
Raymond Carver
19/11/2006
Il romanzo_gotico_popolare (4)
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Ho trovato l'idea per iniziare. Buffo partire da dove finisce un altro libro. Ma a me è sempre piaciuto sfidare le convenzioni e darmi un'altra possibilità. Devo assolutamente finire questo manoscritto da consegnare, pena la restituzione dell'anticipo che ormai mi sono sparato per vettovaglie e cibarie, ed Ermete (mio cognato) e la sua truppa di animale esotici (Ivonne, lo struzzo e Osvaldo, l'orangutango, in primis) mi hanno gratificato, per questo.
Cosi, alzato presto, in questa domenica di novembre, sono uscito, per una volta da solo, e sono andato al lungofiume. C'è una panchina, che a quest'ora della mattina, baciata dai primi raggi del sole, lunghi e bassi, assume un aspetto cosi poetico da stringermi il cuore. Sono portato a credere che le cose belle, alimentino altre cose belle, come una chimica dell'estetica. Un reciproco eccitarsi di particelle altrimenti disperse caoticamente nei rispettivi quotidiani.
Mentre ero seduto, occhi socchiusi per difendersi dalla luce, mi è arrivato, potente, il rimando dal quale ho deciso di partire. E l'incipit è venuto fuori da solo, oplà, come se fosse rimasto in stand-by, in qualche corridoio neuronale, per troppo tempo. E ho deciso di partire dalle ultime pagine di Le mille luci di New York, di Mc Inery. Affronto la sua elegia del pane.
C'è una relazione, che si perde nella notte dei tempi (ossia alla mia infanzia leccese), fra l'alba e l'odore del pane, appena sfornato. Indissolubile, è rimasta intatta anche in fredde mattinate romane, e stamattina è qui, seduta accanto a me, come dotata di una propria entità, narrativamente parlando, più che degna. Del resto, la scrittura è il territorio dell'impossibile. E questo, con buona pace di intere bibliografie sull'argomento, resta il miglior (al momento) antidoto alla disperazione.
L'odore del pane. Apparentemente sollecitato da nulla altro che questi raggi. Da questo venire su di una giornata, la domenica in particolare, quando le cose tutte cessano di portare con loro l'affanno del fare, e si ri-assapora il gusto del non-fare. Primatista mondiale, in quest'ultima specialità, rimando quelle righe del romanzo, come una sorta di professione di fede. L'ancorarsi al pane, la certezza, dopo una notte di dissolutezze. Configurarlo come una speranza, al di la del suo aspetto materiale, della sua fragranza promettente. Il pane, come viatico ad una nuova giornata che si apre, e la mia è qui, adesso, osservando il lento fluire di questa massa d'acqua che ho sotto, i suoi rapidi mulinelli che appaiono e scompaiono nel volgere di un battito di ciglia, come un ricamo sottotraccia, una texture a pelo d'acqua, per nulla minacciosa.
L'odore del pane, ma come gli sarà venuto a Mc Inery ? E se lo cito spudoratamente, il mio editore se ne accorgerà ? |
17/11/2006
Una giornata speciale
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Caro diario, il sedici di novembre è stata una giornata simpatica.
Cominciata alle sei, col terrore di non svegliarsi per tempo per portare l'erede a scuola, e sbrigare del lavoro arretrato. Arrivato sul filo di lana (complice il traffico un po meno congestionato delle 10, l'entrata "grazie" ad uno sciopero o assemblea degli insegnanti…non ho capito bene, era stata spostata), ho visitato un paio di clienti poi ricevuto la telefonata di un amico…"allora ? che fai ? non vieni ?"
Vieni dove ? Ma al caffè Fandango di Piazza di Pietra, nel cuore di Roma, dove alle ore 11,30 era prevista la conferenza stampa di presentazione di vibrisselibri.
Guadagno il mega parcheggio di San Pietro, "muro" la macchina e fermo un taxi su ponte Vittorio. Nel giro di pochi minuti sono sul posto. C'è cosi tanta gente che non si riesce ad entrare, mi sistemo, come posso, dietro un muretto, alle spalle del tavolo dei relatori. C'è Giulio Mozzi che parla del progetto, poi ancora altri, Tassinari, Angelini, Cenciarelli. Confusi, fra il pubblico, noto altri amici, blogger o semplici "aficionados" di vibrisse.
Mi rimangono dentro due cose. Le misee interessanti di alcune signore e un imperfetto. L'imperfetto è "cossigava". Si riferisce, credo al sole. Cossigare è della prima coniugazione, a tutta vista. Ed è anche un verbo estratto da una delle due prime opere di vibrisselibri, l'Organigramma di Andrea Comotti.
Usciamo, c'è un buffet freddo, il bianco è decente, le tartine anche. Fuori, davanti al locale, capannelli di persone, mentre una donnina in nero curva e questuante, circola anacronistica come mai fra gente che disquisisce di letteratura.
Si fa tardi, il Pantheon è a due passi e troviamo posto (la dozzina di persone rimaste) ai tavoli di un ristorante "per turisti", che ha il pregio di sfamare chiunque anche alle 15 passate. A tavola, frizzi, lazzi, ricchi premi e cotillons. Il tempo passa in fretta quando si sta bene. L'atmosfera è manco a dirlo conviviale, si scambiano indirizzi email, impressioni, reciproche manifestazioni di stima. Tanto idillio si riversa anche al momento di pagare, per ragioni insondabili avanzano 20 euro dal conto, filologicamente spartito "alla romana", dato che siamo nella capitale.
In compagnia di Pamela mi avvio verso Largo Argentina. Suona il telefono, arriva un ordine che da un senso alla giornata (senso economico, intendo). Arriviamo al capolinea dell'8. Pamela mi dice che è molto contenta quando qualcuno l'accompagna a prendere il tram. Fumiamo l'ultima sigaretta, attendendo la partenza del tram. Siamo felici. Poi arriva il tram, lei sale, è mancato il cinematografico ciao ciao da dietro ai finestrini, ci baciamo castamente sulle guance ripromettendo di sentirci telefonicamente quanto prima.
Entro da Feltrinelli, mi faccio del male, prendo l'ultimo di Carver edito da Minimumfax. Temo si tratti di roba che ho già, su un volume fuori catalogo di Pironti. Ma la speranza di un qualche inedito mi fa decidere l'acquisto. Completo il danno con la presa di due cd di Frank Zappa, il primo Absolutely free, che ho su un vinile oramai inascoltabile, e Make a jazz noise here, un doppio che ho "assaggiato" da Emule, che contiene brani già apparsi su altri cd, ma che ha avuto il pregio di farmi sobbalzare, all'ascolto dell'attacco, tutto di fiati, di King Kong, e basato su una scomposizione del tempo che c'è da urlare, rispetto alla prima, altrettanto bella, versione con Jean Luc Ponty (1974).
Prendo il 64, poche fermate e sono al parcheggio, riprendo la macchina e mi avvio verso casa. A casa c'e' la domestica, gli telefono chiedendogli di lasciarmi le chiavi li, se non dovessi arrivare entro le 19. Poi ripasso al volo da sottocasa di mia figlia, che scende e mi da un bacio. Proseguo. Il traffico non è dei peggiori. Tempo quaranta minuti sono a casa. Le chiavi me le ha lasciate al solito posto. Entro mi sciacquo il viso, cambio veloce e di nuovo in auto. Destinazione Ostia. C'è una mostra di opere in vetro di Carlo Scarpa, ordita da un amico architetto. A seguire c'è un concerto in una sede insolita: il salone sotterraneo di una concessionaria (è il nuovo mecenatismo, baby). Prima al negozio, dove degli splendidi lavori in vetro fanno bella mostra di loro esposti sui banchi (i pezzi più a buon mercato si aggirano sui 500 euro…). Poi, ci avviamo con altri amici verso il concerto. Prima dell'inizio del concerto un'attrice declama delle poesie di Alda Merini. Infine entrano i concertisti. E' un ensamble curioso, costituito da professori dell'Accademia di santa Cecilia (PianofortissimoPercussionEnsamble). E' tutto basato, come dice il nome, sulle percussioni. Sono in sei. Due pianisti, un anziano ma validissimo batterista, un direttore che fa faville sugli xilofoni e su una moltitudine di strumenti a percussione "strani", altri due percussionisti. Sono tutti vestiti a pinguino, come si conviene. Parte la musica, eseguono, fra gli altri, il Bolero di Ravel, L'apprendista stregone di Dukas, un altro brano mai sentito prima (Danse Macabre di Saint Saens) e buon'ultimo, Un americano a Parigi di Gershwin (l'assenza dei fiati non si fa rimpiangere per nulla). Resto senza parole. Non so perché ho, potente, mentre suona l'apprendista stregone, l'immagine di Topolino che combatte con la scopa dispettosa, dell'omonimo film disneyano, e qua e la, durante gli altri brani, l'immagine di Frank Zappa che aleggia intorno. In effetti, la totale padronanza del ritmo, l'affiatamento mostruoso fra gli orchestrali, e ancora la capacità di reinventare, interpretando, a volte ironicamente tipo inserendo spunti di samba in contesti anacronistici, con altre scansioni di tempo, brani cosi tanto famosi, mi dicono del lavoro che devono aver svolto, enorme, per arrivare a suonare cosi. Bravissimi, a dir poco.
Esco, ha fatto due gocce ma fa stranamente ancora caldo. Riprendo la macchina, torno a casa. E' tardi, è stata una giornata "tosta". Vorrei ce ne fossero più spesso, cosi.
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11/11/2006
Uno specchio rotto per terra
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Uno specchio rotto per terra Riflette un paesaggio di pioggia, rotto anche lui. Urla giocose di bambini, Mentre una palla ruzzola su un cortile e le galline svolazzano intorno, spaventate. Va il tempo, e l'acqua, fino a sommergerlo.
Le immagini che riflette diventano come quadri di un qualsiasi regista d'avanguardia. Contorni che sfumano, tutto imprecisato. Cosi non c'è più quest'aia, riflessa nei suoi frammenti, ma un enorme boato e poi il nulla e la rovina e i pianti di una mamma di Gaza, che osserva i brandelli di carne della sua carne, appena adolescente.
Uno specchio rotto, per terra. Riflette le immagini tivu di una mamma che ha forse ucciso in sonno il suo bambino.. poco dopo l'immagine di Ferrarotti che spiega perché il teatro è importante nella società d'oggi.
Uno specchio rotto per terra. Succo d'ananas che scivola sulle tette di una bella donna, Due uomini, insieme, che le detergono, mentre il regista che gira la scena non si eccita più. Il tecnico dell'audio che simula i gemiti registrati su una pista a parte, anche.
Uno specchio rotto per terra, ed è sabato mattina. Il sole contribuisce a far sopportare il tutto. Le rovine di una antica villa romana, nascosta nella pineta. Una bicicletta appoggiata ad un muretto con tracce di un antico mosaico, posato da chissà quali mani, chissà quanto tempo fa. Sarà stato lo stesso sole, la stessa bella mattina. Il mio cane, felice, gironzola intorno, ruzzolandosi ognitanto nell'erba bagnata del mattino.
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05/11/2006
E bravo a Peppino (Tornatore)
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Ieri sera ho visto La sconosciuta. Un film pregevole. Che fa male. Mi ha fatto male.
La storia di una ragazza ucraina. Finisce, purtroppo, come tante sue coetanee, nelle grinfie del magnaccia di turno (un Michele Placido davvero bravo nella parte dell'orco moderno). Poi…poi il riscatto, o almeno la ribellione a questo stato di cose, la ricerca (sofferta) di una dei nove figli partoriti e fniti adottati dall'Italia "per bene", dall'Italia che ce l'ha fatta (e non).
Andatelo a vedere. Intanto il ritmo: il film è montato molto bene, poche le pause, i momenti di calo della tensione (narrativa). Un succedersi di avvenimenti, la delicatezza e insieme la spietatezza di un montaggio pregevole (non a caso, Tornatore in questo è maestro). La storia prende spunto da quando la donna (bellissima, fra l'altro) si trova già in una delle città del Nord est. E' un continuo flash-back, ma non invadente, non auto celebrativo, direi essenziale sia per la durata che per l'intensità. A poco a poco, lo spettatore viene messo al corrente da cosa sta fuggendo questa donna, e qual è il suo orizzonte (a prescindere da ciò che dirà davanti al giudice). La trama, ripeto, ha poche cadute di tono, il film è sorretto da dignitosissime prove di attori del calibro di Piera degli Esposti, la Gerini, la Buy (che appare verso la fine), di Michele Placido (già detto, sopra), Alessandro Haber (un credibilissimo portiere di condominio) e di quest'attrice, Ksenia Rappoport, davvero notevole e brava. Insomma, una prova più che onesta. Ottima la colonna sonora di sua maestà Ennio Morricone.
L'ho visto in una multisale. L'audio (era tardi e gli ultimi posti disponibili erano di poco sotto lo schermo) cosi forte che il film più che averlo visto, l'ho "sentito" sul corpo, tanta la potenza dell'amplificazione e l'intelligente e realistico montaggio audio.
Sto ancora meditando. Di certo si esce dalla sala, senza avere una grande considerazione del nostro paese. Ma nonostante questo, si intravede, nell'ingenuità della protagonista, nel suo semplice esporsi alle disgrazie della sua vita, una innocenza che la salverà, rendendola credibile prim'ancora che davanti alla giustizia, a se stessa. Come donna che ha combattuto, perdonato e amato. Sullo sfondo un paese che accomuna la nefandezza del mercato della prostituzione del sud, con il confortevole e ovattato tran tran del nord, operoso e produttivo (ma con le scale del condominio sporche, al solito il nostro mondo finisce oltre la nostra porta di casa).
Da vedere, non credo sia da Oscar, ma riesce nell'intento di accostare, ad un occhio attento, le due facce dell'Italia dei nostri giorni. Falsa, bigotta e insieme sordida. Non ne usciamo bene e apposta per questo il film fa centro.
E bravo a Peppino.
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02/11/2006
Cabina Halloween
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Sono alla frutta. E' la notte di Halloween e sto passeggiando con Alfie, l'ornitorinco di Ermete, davanti al boulevard della salute (che se ne va…). Fa freddo per essere la notte a cavallo di ottobre e di novembre. Ma a me dell'equitazione è sempre importato poco. Cosi mentre cammino fra falò di prostitute e Suv di clienti, transito vicino ad una cabina che, ci credereste ? comincia a suonare, ma a suonare che in breve, appoggio Alfie (o meglio il suo guinzaglio) alla maniglia dello sportello a vetri entro e rispondo. Prontoooo Una voce furba, ma di certo femminile. Proooonto ?! dico io, invece per esser originale, in queste occasioni. Mi sei mancato, mi dice senza darmi il tempo di presentarmi. Mi sei mancato, insiste, in tutte queste mattine in cui mi sono alzata senza averti a fianco nel nostro letto, mi dice. Eh ? Si, e ancora nei nostri pomeriggi, e nelle sere. Nelle sere ? dico Si, e ancora nelle notti senza sonno e piene di letture. Cosa leggi ? (e qui passo decisamente al tu) Qualsiasi cosa, ho sfogliato l'elenco del telefono, quello delle case in multiproprietà di un catalogo che hai lasciato sul comodino, la bibbia e l'iliade. L'iliade, sant'iddio, ecco dove l'avevo dimenticata (oramai bluffo apertamente)… Se ti serve…. Ma no, ne ho comprata un'altra…con testo a fronte…. Carina, eh ? E quel carina mi dice, inesorabilmente, del "come" l'abbia potuta leggere, fra una mano di smalto e l'altra… Che fai adesso ? Passeggio, dico, per una volta, davvero sincero. Con chi stai ? Con Alfie. Un tuo amico ? Non proprio (dico…ma tanto non potrebbe capire nemmeno con l'atlante davanti che cosa sia propriamente un ornitorinco) E con chi allora ? Con chi ? Non me lo dici per non farmi soffrire, eh ? Si, pressappoco è cosi…bofonchio…ora non so più che dire. Leoluca…. (ma si può ?) Leoluca… Dimmi…tesoro.(non so proprio come altro chiamarla) Ma tu mi ami ancora ? Di la verità, è cosi ? Ho le rate, dico. Le rate ? Si. E che c'entra ? Non posso portarti pià a cena come tutte le sere…come quando… Non capisco…che cazzo stai dicendo, Leoluca ? Nulla, svariavo… Cosa mi devi dire ancora ? dice lei d'un tratto, tutta inacidita. Io ? ci penso su e poi dico: Nulla, nulla di nulla, credo sia finita, sai ? Ah beh, questo l'avevo capito. Passami a Leonardo, va che e' meglio… Leonardo ? Si, quello che vive con te Con me ? Ma si, guarda, l'agenzia che ti ho messo alle costole m'ha detto tutto, non so se esser più felice cosi, a sapere che m'hai lasciata per un uomo… No, non hai capito…dico… Ma ormai è tardi. Ha chiuso il telefono… Riprendo a passeggiare nella sera resa gelida dalle rasoiate di tramontana. Vampate di calore (umano ?) solo al passaggio vicino a qualche falò fra prostitute che si riscaldano e mi sorridono ammiccanti, guardando Alfie e pensando forse ad un qualche gioco erotico con. E' sempre la stessa storia, penso. |








