29/06/2006
Viziosità plano-altimetriche
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Questa scritta l'ho letta oggi, sulla statale che congiunge Rieti con Terni. Era sotto un cartello a forma di triangolo, che a quanto ricordo, sta ad intendere, segnale di pericolo.
Non ho potuto fare a meno di esplodere in una sonora risata. Intanto, l'utilizzo del termine VIZIOSITA'. Di colpo ho immaginato la fisionomia dell'estensore. Diciamo meglio il suo aplomb. Grigio funzionario, prossimo alla pensione, una vita dedicata a far carriera, alla perenne caccia di gratifiche e promozioni, espertissimo in burocratichese. Magari fa anche Agenore, di nome. Quanti Agenore ci sono nella penisola ? Annidati in polverosi uffici, la cui vita è scandita dal trillare della macchinetta rileva-presenze, cui strofinare il badge, che non è solo il titolo di uno splendido blues dei Cream (magistralmente ripetuto anche da Robben Ford, se per questo). Inchinarsi ad accettare il termine Badge dev'esser stato tremendo. Non potevano chiamarlo cartellino identificatore ? No, Agenore avrà mangiato amaro per settimane, prima di allenare la sua pronuncia, magari vagamente traditrice delle origini, che so, beneventane, per poi rassegnarsi a diventarne pallido alfiere.
Ecco, allora, tornando a VIZIOSITA' (plano-altimetriche). Uno con una cultura media (infarcita e corroborata dai congiuntivi di Biscardi) ci si ammazza, nel frattempo, a comprenderne il senso recondito. VIZIOSITA' , cazzo, ma da dove ti è uscita, eh ? Dovevi proprio annettergli un senso negativo a sta serie di tornanti ripidi che conducono dalla montagna a Terni. E poi, plano-altimetriche, siamo proprio sicuri che tale avviso (Segnale) sia in grado di svolgere il suo scopo precipuo ? Zingarelli alla mano, in quella graziosa provincia, sarà bene documentarsi e apprendere appieno il senso di siffatti avvertimenti. Pena il ritrovarsi, schiantati sulla prima curva che scende male, costringendo a piegarti, anche se in auto, ben oltre il diametro di sterzata di un comune autoveicolo.
Viziosità, se ne annoverano tante. Il fumo, la piacevole ossessione delle donne. Si sottende al vizio, ad una cosa negativa, il prode Agenore invece si che è un uomo tutto d'un pezzo. Viziosità, per dio, ma come ti è venuta ? Non ci hai dormito la notte ? Sei incline alla viziosità, Agenore. Si, a quella di scrivere dei cartelli stradali dalla potente comicità involontaria. Prossima volta, magari scrivici Guerre e pestilenza. Cosi, tanto per terrorizzare un ignaro automobilista di Cervia che ne sa un cazzo di cosa diavolo volevi veramente dire. Ciao, Agenore. Fuma di meno. |
26/06/2006
Frutta al dente
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Ultimamente, a causa di fastidiosi malesseri alle ginocchia, ho preso qualche chilo. Si approssima l'estate, e sebbene non nutro ambizioni da "modello dell'anno", ho deciso di stare un po più attento a ciò che mangio. E' fondamentalmente per questo motivo, nonché per il caldo furioso di queste giornate, che ho ripreso la sana abitudine di pranzare, quando sono in giro, con la frutta. Non sono dotato di frigorifero, in auto intendo, quindi appena posso (leggi: appena incontro un banco, per strada) accosto e prendo su qualche frutto di stagione. L'altro giorno, ero sulla Flaminia, leggermente in anticipo sull'orario di apertura di un cliente (l'ho sfruttato per scrivere le basi del capitolo SEGMENTI del compendio che sto scrivendo), ho ricordato che c'era un bel banco di frutta, giusto all'ombra di un ponte. Ho parcheggiato di malagrazia e sceso, ho atteso il mio turno. Il tipo, un soggetto da film di Tarantino, col pizzetto, occhiali neri e un grembiule blu, sui quarant'anni, mi guarda interrogativo. Prendo su qualche prugna, una banana, un'arancia e un paio di albicocche grosse come uova di struzzo. E' un euro e venti, mi dice dopo aver pesato il cartoccio. Pago e siccome il tipo mi sta simpatico scambio ancora due battute. Senta questa: l'altro giorno, sulla Cassia, un tipo ha rimediato una serie di morsi da un venditore ambulante di frutta. Ah si ? Si, era sul giornale (fatto realmente accaduto, ndr). Sembra che il tipo si sia avvicinato al banchetto di frutta, gestito da un ventiquattrenne probabilmente nord africano, e ha pensato bene di escalamare "questa frutta fa schifo". Proprio cosi gli ha detto ? Si, almeno questo era quanto riportava il giornale. Ne è nato un alterco e per tutta risposta il titolare del banchetto ha pensato bene di porre riparo all'offesa aggredendolo a morsi. Incredibile. Questa è gente che non ha studiato. Come non ha studiato, che c'entra ? Io sono diplomato in ragioneria, ho dovuto sostenere degli esami per prendere la licenza per il banco. Questi sono improvvisati. Per noi che lavoriamo con il pubblico queste sono questioni all'ordine del giorno. Sa quante volte mi è capitato ? No, mi dica. Guardi, senza andare troppo lontano, domenica scorsa. Beh ? Si è fermata una signora. (il tipo si è astenuto da qualsiasi riferimento estetico, gli va dato atto, non l'ha buttata in caciara), che si mette ad osservare tutto il banco (invero molto esteso) e alla fine mi ha detto "lei è un fuorilegge" ed io, calmo, perché Signora ? Perché lei dovrebbe apporre delle etichette indicanti la provenienza di questa frutta. Beh, c'è mancato poco la mandassi al diavolo, ma io mi ritengo un professionista e mi sono limitato a farle osservare che il luogo di provenienza è indicato sulle cassette di frutta che prendo direttamente, a volte cogliendola proprio io, da un'azienda di Latina. Ma lo sa a che ora mi alzo io signora ? Mi alzo all'alba e vado col camioncino a caricarmi direttamente la frutta a Latina. Io non vendo roba che viene dalla Spagna, che viaggia in celle frigorifere e arriva che è farlocca. Io lavoro solo roba genuina. Beh, come è andata a finire ? ho chiesto Nulla, l'ho lasciata parlare, perché io sono un professionista e quella era una in cerca di liti, e le ho detto, semplice semplice, Signora, sa che giorno è oggi ? E' domenica, allora ? Ecco allora si VADI a fare una bella passeggiata, dia retta a me, e mi stia bene. Se dovessi attaccar briga con tutti i matti che girano starei fresco. Eh si, ha proprio ragione, ho convenuto. Bene, è stato un piacere. Si, anche per me. |
16/06/2006
Rette
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Bisceglie è un'ottima meta. Fantàstico di raggiungerla ed eleggervi il mio nuovo domicilio. Il tribunale ha sancito il mio fallimento l'altro ieri. Mi sento, in modo incommensurabile, felice. A modo mio.
Carla se ne farà una ragione. Basta spese faraoniche al supermarket dell'Ipermercato, giusto fuoriporta. Riscopriremo l'orto. E basta anche le code sulla tangenziale mentre alla radio Shakira ci ammannisce le palle, coi suoi fiati latini e la sua voce stentorea e malinconica, insieme. Baratteremo il pozzetto dei surgelati con un motofalciatore, usato. Cosi come la Suv, e la domestica rumena, che alla fine, potrà dedicarsi ad una famiglia più felice.
Andremo via da questo luogo profumato di cambiali e di tigli, entrambi da onorare. Saremo altri, ecco. Vorrò svegliarmi, su un giaciglio di crine, quattro panni nell'armadio, e scrutare il cielo per stimare quanto sarà dura la terra per la passeggiata con l'erpice di stamattina. Andrò a giornata, se necessario. Sosterò all'ombra degli olmi, mentre il vento complice dell'estate, porterà refrigerio agli effluvi del nero d'avola che berrò volentieri, offertomi dagli altri braccianti. Mi accoglieranno come uno di loro. Senza far tante domande. Accetteranno l'idea che un cittadino abbia potuto fare il percorso al contrario. Redimersi e tornare indietro senza lambire Damasco. Mi lasceranno solo, quando il mio sguardo sarà preda, soprattutto nei primi tempi, degli inevitabili sussulti di malinconia, subito repressi, per le code e i letali e continui cambi di marcia. Mi offriranno, con benevolenza, l'occasione migliore per redimermi da un vivere insulso, dettato da ritmi ai quali ho finito per soggiacere, pur non condividendoli mai del tutto. Riscoprirò il piacere di dare un'altra scansione al concetto di tempo. E tu mi accoglierai, a sera, fra le tue gambe con una smorfia che somiglierà via via ad un sorriso, finalmente libera dal sospetto che si tratti di una sorta di atto dovuto. Riscopriremo, insieme, il piacere di amarci, di guardarci negli occhi, e volendo del non doverci dire una parola, quando, a sera, entrambi esausti, in luogo della tivu, staremo sotto il portico, d'estate, circondati solo dal musicale trillare dei grilli, mentre l'odore delle tue crostate si diffonderà nell'aria ferma del vespro. Avremo tempo per i nostri figli, se ne vorremo. Nessun affanno a pagare rette e mense e pacchi di pannolini in offerta. Staremo bene, amore mio, lontani da tutto ciò, lontani da un'immagine di noi, alla quale, col tempo, abbiamo finito di voler dar credito, senza esserne del tutto convinti. Quel malessere, intuito dietro ai nostri silenzi, alle nostri frasi fatte di rito, sarà fugato. Altre tensioni, gli umori, gli odori della terra e del fieno, e delle bestie nella stalla, a dirci del tempo che abbiam perso, prigionieri in altri ruoli. Che non volevamo. Le rate, e gli estratti conto, e gli accrediti e i bonifici che non arrivano. Daremo alla parola bonifico il suo senso originario, lavorando duro, e rendendo fertile ciò che rimane di noi stessi. Che è tanto. Come due tracce di aratro, parallele, io e te, senza incontrarci mai veramente. Complici, si, vicini quanto occorre, ma mai e poi mai e poi mai sovrapponibili, tesoro mio. Io e te, novelli Adamo ed Eva, di un altro, altrettanto clamoroso, paradiso terrestre. Il nostro. |
14/06/2006
Compendio di geometria
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Ho intenzione di diventare immortale. Per farlo ho necessità di ricorrere a qualcosa che mi sopravviva. E sebbene molti dei miei sogni siano popolati da killer di antica data che mi sparano addosso pallottole traccianti, ma che per mia fortuna, avendo visto Matrix almeno una dozzina di volte, ho imparato a schivare con una relativa agilità, è vero che mi lasciano vagamente sballato al risveglio, ma tutto sommato incolume e ancora ansioso di fama. Il progetto letterario muove da un assunto molto semplice: rinvenire, dietro (o sotto, o sopra, o accanto) alle vicissitudini di questo vivere insulso, delle leggi fondamentali, che facciano giustizia di tante ciarle, a partire dalla politica, via via giù giù fino a Raffaele Morelli e, in parte, alla psicologia cosidetta analogica, passando per Gurdjieff . Per farlo, ho rimesso mano ad un vecchio compendio di geometria. Avere ben chiari i teoremi che presiedono a detta scienza, aiuta in maniera sostanziale la possibilità di vivere a lungo (posto che la cosa in se rappresenti motivo di felicità o euforia più o meno controllata). A partire dalla considerazione del dove si dorme, se su una piazza, due o una piazza e mezza, e se da soli o in coppia (e con chi, se essere umano dotato di figa o animale), e ancora a che distanza (psicologica et affettiva) è posizionata la tele in camera da letto o il comò con sopra le foto del vostro primo bagnetto, ancora quasi del tutto sdentati. Essere geometri è una missione, nella moderna società dei consumi. Mantenere le distanze, emotivamente parlando, è un concetto che hanno ben chiaro anche nei dintorni di Lasa (capitale indimenticabile del Tibet, dove hanno girato l'omonimo filmetto che faceva riferimento, nel titolo, al numero sette, di anni). La geometria governa tutto. Dalle traettoie dei sorpassi (finanche i più azzardati) alla scrittura (penso alla mirabile lezione di Tullio Avoledo su pordenonescrive, nel quale svela i meccanismi di costruzione del suo primo romanzo, L'elenco telefonico di Atlantide o allo sviluppo ellittico delle mille e una notte o all'empireo dantesco). Anche nelle relazioni con le banche (penso alle righe che sottostanno agli estratti conto), ai pigiami (sempre anche a righe), alle strisciate parallele della griglia impresse nelle bistecche che mi sparo a sera, reduce da giornate goniometriche, e circonferenziali, passate a dilettarmi nel passatempo veltroniano del grande raccordo anulare, postulato post moderno e concentrato di cinismo ed indifferenza. La razionalità e la sete di denaro e potere, due rette che sostanzialmente non si danno confidenza, rimanendo, ciascuna sulle sue, e fottendosene dell'altra. La geometria sa essere cinica. Ho letto che il nostro beneamato sindaco ha eletto (visto che ce n'era davvero bisogno) una masnada di nuovi, variopinti, assessori, che voglio immaginare retribuiti allegramente con tasse sostanziose. Immagino che il concetto geometrico che gli è più consono sarà quello della tangente. Su quale circonferenza ? Per i non romani lo sussurro in un orecchio: quello del Grande Raccordo Anulare. Adesso vado a scrivere i primi ventritrè capitoli del mio romanzo d'esordio. Sarà, manco a dirlo, un romanzo circolare. Nel senso della incapacità a saper scrivere qualcosa che sia più lungo di ventotto pagine. Quindi, racconti in forma di capitoli, o capitoli in forma di racconti. Ma che insistono (altro verbo caro alla geometria, insistere) tutti in un'unica circonferenza. Lo ha fatto Dos Passos, perché non dovrei riuscirci anch'io ? Non c'è altra storia. Oggi ho puntato 10 euro sul passaggio di turno del Ghana, nel nostro girone. Ma il girone, ha forma circolare ? |
04/06/2006
Men in black (Procasma 5)
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Al Procasma amano le serate a tema. Non ancora spenta l'eco della serata Troy, ispirata all'omonimo colossal, da poco passato nelle sale, quell'animatore da villaggio vacanze con la verve di un necroforo, che è Steve Bishop ne ha inventata un'altra delle sue per fare un po di botteghino…. Cosi, puntuale come una cambiale svizzera, arriva il taxi, Honolulu ventuno, condotto da un rasta che a giudicare dalla guida, sembra aver sostenuto gli esami di abilitazione presso la un cinodromo, e con un istruttore alcolizzato. Riusciamo comunque a guadagnare l'ingresso del Procasma, incolumi, entrambi. L'orangutango effemminato che fa l'addetto alla sicurezza mi riconosce e cinguettando, al solito, come la Hepburn mi copre di complimenti per la tenuta…. Vista la serata a tema, da Ermete, che per un certo periodo ha guadagnato la minestrina serale come figurante a Cinecittà, mi sono fatto indicare la bottega di un suo amico che noleggia, di straforo, gli abiti di scena. In tight sto da Dio, se non fosse per l'incapacità di realizzare miracoli. Sebbene l'esser arrivato incolume dopo il tragitto in taxi, sembrerebbe confutarlo. Scendo nel locale e una vertigine di profumi e vapori di zampironi prendono in ostaggio ciò che rimane delle mie narici. "Sai, le zanzare…" mi dice Bishop a bordo della sua cravatta made in Plutone. "Beh è il caldo…." Dico, tanto per assecondarlo… "Vieni che ti presento a Miriam, vieni" mi dice sorridendo subdolamente. Bishop ha questa capacità, quella di mettere in allarme anche un pugile fresco di allenamenti…Si fa strada fra una moltitudine di persone, molte delle quali le conosco già, essendo degli habituè del locale. Miriam è una femmina di caimano. Fa bella mostra di se, ai bordi di una vasca di plexiglass spesso venti millimetri, che lo staff del Procasma ha montato giusto difronte alla grande sala, vicino al banco del catering. Impossibile non guardarla, mentre signore scollate ed altri uomini in tight gli lanciano tartine con aringhe affumicate, evidentemente giudicate non freschissime. Ti piace, eh ? mi chiede Bishop picchiettando con l'indice la lastra. Miriam si volta, come ad un richiamo e spalanca, al nostro indirizzo, la bocca mettendo in mostra la dentatura degna di una motosega Husquarna. Molto bella, davvero. Dico impressionato dalla visione. Mi è costata una fortuna, ma ne valeva la pena, credimi. Si, certo. Le casse dell'impianto stereo del locale emettono vecchi motivi fusion e Rhitm&Blues, rigorosamente d'annata. L'atmosfera è calda, palpitante. Mi lascio contaggiare da un'euforia immotivata e accendo una camel senza filtro dopo l'altra. Due fidanzati, d'annata anche loro, stanno discutendo, percepisco involontariamente, della fine del loro stare insieme. Non possiamo continuare cosi, te ne rendi conto anche tu. Dice la donna, con minigonna con spacco e calze a rete a maglie larghe. Me ne rendo conto, dice lui, senza fare una piega. Il farfallino nero, su camicia bianca, è inamidato come un bronzo di Manzù. E poi, guarda, adesso è da un po che esco con Luca. Ed io con Letizia, dice lui senza alcuna enfasi. SILENZIO Potremmo uscire in quattro, che ne pensi ? Non sarebbe una cattiva idea. No, in effetti. In effetti, no. Altro champagne ? Si, caro, adoro le bollicine. E gettandogli le braccia al collo, lo bacia teneramente, lasciandogli, indelebili, delle macchie di rossetto sul colletto, ritorto, della camicia. Nauseato da questo happy ending, rimiro Odelia Prandizzi, pornodiva in pensione e responsabile di una Onlus per la salvaguardia dei pinguini (ma solo quelli dell'Antartide ed orfani, precisa), che spiega ad un neozelandese, capitato chissà come sulla Tuscolana, come prendere il raccordo anulare, all'uscita del locale. Van Larson, invece, mi vede e mi offre da bere. Come cazzo mi hai ridotto la Taunus…ma dove ci sei stato ? Perché ? Ho trovato il bagagliaio sporco di escrementi di rettile. Ah, dico, dev'esser stato lo scherzo che mi hanno tirato alla beauty-farm, quando m'hanno infilato un boa di sedici metri nel cofano. E che fine ha fatto adesso ? Il boa ? Si E' allo zoo. Lo hai donato ? Si. Hai fatto bene, costa mantenere una roba cosi. Sedici metri hai detto ? Si, più o meno. Beh, dovresti avere un allevamento di criceti per sfamare una bestia cosi. No, mi basta un pavone ed un orangutango. Dico. Vero. Come sta Ermete, ha fatto pace con la moglie ? No, non ancora, stanno con gli avvocati. Ma la moglie è tua sorella ? Si. Ecco. Beviamoci sta roba, va. Si. Steve Bishop spegne le luci…un rullo di batteria, proveniente da dietro il sipario, sul palco annuncia l'evento clou della serata. Signore e Signori…dice Bishop in doppio petto bianco e cravatta stampata sul lato nascosto della luna…(e al buio, si sa, vengono bene solo altre cose…), abbiamo il piacere di avere con noi un gruppo che ha fatto la storia della musica, che ha costituito una pietra miliare nel panorama musicale internazionale. Ecco a voi, direttamente da Los Angeles, i mitici, gli insuperabili, gli inimitabili Totoooooo. E giù applausi e gridolini d'eccitazione delle signore in decoltè. Sul palco, armati dai rispettivi strumenti, salgono un gruppo di dopolavoristi della Garbatella. Toto Abbiati, impiegato dell'Atac, alla batteria, Toto Franzotti, idraulico, al sax tenore, Toto Lancellotti, tornitore, alla chitarra elettrica, Toto Calcio, cocainomane, ma in fase di disintossicazione, alle tastiere e infine il cantante, che somiglia al vero, Steve Lukather, Toto Anfiossi, nullafacente di Tormarancia. La band esegue, in sequenza gli hit che l'hanno resa famosa…da Africa (che Miriam, la caimano, dimostra di gradire, tenendo il tempo con ritmiche bordate di coda contro le spesse lastre della gabbia), a Rosanna e alla mitica Hold the line. I soffitti in cartongesso del Procasma sembrano sul punto di venire giù. A seguito delle lamentele del condominio in cui è situato, hanno provveduto ad insonorizzarlo ma l'amplificazione è notevole. La band se la cava egregiamente e più di qualcuno cade nell'equivoco, credendo davvero che la mitica band dei fratelli Porcaro, calchi il palco del Procasma. Compiaciuto, e con le sonorità di Africa ancora nelle orecchie, prendo sottobraccio Odelia Prandizzi e mi dirigo verso l'uscita. Quant'è che manchi da Mogadiscio ? mi chiede, languida. Quarantasei anni, le rispondo con un sorriso. Poi il taxi, con le nostre nostalgie a bordo, si lascia inghiottire dalla notte della città. |







