29/08/2006

Alien Orifice

Ovvero La passeggiata dell’uomo delle pulizie,

Sto ascoltando Alien Orifice, di Frank Zappa. Un pezzo strano, denso di sonorità ambigue e dissonanti quali quelle che, nell’ultrmo scorcio della sua carriera creativa, il "maestro" amava comporre.

La cosa sconcertante è che si tratta di un midi file. Rendere disponibile alla distribuzione online un file midi non è, al momento, almeno, configurabile come reato. Caso contrario faccio appello sin d’ora a qualche valido legale che volesse patrocinarmi pressochè gratuitamente (so cucinare il polipo come pochi).

Ora, dovreste avviare l’ascolto del brano perché credo che ve ne sarà bisogno, nel prosieguo della lettura, per disporsi nel giusto stato d’animo. [clicca qui]

Mi piace il lavoro solitario, girare per i piani quando tutta questa ciurma bianca si è levata di culo, dai cubicoli, dagli open-space. Mio nonno, in Alabama, aveva un pollaio che somigliava a questo posto qui. E che baccano che facevano, quelle quattro galline spennate, più o meno come queste che arrivano qui, di mattina, con i loro profumi di marca e che si affannano tutto il giorno, sculettando fra i box e i corridoi.

A quest’ora, per fortuna, non incontro nessuno. Non porto nemmeno più l’IPOD per sentire la musica mentre lavoro. Mi faccio cullare dal sordo ronzio dei server e delle macchinette per i caffè, che trovo quasi in ogni corridoio.

La cosa che mi piace di più è svuotare i cestini portarifiuti. Soprattutto quelli che distruggono i documenti. Sembrano stelle filanti fatte da un maniaco depressivo, perfette.

Ma a chi cazzo credete che freghi qualcosa se la fusione avverrà o pure no ? Io continuerò a versare nel mio secchio una qualche porcheria igienizzante per passare lo straccio nei cessi. Gente a modo, qui. Non come in metropolitana, dove ho dovuto lavorare per un periodo come interinale, quando la società per la quale lavoro, aveva l’appalto per la pulizia di diverse stazioni. La notte un pulmino guidato da un cinese con la grazia di Villeneuve, ci portava da un binario all'altro. Da una stazione all’altra. Poi è finito l’appalto e mi hanno assunto qui. Qui non mi trovo male, ripeto, se non fosse perché almeno sto da solo e non mi rompe i coglioni nessuno, nemmeno quelli della vigilanza, che se proprio non sanno che cazzo fare possono sempre vedere come mi rompo la schiena facendo su e giù dai piani, passando l’aspirapolvere.

Una sera uno di questi, un bianco alto come Big Jim, solo un po più stupido, mi ha accusato di sbirciare nei cassetti.

Sosteneva avessi rubato dei tampax da una confezione lasciata ai piedi di una scrivania.

Ho solo detto…."ringrazi che non sono usati, Sir. Stavano sul pavimento, l’ho soltanto messi sul tavolo. Qualcuna domani vedendoli si ricorderà che si tratta di roba sua. Cosa vuole che me ne faccia ?":

 

Ogni tanto mi fermo, infilo la chiavetta nella macchina del caffè e mi fumo una sigaretta dal primo balcone utile. E’ una no-smoking company, questa, cosa credete ?

Da qui su, la città sembra una cartolina. Arrivano rarefatti i suoi rumori, si ammazzassero un po tutti, e ogni tanto, invero, succede: c’e’ gente che si schianta proprio sotto l’incrocio di questo palazzone. In genere chiamo da uno dei tanti citofoni sparsi ai piani, giusto di fronte all’ascensore, la viglilanza…"ehi, qualcuno si è dimenticato di sterzare, qui sotto. Chiamate l’ambulanza". Poi, torno fuori, affacciato, a finirmi la mia sigaretta arrotolata e a divertirmi a vedere la luce blu intermittente che colora, ad intervalli, le alte facciate vetrate, e mi sembra, dai riflessi, di stare come sopra una grossa onda, come ho visto una volta alla tele, mentre mandavano un documentario sui surfisti delle Hawaii. Eugene, mio cognato si è trasferito li, ha aperto un chiosco che vende bibite sulla spaiggia di Waikiki. Ogni tanto, a Natale ci sentiamo, mi invita sempre. "Una volta devo venire davvero a trovarti, Eugene" gli dico. Lui ride…e non sembra crederci ormai più.

 

Mi manca l’ultimo piano, poi, anche per questa notte, ho finito. La corsa del bus che mi riporta a casa è alle 5. Per quell’ora ho preparato il pollaio per un’altra giornata di cova generale. Riprendo il secchio, mi avvio verso l’ascensore (comincio sempre dall’alto e poi scendo) e schiaccio il bottone.

Arrivato al piano, mi aspetto sempre uin fottuto fattorino bianco in livrea che mi chieda, col massimo dell’educazione possibile, "a che piano, Sir ?". Invece, in genere, vedo il mio faccione scornato proprio mentre si aprono le porte, dritto nella specchiera davanti a me.

Stasera il colorito dev’essere peggiore del solito mi dico, mentre le mie stanche pupille tentano di sintonizzarsi su dei liineamenti che dovrebbero essermi familiari. Stasera non ci riesco. Mi esibisco nelle mie solite quattro o cinque smorfie espressive ma non ci riesco. E’ come se fossi un altro, cazzo.

Forse il caffè era drogato mi chiedo mentre l’altro non-me-stesso mi allunga una mano e mi accarezza il viso. Il contatto con la sua mano (ma è una mano quella ?) mi ricorda la consistenza del gel verde che uso per i cessi. Ed in effetti il mio viso, lo vedo dallo specchio, dopo il passaggio della sua mano, somiglia a quello di un capo sioux incazzato come una biscia che ha appena dissotterrato un congruo numero di asce di guerra ed è pronto a fare il culo a chiunque gli capiti a tiro.

Ehi amico, vorrei farmi fare un pompino, stanotte.

Capto questa richiesta mentre osservo il gel verde venire giù, e mi vedo guardare questa "cosa" con un misto di compassione e naturalezza. Direi più compassione, però, chiedendomi se è della stessa consistenza anche il frutto della sua massima eccitazione. Avrebbe bisogno di farsi una sega e venire nella tazza del cesso dei fattorini, al seminterrato (c’è una quantità di incrostazioni che necessita di una spedizione archeologica per essere rimosse).

L’arnese mi guarda, nemmeno troppo incazzato dal mio silenzio. Non so come, ma ho come l’impressione che mi legga nel pensiero, e sorrido all’idea di una sua capatina nel bagno del seminterrato. Sai i complimenti ? mi dico, mica saprebbe mai nessuno che è stato grazie alla sborra gelatinosa (ed igienizzante ?) di un cazzo di alieno…

Hai da fumare ? mi chiede, dopo un po, con una voce metallica. Meccanicamente infilo una mano nella tasca della salopette dell’uniforme (è di un blu tristissimo). L’alieno osserva il pacchetto di tabacco e le cartine e in un flash rolla una sigaretta extra size. Buono dice, dopo aver tirato due tre belle boccate.

Lo faccio venire dalla Virginia, gli dico, come per confidargli un segreto…

Fa i pompini questa Virginia ? mi chiede come può fare un bambino davanti al primo dirigibile che vede in vita sua.

No, è uno stato, faccio io, hai presente ?

No, ma non fa niente. Ne hai dell’altro ?

Tabacco ?

Si chiama cosi ?

Si, si fuma, soprattutto, dico.

Bene, mi piace dice tossendo di colpo per sei o sette volte.

 

L’ultimo colpo di tosse copre di malagrazia il rumore di un mazzo di chiavi e di passi che si avvicinano.

Cazzo la viglilanza, dico.

E’ stato un attimo. L’alieno, non appena l’omone in divisa ha girato l’angolo del corridoio per arrivare al pianerottolo nel quale ci troviamo facendo salotto, come due bravi vicini di casa, gli è addosso torcendogli il collo con una grazia unica. Nemmeno un rantolo e l’omone rovina sul pavimento, per una volta, con una specie di mezzo sorriso sul suo volto, in luogo di un espressione d’ordinanza, non proprio amichevole.

Lo guardo e non posso fare a meno di vedermi davanti ad una corte, il mio bravo berretto in mano, l’occhio dal quale non vedo, appositamente in bella mostra, l’aria piu’ contrita di cui dispongo mentre supplico con l’unico altro occhio che mi è rimasto che almeno non mi mandino a friggere sulla seggiola.

 

Cazzo dici, tu stasera sarai con me su Orione, mi dice quella roba verde animata.

Un flash enorme, come quello di mille ambulanze ma con le luci verdi e parcheggiate sotto ad un centinaio di palazzoni a vetri, ad esaltarne la luminescenza, ci ha avvolti ed ora, non chiedetemi come cazzo come, mi trovo qui su, in un’orbita geostazionaria sufficientemente lontana dai vostri affanni e tale da consentirmi di non rimpiangere affatto la vita di merda che ho fatto fino a ieri sera.

Statemi bene,

Sam.

cletus1 at 21:11:00 2 Commenti

26/08/2006

Italian Graffiti (4)


"Ferrara se fossi magro la metà di quanto sei stronzo saresti Twiggy ! " Colore spray: rosso Ubicazione : Roma, zona Testaccio.

 

 

 

 

 

 

Ho ricevuto questa foto via email, da una signora che evidentemente segue (grassie) questo blog (almeno, limitatamente alla rubrica ITALIAN GRAFFITI).

Intanto, rappresenta un'offesa che, personalmente, non condivido (anzi, a dirla tutta, lo trovo pure simpatico). Se decido, dopo un po di perplessità, di dedicargli due righe è perché la trovo curiosa.

Il riferimento alla stazza da luogo ad un contorto ragionamento. Se fossi foco arderei lo mondo. Se fossi magro…la metà di quanto sei *******, saresti Twiggy.

Ora, è indubbio che Artemio Alfonsetti, pensionato dell'Atac, che transita per le vie di Testaccio, sappia alla perfezione chi diavolo è Twiggy, essendo magari un suo assiduo compagno per il te delle cinque. Pertanto la scritta si palesa come leggibile ed interpretabile, solo ad una ristretta cerchia di persone che hanno presente chi sia Twiggy (posto che fra costoro ci sia già, chi sappia che non si tratti di una città, l'altra persona in parola, ossia colui che ne indossa il nome).

Twiggy (ho finito da poco un libro che la celebra distrattamente, nella Londra degli swinging sixties) è stata una delle prime modelle mentre a Carnaby Street, andavano a ruba, gli abiti di Mary Quant, famosa stilista, inventrice della minigonna. La sua "magrezza" ha fatto da collegamento al soprannome, bastoncino, legnetto, appunto.

La facile ironia sulla contrapposizione di "stazze", viene inficiata però da un complesso gioco di relazioni, che richiede, come certi problemucci di algebra che ognitanto mia figlia mi chiede di aiutarla a risolvere, un grosso lavorio mentale, non da tutti erogabile (per incapacità o mancanza di voglia). La logica è: siccome l'estensore da tanto per scontato che F. sia grasso, suppone che se dovesse esser magro quanto egli è s******, sarebbe, appunto, Twiggy. Quindi, verrebbe da chiedersi, non è poi cosi s****** come il writer vuol far credere, se l'indice della sua s********gine fosse parametrato alla magrezza, sarebbe come Twiggy, che, abbiamo detto, posto che Artemio Alfonsetti la conosca e sappia che è stata famosa proprio per la sua "magrezza", e di cui tutto si può dire (salvo adesso, con l'età) tranne che sia grassa, è l'esatto opposto dell'effetto desiderato dal writer.

Non so, mi ci sono perso, lo trovo un vano esercizio di retorica (andato a male…di quelli con la data scaduta).

cletus1 at 14:51:00 2 Commenti

23/08/2006

Italian graffiti (3)

PAOLO DI UGENTO, PER QUEL BIGLIETTO SUL PARABREZZA TI SPEZZO LE GAMBE !

 

 

 

 

 

 

 

Un monito più esplicito, difficile da trovare. Si potrebbe eccepire che la dimestichezza con la coniugazione dei verbi sia stata tale da suggerire di evitare un impervio futuro, in luogo di un più immediato (e meno arduo ?) presente. Le gambe te le spezzo adesso, non "un bel giorno" o "prossimamente". Il che, confessiamolo, acuisce il senso della minaccia.

 

La scritta si incarica anche, gentilmente, di fornire uno straccio di motivazione a tale cortese fornitura di materia prima per gli ortopedici. E' stato un biglietto, ci dice, per di più posizionato su un parabrezza (di una vettura, c'è da giurarci).

 

Il divertimento risiede quindi, nell'immaginare cosa diavolo potesse aver mai contenuto tale biglietto. La più facile delle supposizioni: Paolo di Ugento è persona all'antica. Piuttosto che affrontare "de visu" l'ambita meta delle sue fantasticherie, ha preferito un più sobrio e meno inquietante messaggio delegato alla carta, e posizionato in modo tale da non correre il rischio di passare inosservato da parte della destinataria. Un marito geloso, quindi ? Che, anonimamente, si rivolge ad un altro semi-anonimo (se non altro sappiamo che si chiama Paolo e che abbia compiuto il misfatto ad Ugento, ridente località in provincia di Lecce).

Possiamo supporre che in calce a codesto biglietto (chissà, contentente un apprezzamento galante…?) la carenza di coraggio non abbia consentito a Paolo di Ugento di apporre, con un briciolo di coerenza, uno straccio di numero di cellulare. L'estensore della scritta sul muro, dalla sua, mascherandosi dietro l'anonimato si rivolge però con precisione all'estensore del biglietto, lo identifica, il monito, sia pure su un muro al limitare di una strada, è rivolto proprio a lui.

 

E' una guerra, in fondo, fra scrittori. Il primo, di biglietti, il secondo di muri delle provinciali salentine.

 

Un'altra ipotesi è che Paolo di Ugento sia un povero ausiliario del traffico che non avrà potuto fare a meno di "elevare" (cazzo di verbo eh ? per una contravvenzione) una multa a carico dell'auto del writer, magari posteggiata di malagrazia davanti ad un ingresso autoambulanze del locale pronto soccorso.

 

Da qui, la minaccia resa ancora più sinistra dall'anonimato (dato che è lecito presumere che Paolo, se davvero fosse un ausiliario del traffico, come dire, avrebbe con le multe un rapporto cosi confidenziale tipo quello di un negro del delta del Mississipi col blues. Facile presumere che aldilà del (giusto ?) sfogo di un multato, la minaccia sembrerebbe voler indurre Paolo di Ugento a più miti consigli, iniziando a morigerare l'attività grafomani e sanzionatorie, che la divisa (e il ruolo) gli impongono. Con quali risultati…resta da vedere.

 

In ogni caso, vista la propensione a dirimere le questioni con azioni invalidanti (vogliamo sperare temporanee e non permanenti) ecco spiegato il picco di iscrizioni alle locali università con specializzazioni in fisioterapia. Il lavoro non manca, e la materia prima nemmeno.

cletus1 at 23:06:00 2 Commenti

22/08/2006

In memoria di Gino Tasca

Oggi è l'anniversario della scomparsa di un amico. Si chiamava Gino Tasca. Non l'ho mai incontrato. Ma l'ho letto, ci siamo letti, via email e in rete. Ci siamo scambiati le nostre cose scritte. Gino scriveva bene. E da dietro le cose che scriveva ho capito che era anche una bella persona. Mi manca aver perso un amico cosi. Un brutto male se l'è mangiato in poco tempo. Vorrei ricordarlo attraverso un semplice link ad uno dei suoi racconti che mi è più piaciuto, è un po lungo, ma ne vale la pena.

Il suocero (parte uno)

Il suocero (parte due)

cletus1 at 07:36:00 1 Commento

05/08/2006

Pausa pranzo in Ciociaria

 

 

Adesso vado nel cimitero, calo una carta da 200 punti e metto due morti nei miei guantoni.

 

 

 

 

 

 

Ecco, se mai da grande mi toccasse in sorte di occuparmi di regia, ho in animo di girare una scena alla quale ho personalmente assistito l'altro giorno, in quel di Ceprano, provincia di Frosinone.

 

Ora di pranzo, strade deserte, poche macchine che sfrecciano via veloci. Uscito dal casello dell'autostrada cerco, nell'ordine, un posto dove mangiare qualcosa e il magazzino di un cliente.

Vista l'ora, opto per la prima, e parcheggio davanti ad un bar-tavola calda, che mi ispira (a volte è questione di sesto senso).

 

Entro e una donna da dietro al banco mi saluta, con una calma regale. Le dico che vorrei mangiare qualcosa e lei mi fa cenno di accomodarmi in una saletta attigua, sollecitando un bambino molto bello, a seguirmi per apparecchiare. Entro e oltre me, stanno in questa saletta, tre operai intorno ad un tavolo, un uomo che di li a breve se ne andrà dopo aver ricevuto una telefonata sul cellulare, e una coppia sulla sessantina, ad un altro tavolo. C'è un enorme televisore fissato chissà come con delle staffe sulla parete giusto davanti al mio tavolo, impossibile non buttarci un occhio. La tv è sintonizzata su Italia 1 che a quell'ora trasmette dei cartoni animati, suppongo, giapponesi.

 

Sfoglio distrattamente un quotidiano locale, che a giudicare dallo stato di conservazione dev'essere di quelle copie che mettono a disposizione dei clienti, per ingannare l'attesa del pasto. La cronaca locale riporta il numero di detenuti che sono usciti grazie al provvedimento di indulto, stabilendo un'involontaria competizione sulle carceri della provincia, sul numeri dei benfeciari, e fornendo particolari sulla loro nazionalità.

 

Mentre sfoglio le pagine del giornale, intorno silenzio, irreale, tutti stanno zitti, solo questo cartone giapponese che sta alla scena come un qualcosa di completamente dissonante. Non so in regia come rendere una situazione cosi. L'ho trovata potentemente comica. La pretesa di seriosità (diciamo anche il tentativo ultimo di terrorizzare lo spettatore) dei dialoghi, per non parlare dei disegni, dei cartoni, contro l'assoluta indifferenza degli astanti. Una situazione parallela, ma molto comica, quasi surreale. Il volume della tele, evidentemente sintonizzata proprio su quel programma, dal figlio della donna che gestisce il locale, rende impossibile non ascoltare il dialogo folle dei personaggi, e queste minacce assurde fatte di morti scoperchiati (ai miei tempi, ma ero gia' grandicello, andavano si e no le alabarde spaziali, e già che bisognerebbe ringraziare i doppiatori per aver sollecitato, almeno i più curiosi, a prendere uno Zingarelli in mano per documentarsi adeguatamente su cosa diavolo fossero le alabarde).

 

Un altro sospetto, in grado di sommare comicità, sarebbe quello di credere che al di la dell'apparente indifferenza (ognuno sostanzialmente, era intento a fare quello che faceva prima), in realtà tutti, ma proprio tutti, non potendo esimersi dall'ascoltare, fingessero indifferenza chiedendosi intimamente come cazzo si fa a trasformare un cadavere in un'arma spaziale.

 

Se di un provvedimento dovesse farsi carico l'attuale ministro della cultura, suggerirei caldamente quello di sottoporre a severa critica la traduzione dei testi di questi cartoni, prima che, come amava dire un personaggio di un film di Wim Wenders, "ci colonizzino anche il cervello". O, in subordine, ce lo portino all'ammasso.

cletus1 at 19:25:00 2 Commenti

03/08/2006

ITALIAN GRAFFITI (2)

"CALIFANO SEI ER MEJO DA ROMA A PECHINO". Questa scritta, in un fantasioso spray color azzurro campeggia su un muretto di via (nessuno sorrida) della Bufalotta, alla periferia nord di Roma.

 

 

 

 

 

 

 

Un omaggio ad un metre-a-penser che si è affermato nell'immaginario collettivo, per via del suo rapporto con l'universo femminile. come altro interpretarla ?

 

Su tutto, desta inquietanti interrogativi il concetto di estensione geografica. Pechino dev'esser meta giudicata dall'estensore sufficientemente lontana e degna di poter esser presa a distanza di paragone per contenere la "meglitudine" del maestro. E poi, perché proprio Pechino ? Già che c'era non andava meglio forse Tokio ? o volendo strafare, Adelaide o Sidney ? No, è Pechino e basta e tutto sommato suona anche bene.

 

Cosa avrà fatto il nostro per meritarsi tanto ? Ultimamente sono stato tentato dall'acquistare un suo testo, edito da Castelvecchi "Il cuore nel sesso. Libro sull'erotismo, il corteggiamento e l'amore scritto da un "pratico"". La sintetica descrizione, pescata su un sito di vendita online di libri recita"Un diario-manuale in cui Franco Califano distilla la sua sapienza di corteggiatore e amatore. Perché un libro sull'erotismo? Perché, dichiara l'autore, schiere di sessuologi, con le loro teorizzazioni "hanno capito poco di cosa è una donna. Ci vuole uno pratico"."

 

Come dargli torto ?

cletus1 at 07:56:00 3 Commenti