31/05/2006
The fisherman
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Può succedere che un cliente si incazzi per il ritardo nella consegna della merce che ha ordinato. Succede. Può non essere normale però che questo fatto indossi i panni della recidività. Non è piacevole esser svegliato all'alba da uno che dall'altro capo del telefono ti scarica addosso adrenalina, rabbia repressa, incazzature e apprezzamenti sulla qualità del tuo lavoro. Può anche capitare, quindi, che incolpevole del disservizio, tu ti senta in dovere di precisare a chi è tenuto al disbrigo della faccenda, che un pizzico di solerzia non vanifichi il tuo "lavoro" nell'aver estorto benevolmente un ordine.
Facendo appello quindi a tutte le tue doti di ironia (poche) nel tentativo di svelenire..ti lasci andare a queste considerazioni scritte di malagrazia su un fax che hai inviato all'azienda che deve spedire tale merce, avvalendosi di un corriere di sua (diciamo) fiducia:
"Vi prego quindi, pena il deteriorarsi dei rapporti appena iniziati con la vs. ditta di attivarvi presso il corriere deputato alla consegna. Tenendo presente che se è lo stesso che ha impiegato 15 giorni per consegnare l'espositore è facile presumere che trovi più felice impiego come gestore di un laghetto di pesca sportiva"
Magia. Tempo 24 ore e la merce è stata consegnata, come ho attestato dal fax del corriere pervenuto con queste (pacate) considerazioni:
"La presente per comunicarvi che la consegna della spedizione in oggetto è avvenuta questa mattina, come confermatoci dalla nostra filiale. Ci scusiamo per il ritardo nelle consegne causati da problemi di distribuzione. Vi ringraziamo per la vostra segnalazione anche se, ovviamente, preferiremmo non ricevere tali comunicazioni. La utilizzeremo, in ogni caso, per cercare di migliorare il ns. Servizio. Restando a disposizione per qualunque chiarimento, ci è gradita l'occasione per porgere distinti saluti".
Ecco. |
17/05/2006
"ne deriva..."
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Stanotte ho fatto un sogno. O meglio, era un incubo, ne aveva tutte le fattezze. Intendo, quell'inconfondibile odore che hanno gli incubi, che poi ti impestano anche i risvegli. Che non fosse stato un sogno gradevole, lo dimostra il senso di perfettibilità, che il sogno deve avere per esser definito tale. Nei complessi labirinti del mio cervello c'è una sorta di topografia. Le cose brutte abitano negli stessi luoghi, e il fatto di sognarli spesso sicuramente me li ha fatti diventare famigliari. Non me ne preoccupo. Posto che sopravvivano a quel terribile "ne deriva" che sento dire all'annunciatrice della striscia di notizie del TG5 che ascolto mentre vivacemente (si fa per dire) sono intento "alla strozzatura della paperella" (l'atto di stringere la caffettiera, prima di disporla sul fornello). Ne deviva un cazzo. La mia esistenza non trae alcun giovamento, all'alba, ma anche nel corso della giornata, dall'apprendere, appena sveglio, ancora rincoglionito, a quanto è quotato lo Yen contro la sterlina inglese, chiaro ? A me preme che "quel liquido scuro che prima o poi t'arresterà il cuore" come diceva Carver, venga su più in fretta possibile. Fatale che in quegli attimi, come fosse un Bignami, ti venga a galla, spontaneamente, qualche residuo di sogno. Bene, stanotte ero in una stazione. Dovevo prendere un treno per Bologna, ma c'era un sacco di gente davanti che di fatto m'ha impedito di prenderlo. Il sogno era vero. Vera quella sensazione di non farcerla (invero, una volta m'è capitato…e proprio per andare a Bologna: arrivato in banchina mentre me lo vedevo, spietato, sfilare davanti. Avevo "forato" di una manciata di secondi…). Anche nel sogno di stanotte era tutto vero. Solo che era un sogno. Ma. nel mentre, mica lo percepivo, sembrava tutto reale. Dovevo prendere quel treno, assolutamente, e tutta quella gente davanti che mi impediva di salire il predellino. Consultando la smorfia, il treno è l'87. Nessun riferimento al treno perso. Ci sono numeri previdentemente associati a treni che cascano da ponti, pieni di militari, pieni di merci, ma nulla, nemmeno un fugace accenno ad una situazione che pure, voglio credere, molto più frequente di quanto non si immagini. Non esiste la ruota di Bologna, e questo, in una nazione che si dica civile, la trovo una grave incongruenza. Cambiando del tutto scena. Oggi, intorno all'ora di pranzo. Sono in un outlet, poco fuori le porte di Roma. Poca gente, martedi dev'essere una di quelle giornate che in gergo si chiamano "giornate morte". La sinfonia dei registratori di cassa è impostata sul registro adagio-lento. Nell'unico bar, pochi avventori. In genere, commessi e commesse dei negozi del centro, che trovano comodo il servizio di catering offerto dal bar, consumando qualcosa in un piatto piuttosto che un frugale tramezzino o un pezzo di pizza con mezza minerale. Insomma. Mentre mi aggiro incerto sul cosa degluttire…mi vanno gli occhi nell'ordine, su una signora tipo "for ever young", mora, moderatamente alta, fasciata in un paio di jeans in modo da farne apprezzare le forme del culo e con un push-up esibito col dovuto orgoglio. Insomma, definibile serenamente, una bella signora. Con un tot di aplomb alla "Non rompetemi i coglioni…". L'altra cosa su cui mi cadono gli occhi, è un mobiletto frigorifero contenente i gelati. Vado in cassa e pago un cornetto algida e un caffè, a seguire. Munito di scontrino mi avvicino al mobile frigo, vedendo la signora di prima venire via proprio da quella direzione. Mi avvicino agli sportelli scorrevoli del contenitore, tento di aprirli per prendere il gelato ma è impossibile: sono serrati da un lucchetto del tipo di quelli che mettono sulle vetrine. Cosi mi giro e nel mentre vedo avvicinarsi una cameriera, una ragazza sui vent'anni, carina, e la predetta signora. La ragazza serve cavallerescamente prima la signora, porgendole il gelato e poi volgendosi verso di me, educatamente chiede."siete insieme ?" Mi lascio scappare un "Magari…." E vedendo la faccia trasecolata, di entrambe….aggiungo (rovinandomi del tutto) "…era solo una battuta". La signora mi fulmina con uno sguardo a metà strada fra l'incazzato e il non compreso, e si defila, leggermente stordita…dal complimento inaspettato, mentre la ragazza, sagacemente, di suo, aggiunge…."beh, mica male la tipa"…."no, infatti" ho aggiunto. Seduto poi fuori, ai tavolini deserti (evidentemente ritenuti troppo esposti al caldo…vista l'ora ), mentre mi gustavo il gelato, ho fantasticato questo prosieguo: All'osservazione della ragazza.."beh, mica male la tipa…" dovendo scriverne la scena incastonata in un racconto, avrei aggiunto, "beh, se per questo neanche tu….a che ora stacchi ?" "alle cinque". "sono appena tre ore…ti aspetto" "No, vengo via subito. Portami via " e si slaccia con classe il grembiule. Resto incredulo, mentre l'osservo lanciarlo al di la del bancone, verso l'anziano cameriere addetto ai caffè e va nel retro a prendere le sue cose. Intanto ordino il mio,di caffè, mentre dai titoli del giornale di un signore, al banco, in attesa anche lui di esser servito, leggo questa notizia: "VALLE AURELIA: rinviene, in bagno, alligatore bianco",e subito dopo l'occhiello : Momenti di panico in un condominio, sono dovuti intervenire i vigili del fuoco. La notizia mi fa sorridere, ripensando a come può essere un alligatore albino, e forse avrei dovuto chiederlo alla signora "foreveryoung" di prima. Usciamo, infine, con Tatiana (questo il nome di fantasia della cameriera), scappotto la spider e le offro un foulard per coprire i suoi lunghi capelli neri. Lei indossa degli occhiali da sole che devo aver già visto portati da Jackeline Kennedy. Sorride e ce ne andiamo nel vento della Pontina, delle due di un pomeriggio di maggio. Fine. |
16/05/2006
Oltre il giardino, il nulla.
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Oggi ho preso la bicicletta per andare all'ufficio postale. Rinunciare alla macchina per fare poco più di cinque chilometri (e altrettanti al ritorno) è attività piacevole, soprattutto in giornate come queste da primavera inoltrata. Il caldo temperato da folate di aria ancora frizzante, e insieme, il concerto degli odori che proviene dai giardini curati delle tante villette. Chi ha visto American Beauty sa di cosa parlo. Ma anche Edward mani di forbice (del grande Tim Burton), sono un valido supporto in questo senso, per visualizzare cioè quell'ordinata sequenza di casette, perlopiù di una bellezza anonima, che popolano siffatti quartieri. L'unica differenza, qui da noi, gli alti muri o le cancellate. Li, in America, in Florida in particolare, dove mi ha colpito questa cosa per la prima volta, nulla. Nessun delimitatore visibile. Il sacro rispetto della proprietà privata cosi radicato dal rendere tautologiche le recinzioni. Recintare che cosa ? Le case di qua, una pedalata dopo l'altra, appaiono diverse andando in bicicletta. Quando percorri queste strade in auto, perso dietro ai tuoi pensieri, attento a non investire nessun proprietario di Smart che ti sbuca fuori, senza grazia alcuna, da una delle tante traverse, ecco hai la possibilità di assaporare meglio i dettagli di vita che le transitano. Cosi, una scena di un uomo sulla sessantina, le carni moderatamente sfatte, in una improbabile canotta gialla, e stivaloni dello stesso colore, che, armato di secchione, fa la spola fra il suo giardino, che si intravede dal cancello socchiuso, e il secchione della risulta delle potature. Un immagine che cela una storia. Chissà, magari vedovo, o sicuramente pensionato, immerso nel suo lavoro con una dedizione da monaco zen. Di Moggi, di Napolitano di Bush non gliene può fregare di meno: lui deve potare il suo giardino, e si fottessero tutti gli altri. Hanno un'espressione, queste persone, che da i brividi. Se mai occorresse visualizzare l'alienazione, ecco, ricorrerei a queste facce cosi. Assenti, presenti solo a se stessi. E lo dico con senza alcuna cattiveria. Li invidio proprio, persi dietro al proprio ombelico, mentre il mondo va a rotoli e non sappiamo ancora se siamo davvero o no, "soli nell'universo", come usa interrogare amabilmente un mio amico. Un Van Larson qualsiasi che, chiusa la tappezzeria, non trova di meglio da fare che rinchiudersi in una monofamigliare di un paio di cento di metri quadrati, ma con il giardino, e celebrare cosi la sua cerimonia alla bella stagione che arriva. Lo comprendo, finanche nelle più ardite sfumature. Se mai sentisse musica dovrebbe essere Bart Bacharat, quell'aria che aleggia di leggerezza e melodia, rotta solo dal motore del falciatore d'erba a scoppio. Nemmeno il gusto di farlo tagliare ad un altro, il prato. Il segreto riposa la. In quello stanco ma fiero andirivieni fra la propria reggia ed un cassonetto per rifiuti verdi. E in culo tutto il resto. |
16/05/2006
Oggi ho conosciuto Amedeo Modigliani.
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Devo dire che questo artista occupa un posto di rispetto nella mia scarna galleria di conoscenze di pittura/scultura. Ma cosi, a pelle, m'ha sempre intrigato il tratto, la sua maniera di vedere le donne. Soprattutto per via dei colli. La cosa è cosi: m'ha colpito sentire la guida (in verità molto preparata, una vera e propria miniera ambulante di aneddoti e storia) che, illustrando due opere, entrambe dedicate all'amico Leopold Zborowski, rispettivamente del 1916 e del 1919, ha sottolineato: "guardateli bene, dopo questa mostra torneranno a casa, uno a Gerusalemme e l'altro a San Paolo, Brasile. Sarà difficile, almeno per un bel pezzo, rivederli di nuovo insieme, fianco a fianco". Capito ? Una di quelle cose che scrive Borges, meglio di un search di Google. E giù la mia mente a fantasticare. Due tele (a olio) raffiguranti la stessa persona (con evidenti differenze stilistiche, d'accordo…) che, all'epoca, avrà posato davanti al pittore e che a distanza di un secolo, in barba alla fine prematura (34 anni) dell'autore, hanno raggiunto, come spesso accade, un valore inestimabile e acquisiti e conservati in due angoli opposti del pianeta. Non so, ho avvertito i brividi dell'imponderabile. E dell'unicità. Di nuovo insieme, uno accanto all'altro, negli ampi saloni del Vittoriano, davanti ai miei occhi. Chissà come dovrà ridersela Modigliani, posto che nel paradiso degli artisti ci sia un belvedere e che le cure della sua adorata compagna, suicida al nono mese di gravidanza, appena saputa la notizia della sua morte, gli diano tempo sufficiente per ridere di queste congetture. |
12/05/2006
Italian Graffiti
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Con questo post vorrei inaugurare una nuova "rubrica" di questo blog. Italian graffiti, mi piace come nome. Allude a quel rumore sordo che fanno le scritte sui muri, sulle panchine, sulle metro, bus, cabine (eh si) telefoniche e non. Un divertimento, mica altro. Provare ad intepretare, attraverso questa forma arcaica (nemmeno tanto tempo fa, in senso assoluto, i graffiti rupestri rinvenuti nelle caverne, no ?), gli umori, il tasso di follia imperante, l'incapacità di comunicare, e anzi, il suo ergersi a farlo, in modo totalizzante, dispotico, offerto a tutti, almeno, tutti coloro che vi poggiano lo sguardo sopra, che le leggono, nel loro peregrinare quotidiano. Ecco. Questo è il primo pezzo.
CHI RUBA QUA MUORE Questa scritta, su un muretto di recinzione, costituisce un monito, indiscriminato. La guardiamo e cosa possiamo pensare ? Che chi l'ha scritta, sia stato qualcuno che potrebbe aver già subito un furto. Oppure, semplicemente, prevederlo e, attraverso la minaccia, nemmeno tanto velata, a mo di anatema, scongiurarlo. Sia come sia, ci lascia un po sgomenti. Come uno di quei DVD di un film d'azione noleggiato (magari con alle spalle noleggi lunghi una dozzina di mesi), che d'improvviso si mette a fare le bizze, e ti pianta in asso nel bel mezzo di una trama avvincente (già succeso…sgrunt !!!). e ti dice ciaociao, mollandoti li con la tua bella camionata di dubbi. Intanto, non ci dice COME muore (chi ruba qua…). Si limita a profetizzarlo senza troppi svolazzamenti. Se ne fotte di specificarci come: è come un'opera incompiuta, una gioconda senza sorriso, e cazzo no, adesso ci dici anche come ! Se di un brutto male, se contro un TIR carico di maiali grugnanti, in un frontale da annali di cronaca, come ad un appuntamento preso con cura da tempo. O ancora, come sarebbe lecito prevedere, per mano del derubato. E come non vedere un altro richiamo forte alla preistoria ? Quando questo genere di faccende si regolavano lontano dai codici (a venire) e non si badava tanto per il sottile. Cultura contadina…? Miti e riti che si ripercorrono, in un ossequio, rivisitato, attualizzato, della liturgia "della roba" profetizzata da Verga.
Un monito, secco, senza replica, che apre solo qualche spiraglio nella mente malandata di chi come me ci passa davanti e trova il tempo di chiedersi : Perché ? |
09/05/2006
Notti agitate, giornate insulse
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L'altra notte non ho dormito. O meglio, non ho dormito bene. E' brutto trovarsi ad avere problemi digestivi, legati all'ingestione di cibi assunti in un ristorante cinese. DARE FORTUNA, c'era scritto nell'improbabile italiano che devono aver imparato dalla dura vita di ogni giorno, appena messo piede qui, nel paese delle meraviglie.
Ciò che in realtà è meraviglioso è l'incapacita dei miei enzimi di dialettizzarsi con cibi che siano appena dissimili da quelli che abitualmente assumo. E dire che per banali motivi di lavoro sono spesso costretto a mangiare "fuori di casa", ma per quanto mi applichi, a volte, mi tocca derogare, specie se a "trascinarmi" in luoghi simili, sono comitive di amici.
Odio alzarmi con la sensazione di aver appena finito di scaricare, a mano, un camion carico di sacchi di patate. La schiena, le gambe, ma soprattutto la testa (e la qualità dei pensieri che le transitano dentro è li a dimostrarlo) impietosamente, reclamano, a viva voce, come uccellini dal becco spalancato, nel nido, in attesa del ritorno della mami con il cibo, ore di sonno sottratte dal malessere digestivo.
A chi ascrivere ? esiste una sorta di rimborso ? Cazzo fai il giorno quando ti senti cosi ? Cosi, apri le buste che ti arrivano dalla Feltrinelli e gioisci che ti spediscano a casa tre buoni di 5 Euro, non cumulabili, e spendibili solo a fronte di un acquisto di 50 euro. Un dieci per cento, in altre parole. Cosi come collezioni tutti i depliant raffiguranti persone che, apparendo dal nulla, ti promettono merabilie in cambio del tuo voto nelle prossime elezioni comunali che si terranno a Roma, e che consacreranno sua maesta Ualterone, another five long years, come dice Buddy Guy in uno splendido blues.
Ho appreso da un capanello commovente di donne di età avanzata che raccoglieva adesioni intorno ad una signora che si candida, che devo parte della mia felicità serale al NIET di Carlo Azeglio. Non riferita alla possibilità di una ri-elezione, quanto di concedere per motivi di mera "pubblica utlità" una fetta di pochi metri del suo sconfinato buen ritiro, al fine di consentire l'allargamento della Cristoforo Colombo. Mica male se come ultimo atto, prima di dire addio al suo settennato, potesse, con un gesto regale, consentire, anche noi, comuni mortali del suo regno, e sprovvisti di auto blu, di percorrere quel dannato tratto prima del semaforo davanti alla "sua porta di casa" senza dover impiegare porzioni di tempo consistenti. Cosi mi sono spinto a scrivergli due righe supplichevoli, confidando nel senso dell'umorismo di un livornese doc. : qui ! |
05/05/2006
La scalinata dell'Eur.
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Intanto: cos'è e dove si trova ? Si tratta della lunga scalinata, messa li dall'architetto Piacentini, probabilmente (se è lui l'autore del sovrastante Palazzo della Civiltà e del Lavoro, in origine Palazzo della civiltà italiana). Quello per intendersi, sul quale campeggia la scritta UN POPOLO DI POETI DI ARTISTI DI EROI DI SANTI DI PENSATORI DI SCIENZIATI DI NAVIGATORI DI TRASMIGATORI (stop…).Il colosseo quadrato come senza troppa fantasia viene chiamato a Roma. La costruzione fu inaugurata e nel 1942, quando in pieno fulgore fascista, fu ospitata l'ultima (finora) esposizione universale a Roma. La lunga scala è il cosidetto "B side", mutuando dal gergo dei vecchi 45 in vinile, ossia il lato meno bello. Posso pensare che sia stato l'abile escamotage per risolvere un problemuccio di dislivello altimetrico. Su un volume, molto bello, di Insolera (Roma fascista) ed. riuniti 2001 ISBN 38-359-5028-7 ci sono un po di foto che ne rendicontano l'avanzamento dei lavori. Tornando alla scala, è davvero importante. Non l'ho mai misurata, ne contati i suoi larghissimi scalini. Per dare un'idea, è stata, negli anni, utilizzata per ospitare concerti, tanta la sua imponenza (e quantita' di posti a sedere). Ebbene (si, qui ci voleva un ebbene: nel senso…vabbè, tutta sta storia per dirci cosa ? vieni al dunque…), ecco, dicevo, questa scala è un luogo mitico. Fate uno sforzo di memoria e andate alla fine degli anni 70. Imperversava un film che è diventato un cult. Parlo di Rocky. Il primo (poi, al solito, è stato un florilegio di sequel…). In quel film, (bellissima colonna sonora, bravi tutti) c'è un Silvester Stallone, che impersona un pugile (Rocky Balboa), che, innamorato della sua Adriana, si batte come un leone per la conquista di un titolo. La pellicola ci regala, col sottofondo di musiche "epiche", uno spaccato dei suoi allenamenti, all'alba, carico d'adrenalina, mentre salta come una gazzella su tutto, anche (ci siamo) su una scalinata (in realtà molto modesta al confronto con la nostra) e arrivato alla sommità, mi pare di ricordare, spalanca le braccia in una posa topica. Inquadrato di spalle, quelle braccia tese, con il sottofondo della città ancora addormentata ai suoi piedi…fissa un momento "centrale" nella storia, quanto a commozione e consapevolezza delle proprie capacità per vincere la sfida al titolo mondiale. Siccome non siamo indenni affatto al fascino delle cose epiche, per gioco, con amici, abbiamo cominciato a fantasticare altrettanto. Il fatto è che un conto è farsi all'alba e soprattutto a vent'anni, tutta d'un fiato una scalinata cosi (quella dell'Eur). Un altro è a quasi cinquanta, con una quarantina di sigarette (quando bastano) al giorno, e con ogni altro genere d'accidenti fisico. E' come la storia di colui che si atteggia sul numero esponenziale d'orgasmi provocati a se stesso e alla sua bella. Arrivati ad una certa età è d'uopo riprendere confidenza con il concetto di radice quadrata, senza starsela a menare troppo. Cosi, questa cazzo di scala, a tutt'oggi è inviolata. Nessuno, nella stretta cerchia di borderline che conosco s'è ancora mai misurato nell'impresa. Conto di farlo io, prima o poi, mi dico. Ogni volta che ci passo davanti, e come stasera, la vedo baciata dal sole lungo del tramonto. Vorrà dire che ne scriverò una storia, ambientandola proprio li. Una storia che preveda che un pazzo, o un gruppo di pazzi, sfidando qualsiasi criterio di ragionevolezza, ci si lanci, partendo ovviamente da sotto, ebbro di birra o altri superalcolici, per sovramercato. Cosi, in prossimità del gradino 80, da avere delle prime, consistenti, visioni. Una madonna di Loreto che lo rimprovera per la scarsa cura dedicata al suo corpo, negli anni. O verso il gradino 120, un commercialista di Bagno a Ripoli, che ti rimprovera un mancato versamento dell'Iva di dieci anni fa, provocandoti sussulti di vergogna. E ancora, intorno al gradino 150, Eva, si la signora Kant, che ti comincia a blandire…sciocchino, m'hai fatto parcheggiare la Jaguar fuori dalle striscie, ma proprio qui dovevi darmi appuntamento ? Se gli ausiliari del traffico (solertissimi quelli dell'Eur, ndr) mi fanno la multa me la paghi tu. Alla fine, mentre mancano pochi gradini per arrivare in cima, Jessica Lange, Jamiee Lee Curtis e Charlotte Rampling (tutte, indistintamente, un po più giovani) si accapellano per chi deve uscire a cena con te, stasera. Saggezza vorrà illuminare i protagonisti di tale "bravata", suggerendogli di predisporre, al loro arrivo, un adeguato servizio di pronto soccorso, dotato di tenda ad ossigeno, per la necessaria ossigenazione. |
05/05/2006
Testamozza
| L'altra notte, a Roma, qualcuno non ha dormito. Almeno credo. Non dev'esser facile prendere sonno dopo aver ucciso e tagliato la testa ad una donna dell'apparente età di 35 anni. Oppure no, magari invece, ha dormito proprio e della grossa. Sta di fatto che stamattina, e non vorrei esser stato in nessun modo nei suoi panni, un benzinaio, che presumo si sia alzato normale, dopo una nottata mediamente riposante, fatto una frugale colazione, ripromettendosi, se del caso, di integrarla con qualcos'altro, nel corso della mattinata, presa la sua macchina, oppure no, fatti i due passi a piedi nell'aria ancora fresca, ma luminosa di questi primi giorni di maggio, magari salutando l'edicolante, che so, il barista all'angolo, o il semplice netturbino, insomma, costui, poveraccio, andando ad aprire la sua benedetta pompa di benzina ha rinvenuto prima una testa mozzata e successivamente il corpo di una donna. Nei Tg dell'ora di pranzo, nazionali e non, hanno dato la notizia con particolare risalto. Ora, non so se è l'arte dei media quella di enfatizzare fatti del genere. Sono anche consapevole dell'effetto "narcosi" che l'esposizione mediatica comporta, dove dietro voglio vederci l'esorcizzazione di cotanta violenza quasi a rendercela poi inoffensiva, immune, relegata nel confine innocuo della spettacolarizzazione. Quello che so, che un fatto del genere mi porta a considerare, è che vivendoci, in questa città, un fatto del genere non lo trovo affatto anormale. Mi spiego: non ho elementi per disegnare un profilo psicologico dell'autore (o autrice ?) di un fatto come questo. Me ne guardo bene. Quello su cui mi soffermo a pensare, come un tarlo, uno di quei pezzettini di polpa di mela che ti si pianta fra i premolari e non ti molla, fintanto che non riesci con un abile colpo di lingua a liberartene, è che cazzo ci deve avere in testa uno/una per fare una cosa del genere. Deve averlo trovato normale ? E cosa può averlo portato a ritenerlo normale ? L'esposizione televisiva delle esecuzioni irachene ? Via, da noi non è (almeno, vado a memoria e suscettibile di sbagliare) cosi frequente rinvenire gente decapitata in giro. Il fatto rischia di poterlo diventare (normale et frequente) che deve far riflettere. Assorbiamo tutto. Con l'orrore e la morte poi, abbiamo un flirt non risolto. Cose di questo tipo sono il punto di non ritorno, il territorio ultimo nel quale spingere la nostra fantasia assetata di sensazionalismo, abilmente educata al sensazionalismo. Fagocitiamo tutto, e dalle prime pagine dei giornali, se andrà bene, anche questa notizia seguirà la sorte delle altre, finendo relegata via via in brevi di cronaca. Trafiletti. Nulla di più. Mi tortura ancora l'idea che l'autore, l'autrice, sia uno/a che possa deambulare tranquillamente in mezzo agli altri. Magari persona irreprensibile, benvoluta dai vicini, genitore esemplare e via col vento del "io lo conoscevo bene…." Come abbiamo sentito dire tante volte da quella gente senza volto che si materializza di colpo davanti alla possibilita' di passare alla cronaca, davanti alle telecamere digitali della prima troupe sensazionalistica capitata sul posto. Per grande che possa essere il rancore, l'odio, un atto del genere, (e per favore basta con le frasette di rito abusate…tipo …"d'inusitata barbarie" o "efferato delitto"), denota uno spregio che va al di la. E' questo che spaventa. La sezionatura di un corpo, e nemmeno di una parte a caso, che so, un arto, un organo sessuale, no proprio la parte che ci connota inconfondibilmente per ciò che siamo, ognuno di noi, la summa della propria individualità. Staccarla, ricorrendo ad una lama (come pare sia stata trovata nei pressi della scene-crime), magari mentre la vittima, rantolando, implorava tentando di difendersi con le mani da tanta rabbia omicida (le ferite rinvenute fra le dita sono li a dimostrarla, questa strenua, inutile difesa, da tanta ferocia). Ecco, chiunque sia stato, questo/a novello Dottor Jackill dovrà aver avuto i suoi problemi a prendere sonno stanotte. A noi, che attoniti registriamo la notizia, chiederci in quale benedetto humus culturale sia possibile sviluppare questa indifferenza, questa facilità da videogioco, sicuramente non gratuita (intendendo qui voler riconoscere uno straccio di motivazione reale: un amante rifiutato ? uno sgarro nell'ambiente della malavita ?). Sarà un bel rompicapo per coloro che si troveranno ad indagare, per tentare di risalire al colpevole. Quello che ci rimane, di una storia cosi, è la sensazione, spiacevole, che il rischio che ci diventi familiare (quest'esposizione acquiescente, dettata da scenari urbani e soggettivi degradati) la brutalità. Un rovescio della medaglia, uno specchio maledetto, nel quale abbiamo un terrore fottuto di gettare lo sguardo. Per capire, davvero. |
01/05/2006
Backhome, Procasma
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A Steve Bishop era scappata qualche lacrima, sicuramente. Al momento del commiato, usando la sua cravatta siderale a mo di kleenex, mi saluta stringendo, forte, la mano. Mi raccomando, non sparire adesso, eh ? No, tranquillo. Dico proprio mentre si svegliano, simmultaneamente, tutti i duecentoquarantatre cavalli della Taunus di Van Larson, rivendicando biada. Ho fatto il pieno all'andata per un importo vicino ad una rata di mutuo.
Lascio il Procasma beauty farm, attraverso il paese e imbocco l'autostrada. Il bello di questi soggiorni, ho capito, è che poi, quando finiscono, ti lasciano con una sensazione di benessere, che ti viene da augurarti che perduri, anche al rientro, o almeno. Mentre sto per prendere una curva, alla fine di una lunga discesa, dopo aver superato una moltitudine di TIR carichi di maiali grugnanti, mi ritrovo in qualcosa di simile all'aurora boreale (lato giorno). Un autovelox spazio-temporale, me l'avevano detto, al Procasma, "…attento, in autostrada…", ma non gli avevo dato peso più di tanto. Tutto, dal metallo della Taunus, al pellame sintetico dei sedili, fino all'ultimo dei bulloni del motore, io stesso, regrediti alla materia prima da cui siamo stati estratti, nei pressi del BIG-BANG. La nascita degli elementi, in altre parole. Qualcosa di cosi primordiale ed antico che all'epoca, se già c'era, Mendelson doveva ancora stare giocando con il Lego, altro che con l'omonima tavola.
Un poliziotto della stradale si avvicina facendo cenno di abbassare il finestrino. Abbasso lo stereo con l'ultimo dei DeepPurple a palla. La cosa un tantino terrificante è che, ad ogni batter di ciglio, la sua divisa si trasforma, ora in un camice asettico da sala operatoria, ora da giocatore di baseball (come, qualche volta, ho visto sulla CNN, in albergo), nemmeno fossimo dietro le quinte di un set cinematografico.
Le sembra questo il modo di correre ? mi dice in controluce, mentre le cellule fotoelettriche e tutto il capitolo della genesi si sta svolgendo alle sue spalle.
E' una Taunus del '62 dico come per giustificarmi, confidando sulla sua comprensione. E con questo ? Favorisca i documenti ! Certo. E mentre cerco in modo spasmodico il portafoglio mi viene in mente che la tipa alla reception, al mio ritorno dal garage, non mi ha restituito la patente. Lo sentivo che era una stronza…quella sua domanda sul boa, poi… Lei ha un boa con se ? Leggo il labiale dell'agente…ma ancora non sono certo se sia la mia suggestione… Apra il cofano, perfavore. Ma certo, e scendo dalla Taunus mentre, intorno, si gira l'esplosione, simulata, del Pianeta delle dodici scimmie…una meraviglia. Fra un fuoco di scena (come quelli d'artificio, solo…un po più innocui) e un boato simulato (fa solo rumore…e la scritta dei fuochi, nel cielo reso nero dal fumo, fa BANG, come in un fumetto), apro sto cazzo di cofano e cosa trovo dentro ? Una teca in plexiglas con un boa di sedici metri tutto avvolto e dormiente. E' in letargo ? mi chiede l'agente. Credo di si…dico tanto per soffocare il mio senso di sorpresa…(chi diavolo può avercelo messo ?). Va bene, è a posto con le vaccinazioni, si ? Tutto in regola, agente. Bene, può andare, ma vada più piano…stanno girando un film qui intorno. Me ne sono accorto, una buonagiornata, agente. Vada, vada…
Chiudo lo sportello…schiaccio il bottone PLAY dell'autoradio. I Deep Purple continuano ad imbottire col loro sound l'abitacolo. Fa caldo, adesso. Fra due ore, salvo code sul raccordo, sarò a casa. Finalmente. |












