29/07/2006
Tuscany
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Le lunghe ore d'autostrada. Sotto un sole giaguaro. E il vento del tettino apribile, direttamente fra le vertebre della cervicale (rimbalzano sul poggiatesta e asciugano, d'incanto, il sudore della nuca). E la musica nel lettore cd. Quel doppio dei Canned Heat che hai preso giusto ieri a Lucca (insieme ad uno di Giuseppe Luigi Camminatore, bluesman di ottima vaglia, Joe Louis Walker). E quella canzone, che sembra irridere il modo di cantare il blues…e che un tuo amico amava, avendola vista, come te, nel film Woodstock, e che parafrasava, andandogli dietro, canticchiandone l'aria…."dai e dai, dai e dai 'nnamo 'n po". Esortativo, se non fosse per il tono quasi scazzato e dolce col quale è cantata, in originale. Come quella che esce adesso dalle casse dello stereo, mentre, poco dopo Firenze, dopo averci messo una vita per fare poco meno di dieci chilometri, un enorme fuoristrada ha deciso di prendere la residenza in terza corsia e non ti lascia passare, pur avendo deserte le altre due corsie alla sua destra. Cosi lo passi a destra, senza suonare il clacson, senza fare i fari, e quello ti si incazza e ti inizia a far vedere, in pieno giorno, quanta luce fanno i suoi, di fari, come fosse una pistola ad acqua col quale gioca un ragazzino, che l'ha appena avuta in dono, e tu lo mandi, sommessamente, affanculo.
Ti perdi, dalle parti di Barberino. Una donna cerca di aiutarti, dopo averti servito un pessimo caffè in un bar-alimentari-emporio, situato in una costruzione, isolata, che incontri dopo chilometri,su una strada secondaria e nel quale credi bene di fermarti per chiedere informazioni sul come raggiungere Vicchio. Una scena che sembra disegnata da Hopper. Deserta in mezzo ad un bosco. Nessuna auto parcheggiata fuori. Solo dopo, mentre tu stai parlando con lei, entra uno che chiede un etto di prosciutto cotto. La donna risponde che non ce l'ha, ha solo il crudo. Cosi l'uomo, dopo averci pensato un po, accetta lo stesso il crudo e ne ordina due etti. E tu poi esci, segui le sue indicazioni e costeggi un lago che mai ti saresti aspettato. Una strada che poi termina, davanti ad una galleria nella quale c'è un cantiere, cosi torni indietro e prendi su per una traversa Tribbio c'e' scritto sul cartello e ti fai dieci chilometri circa di strada bianca, circondato solo dal suono martellante delle cicale e dal rapido passaggio di gruppi di faraone, che per nulla disturbate ti bloccano il passo con la macchina, prendendosela comoda per attraversare. Le fotografi, semmai ne avessi bisogno, per ricordarti com'è e come sono fatte le faraone. E non c'è nessuno, per chilometri, salvo un ragazzo con un cane al guinzaglio che cammina, con un bastone da passeggio, nell'altra mano. E che ti conferma che sei sulla strada giusta, e tu non rimpiangi un satellitare. E che ti dice anche che quella zona è una zona protetta dal WWF, e che è tutto incontaminato, e tu ci credi, dopo questo lungo lavaggio delle pupille, riempite dal bello e dalla calma assoluta di una campagna tanto suggestiva quanto violenta nella sua pienezza. Non ci sei abituato, ti dici, mentre intravedi dopo una lunga serie di cipressi una striscia di asfalto, a chiamarti fuori, a lasciarti inghiottire dal ritmo frenetico di un vivere paralello e brutale. |
20/07/2006
More than a feeling
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La storia è più o meno questa. Ieri sera, viene a prendermi mio fratello. Saliamo sulla sua macchina da sballo, dovendo percorrere qualche chilometro per andare a mangiare fuori, insieme. Tramonto, queste giornate lunghe, belle, calde, ventose. Insomma, un'aria idialliaca. Seduta di dietro, mia figlia e il suo amico. Tutto molto bello, sai ? Quegli attimi, frazioni, che dici, "però cazzo, quanto ci vorrebbe poco, no ? è tutto, per un attimo, perfetto, preciso, bellissimo". Bene, alla radio, come in uno di quei sapienti scherzi di una regia occulta sparano a palla MORE THAN A FEELING, dei mitici BOSTON.
Ho avuto un orgasmo cerebrale. Cosi, stamattina, di buon'ora, ho avviato emule e fatto incetta di versioni di questo brano. Ora, è un po che sto in fissa con questo revival, prima coi Toto, ora con i Boston, a mio parere qualcosa di assolutamente degno da ricordare, vuoi per il potente effetto "dejavù" (l'esaltare ricordi, di quando, più giovani, si sentivano in modo naturale, senza quasi farci caso). Adesso, ammantati da quest'aurea di ritorno, di quasi modernariato (anche alla luce della pochezza della musica attuale), questi a me sembrano dei veri e propri mostri sacri.
L'architettura del brano tradisce gli studi ingegnieristici del leader del gruppo, Tom Scholz. Un vero e proprio ingegnere che un bel giorno del '76 si è rotto i coglioni, si è licenziato, si è chiuso in una cantina, impossessato (o autocostruita) di una consolle a 12 piste, ha dato vita ai Boston e sfornato un album che ha venduto qualcosa come otto milioni di copie.. Ha fatto un paio di dischi poi è sparito, finendo in causa con un altro membro del gruppo, che gli muoveva, a quanto pare non infondatamente, rilievi circa la spartizione dei diritti e non era del tutto d'accordo circa la parsimonia delle esibizioni live.
Allora questa canzone è un'icona. Ha una chitarra che grida vendetta e gronda sangue. Non so cosa possa aver stimolato la fantasia nel comporla, sarei curioso di sapere. Ma indubbio che la pulizia degli a-solo e il robusto giro di basso, rispondono ad una logica di costruzione di un motore. Un set in cui tutto è oliato, nulla è fuori posto. Una macchina, in altre parole. E il sound, risentendola a palla setteottocento volte, oggi in macchina, me lo ha confermato: Questi so' proprio mostri.
Oh, scaricatevela, eh ?! |
19/07/2006
50
Beh ?
oggi è il mio compleanno.
Cosi, perchè poi la vita è anche
fatta di queste, piacevoli (?),
scadenze.
Love everybody.
12/07/2006
Campioni del mondo
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Beh, che bella sorpresa. E tutta questa gente, questi cori. E i rigori, che finalmente, vanno a segno come le freccette in mano a professionisti, come quelli che popolano i pub londinesi.
Se c'è una sorta di giustizia, di Eupalla (divinità coniata da un grande cronista scomparso anni fa: Gianni Brera), era doveroso andasse a finire accussì.
Fa pensare, vedere dalla televisione milioni di persone riversarsi nelle strade di Roma e salutare i novelli gladiatori, come immagino dovesse accadere ai tempi dell'Impero, quando le legioni tornavano vittoriose dalle loro campagne militari.
Un suolo che è abituato ad esser calpestato per questo genere di tributi. Mr. Prodi si è distinto per aver sottolineato che i nostri avversari hanno perso per un palo (con la a, non con la e). Comprendo che l'abito mentale di uno che ragiona cosi è lontano anni luce da quello di qualsiasi essere umano minimamente attraversato da fremori di bandiera. Deve avere un tasso di autostima molto basso, se imputa, come spesso fa, più al demerito degli altri che non alla propria bravura, il successo di questo grande carosello mediatico. Sia.
Ma la cosa che sta mandando via di testa gli addetti ai lavori è stabilire, con buona approssimazione, cosa abbia effettivamente detto il Signor Materazzi al Signor Zidane per meritarsi siffatta reazione. Lungi dal qualificarla, degna compagna dello sputo der pupone agli europei, o della gomitata (veniale se considerata fallo commesso in gioco, su contrasto…per eccesso di zelo dall'altro ex-coatto De Rossi), resta una brutta e curiosa immagine. Ho sentito alla radio questa brillante osservazione (non ricordo il nome dell'autore, ma si è definito un critico letterario). "l'Italia non poteva non vincere: già dalla modalità con la quale è stato battuto il primo rigore (vogliamo dirlo…? assegnato in modo un po precipitoso) si è capito che l'estetica a volte si vendica. Non era necessario, oltrechè segnare, umiliare cosi la nostra nazionale, con un calcio a cucchiaio, un colpo da maestro tanto teatrale quanto altero, snobbistico nel suo DNA. Questo ha comportato la reazione. L'estetica ha una sua giustizia, la Francia, diciamo meglio, Zinedine Zidane ha voluto sbeffeggiarci, e i nostri non ci sono stati, hanno reagito, consapevoli dei propri mezzi: tempo dieci minuti ed erano di nuovo in parità (stavolta con gol segnato su azione, peraltro da manuale).
Interessante, e originale come analisi, fra le tante, troppe stronzate, sentite a raffica in questi giorni. Tornando a Zidane, il suo gesto, uno squarcio, una cesura in un palcoscenico fin troppo bene allestito. Una reazione umana (dando ad umana, qui, il senso più caduco del termine), d'accordo. Ma da un semi-dio, incensato e ingessato in un ruolo cucitogli addosso, con la sua compiacenza, ovvio, ma tale da lasciare interdetto il più bendisposto sportivo non ci si aspettano questo genere di reazioni. Il fatto che a prescindere da questa azione, prontamente e provvidenzialmente filmata grazie alla tecnologia (io, giuro, non me ne ero proprio accorto), sei un professionista, anche strapagato, e se di gioco si tratta, ha regole serie a salvaguardarlo. E queste, almeno al momento, non menzionano la possibilità di atterrare l'avversario mediante colpo di capoccia, come si dice qui a Roma. Una scena penosa, c'è chi si è vergognato per lui. Ed insieme, il prologo, ad una vittoria con la quale dovevamo aver preso appuntamento, con cura, già da molto tempo prima (diciamo dalla sfortunata finale europea, persa ai rigori proprio contro i francesi).
Resterà il mistero, e per favore, nessuno ce lo sveli, di cosa abbia realmente detto Materazzi. Gente cosi, me la vedo, senza troppa differenza, a questionare per futili motivi di parcheggio, o per diatribe condominiali infinite, o per chi sale per prima, vista la carenza, su un taxi, fuori da una stazione o aereoporto.
A proposito, ma voi quante volte prendere il taxi all'anno ? |
05/07/2006
I have a dream
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La bocca impastata dal fumo di sigarette e da residui di anguria, la testa ancora avvolta dai fumi dello zampirone. La brezza mattutina che si fa strada fra le stecche della persiana.
La donna iraniana che mi dorme accanto non russa. L'apprezzo per questo, prim'ancora che per la sua apertura mentale. A Berlino non sarà una passeggiata, e le braccia larghe di Prodi, con la sua espressione da orso Yoghi, accanto ad una Merk cosi lontana dal suo aplomb istituzionale, sono lì a dimostrarlo.
Ieri mattina, lo hanno immortalato i Tg della sera, era in Calabria, sul teatro dell'ennesima sciagura annunciata. Il calcio è anche questo: la capacità di diluire, come in un sapiente gioco di impaginazione della realtà, alla stregua dei "panini" confezionati dall'abile regia dei Tg, che la realtà, come dice Osho, è sfaccettata. Molteplice, variegata, complessa.
I caroselli notturni, questo gioire, per lo spazio di una sera, con il vicino che ammazzeresti volentieri perché porta a spasso il cane sulle scale, o ti parcheggia a cazzo davanti alla tua auto, per una sera, sospesi. Vince il senso d'appartenenza, un "sentire" comune, amplificato dai bizzarri rimbalzi di una sfera di cuoio presa a calci, da uniici giovani miliardari, sull'erba di un prato tedesco.
Fenomeno mediatico di portata mondiale, ieri sera ho provato lo stesso senso di stranezza di Michael Douglas ne THE GAME, quando, percorrendo le strade di Roma (più o meno all'altezza del decimo minuto del primo tempo) le ho trovate deserte, vuote. Solo pochi autobus, i cui conducenti immagino sintonizzati almeno a mezzo di una radiolina FM piazzata sull'enorme cruscotto.
Allora, godiamoci questo momento, le cose, arrivate al punto in cui siamo, non possono che andarci meglio. E sti cazzi che dal 10 luglio dovremmo ri-porci il problema di come arrivare alla fine del mese. E' un'iniezione di fiducia gratis, che per provocartela artificialmente devi altrimenti lasciare qualche banconota da 100 nelle mani della segretaria di qualche strizzacervelli.
L'iraniana sorride, adesso. Si sveglia, mi sente dire, come in un mantra liberatorio, "menomale che non siamo arrivati ai rigori"...si gira verso di me. Riprendiamo a fare sesso. Sono le dieci di mattina, del day-after. A volte, amo ancora l'umanità. |
02/07/2006
Procasma on the beach
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Steve Bishop in costume da bagno è un qualcosa che non si può vedere. Già detto che la sua altezza gli comporta l'esser scambiato per un cassonetto dell'immondizia, con il coperchio abbassato, la esalta ancora di più un costume a metà fra la tenuta da corsa di Dorando Petri e una misee da acrobata, in microfibra, d'accordo, ma decisamente "off" per via del tappeto di peli che corona il petto lasciato scoperto da delle spalline leopardate.
Nonostante questo, il suo benvenuto è, al solito, caloroso. "Vecchia merda, ce l'hai fatta a venire, temevo fossi allergico al sole" mi dice facendo riferimento al colorito della mia carnagione. Sorrido, cavandomela con un "Non sopporto i lettini solari, Steve". Fai bene, risponde, ho letto da qualche parte che non sono il massimo per la salute. No, infatti. Vieni ti porto a fare un giro nello stabilimento, mì è costata una fortuna rilevare la gestione, ma credimi, ne valeva la pena, guarda. E mi indica, dopo aver percorso un breve vialetto con un acciottolato di porfido e circondato da una sequenza di pitosfori e magnolie, uno spiazzo piastrellato con maxi mattonelle in gres porcellanato chiaro, nel mezzo del quale campeggia una piscina baciata dal sole.
Riconosco molte delle facce degli habituè del locale sulla Tuscolana. C'è il buttafuori, nella stessa tenuta di Bishop, che si è riciclato come cameriere e fa avanti e dietro fra il bar e gruppi di sedie a sdraio, sulle quali poggiano le loro dolci estremità alcuni esemplari femminili che devo aver già notato durante l'inverno. In codesta versione, sono poche quelle che stanno meglio. Gli uomini, divisi fra il banco del Bar Polinesiano (intravedo lo stesso bungalow, anche più giù, sull'arenile) discettano, manco a dirlo, dei mondiali giocando ad indovinare la migliore formazione per battere la Germania, e dello sciopero dei taxi.
Odelia Prandizzi, avvolta in un pareo che non manca di esaltare le sue forme generose, mi getta le braccia al collo, proponendomi un passaggio nella sua cabina. Più tardi, in caso, replico per non sembrar scortese. Sono ancora vestito e tutta questa nudità mi mette a disagio. Ho bisogno di spogliarmi anch'io. Mi danno le chiavi di una cabina, nella quale non trovo di meglio che farmi una doccia (la temperatura è notevole) e spararmi un drink con succo di pompelmo e martini extradry, cosi, perché magari mi annoio.
Prendo su dalla borsa il libro che sto tentando di finire, I giardini di Kensington, di Rodrigo Fresàn, e mi avvio sulla spiaggia. Mentre percorro i pochi metri che mi separano, fra vialetti ai cui lati camminano delle aiuole fiorite, dagli altoparlanti, ben mimetizzati fra le piante, mandano Scandalo al sole di Percy Faith. Considero che forse è la cornice sonora più adeguata.
Una rumena con pochissimi denti rimasti mi accoglie con un sorriso, evidentemente incurante del risultato. Apprezzo il gesto, in ognicaso, e mi accomodo sul lettino che mi apre con fare calmo e deciso. Non manco d'osservare che è tatuata come la prima pagina del Times. Ha dei versi di Prevert, incisi sui bicipiti, che mi colpiscono.
Li fuole anche lei, zignore ? Cosa ? I tatuaggi co verzi ti poeti importanti E dove ? Sotto omprellone ciallo, c'è uomo con macchinetta. E ha anche dei libri ?
La rumena mi guarda interrogativa, non ha capito o fa finta o ancora pensa che mi stia divertendo (e fa bene). Tu puoi tatuare quello che vuoi, lui è bravo a mia amica ha tatuato una tigre che mangia un serpente. Sto per chiederle se poi l'ha digerito ma mi trattengo. Grazie, terrò a mente e le porgo una piccola mancia.
Mi immergo nella lettura del libro di Fresàn, mentre la spiaggia inizia a popolarsi. Accanto a me si siede una coppia, sulla trentina. Lei, una moretta con in topless e un perizoma interdentale, che andrebbe anche bene se non si trattasse della sorella, più piccola, dell'omino della Michelin. Lui, pluritatuato con delle iconografie del seicento, avanti cristo però: si capisce un cazzo, carosello di macchie di colore su pochi tratti di pelle rimasti liberi, abbronzati per conto loro.
Iniziano a parlare di minirate per dei divani che capto di malavoglia sembrano esser già stati sottoposti alle cure di Van Larson (ex wrestler ora mite conduttore di una tappezzeria sull'anagnina).
Leggo qualche capitolo poi si avvicina una maitresse con un pareo tutto leopardato : Cletus, mi ha detto Steve che devo farle le carte.
Ora, non ho nulla contro le previsioni, ne contro le maitresse, ne contro il Procasma on the beach. Cosi, per non fare la figura del solito orso, aderisco alla richiesta e le faccio spazio sul tavolinetto sotto l'ombrellone. La drag-queen si accomoda emanando effluvi di deodorante di pessima marca. Inizia a smazzare con piglio professionale. Mi chiede di alzare il mazzo poi da avvio alla lettura dei tarocchi. Non so perché ho accettato, ho superato la fase ansioso-depressiva, volendomi dire affrancato da quest'affanno della previsione, distillato da oroscopi, letture di fondi di caffè, linee della mano. Ho mantenuto come piccola, irrinunciabile, superstizione l'atto di toccarmi le palle all'incrocio, in auto, con auto condotte da suore, e un piccolo sassolino acquistato in un negozio eco-solidale che prometteva "serenità in amore".
La signora mi snocciola la sua sequenza di frasi fatte, che ormai ho imparato a memoria, sull'appeso, la ruota della fortuna e il matto. Nell'ordine cosi descritto, come sbagliarsi ? "sei appena uscito da un periodo negativo, che forse si protrarrà ancora per un po, ma la ruota della fortuna sta per girare a tuo favore, e devi cercare la felicità nella pazzia".
Su quest'ultima esortazione mi soffermo. In questo paese dovremmo battere gli Stati Uniti, non tanto con un rigore all'ultimo minuto, e nemmeno perché privi, al contrario di loro, del diritto ad esser felici sancito dalla carta costituzionale.
Sono trentacinque euro, mi dice con un sorriso la maitresse. Tenga il resto, gli dico dandogli due banconote da venti.
Venti da nord-nord est, recita la voce dello speaker dagli altoparlanti della spiaggia. Chiudo il libro, tiro giù la spalliera del lettino e mi addormento all'ombra di un palmizio sintetico. Made in Togo, c'è scritto sull'etichetta dimenticata legata intorno al tronco.
Buffo, fino ad un mese fa, scommetto che erano in molti a pensare che si trattasse solo di una famosa marca di biscotti.
Mi addormento e sogno l'Africa. |







