26/02/2006
Sogni tranquilli
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Anime in fuga dai rispettivi crolli. E arrivi agli anta che stai ancora messo in modo strano. Come espressione di quel disagio "giovanile" che ormai ha allignato su di te.
Qualsiasi cosa tocchi ti va storto. Temi. Anzi, ne sei certo. Come quando ti capita di trovarti nelle stesse condizioni ad intervalli che potresti rimetterci l'orologio.
Umorismo nero. Battute sempre più ciniche ti fanno apprezzare sul luogo di lavoro. Stoico, sopporti quanto la vita si incarica di servirti senza nemmeno guanti bianchi. Tu, tu non ci badi. Sottigliezze. Hai da scansare le sequoie che ti mette di traverso. Mica stai a recriminare.
Potremmo parlarne meglio un'altra volta. Dici.
Poi mi dai un biglietto per entrare al circo, domenica prossima.
E' per due persone, chiaro che puoi portarci chi vuoi.
L'auto intanto. Cazzo, potevi vedere che d'improvviso c'era il lago sull'asfalto. Non hai visto tutta quell'acqua ? Ci sei entrato dentro a velocità sostenuta. Le ruote si sono impuntate, l'auto ha perso il controllo, si è rigirata, come in un cartone animato senza audio, ha fatto una capriola, uno splash muto ed è sprofondata. C'era una voragine sotto a quella massa d'acqua innocente. Non potevi saperlo. Sei uscito come meglio hai potuto. Poi, poi ti hanno chiamato. Stavi facendo qualche altra cosa, cosi hai lasciato li la macchina rigirata, e tutto il suo capitolo.
Discuti con qualcuno, non chiedermi su cosa e perché. Discuti e basta. La cosa ti porta via minuti preziosi. Non sai bene quanto tempo è passato. Un po, senz'altro. Cosi torni, vuoi vedere che fine abbia fatto sta macchina. E la vedi, in trasparenza, sotto un velo d'acqua, giù nella buca. C'è una donna, somiglia alla tua ex moglie che sta mollando pugni vigorosi da dentro l'abitacolo allagato, verso il vetro del parabrezza. Non hai l'audio, ma ci giureresti, sono urla di terrore quelle che fuoriescono dalla sua faccia sformata dalla paura. Cosi ti getti nella conca, e in qualche modo ti adoperi per aprirle lo sportello da fuori, sempre che la sicura dei bambini, nell'urto, non si sia diabolicamente bloccata da sola.
Poi suona il telefono e ti svegli.
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26/02/2006
Truman Capote
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Ieri sera ho visto, per davvero, Capote.
Se ha un pregio, questo film, è quello di rendere un back-stage piuttosto credibile, circa il modo, i tempi, le circostanze, nelle quali ha preso forma il capolavoro di Capote, ossia A sangue freddo.
L'impianto è corposo, la regia, di un giovane e semi sconosciuto regista, pregevole. Il film viaggia bene, narrativamente, costellato di dialoghi (tanti) primi piani mai troppo indugianti, splendida fotografia (l'insistenza sui rami scarni, che offrono la loro filigrana contro cieli "duri e puri" come li chiama l'autore, nei primi capoversi del libro).
Sono uscito con qualche interrogativo. Intanto, la resa del conflitto interiore dell'autore che, consapevole della potenzialità di quella storia (un "banale" fattaccio di cronaca nera), si rendeva conto di essere debitore ad uno dei killer, con il quale, nel corso degli anni aveva stabilito un rapporto denso di sfumature. Il dramma dettato dalla consapevolezza che sarebbe stata una conoscenza "a termine" (il giorno dell'impiccagione, 14 aprile 1965, via via crudelmente rimandato con quel che ne consegue, come un'agonia lenta e inesorabile), e una sorta di debito di riconoscenza, per esser stato messo a parte delle sue confidenze, della vita dell'assassino, della sua infanzia (per certi versi simile alla sua, quanto a mancate attenzioni da parte dei rispettivi genitori), ancora per una sommessa ma non meno intensa attrazione (il nostro non ha mai fatto mistero della propria omosessualità). Film controverso, in corsa non so per quanti Oscar. Comunque da vedere.
E la scrittura ? Pensavo, se ne vede poca (se mai la scrittura potesse "vedersi", in un film). Bei posti, su tutti una casa sulla Costa Brava da urlo, dove per intendersi potrei scrivere anch'io il prossimo Nobel per la letteratura (come se fosse sufficiente scrivere in un bel posto per influenzare in tal modo la propria scrittura…). Un reading, in un teatro newyorkese, a fronte di una platea ansiosa di apprendere dalla viva voce dell'autore una manciata di capitoli di un libro non ancora dato alle stampe (un work-in-progress, ma funzionava davvero cosi, all'epoca ?).
La scrittura di Capote, l'ho ritrovata una volta a casa. A notte fonda ho messo mano ai suoi RACCONTI. Ho preso a pagina 229 (ed. Garzanti del 93 traduzione di Paola Francioli) il racconto che giudico in assoluto fra i suoi più belli (Fra i sentieri dell'Eden) e l'ho riletto due volte. Una ieri sera, un'altra stamattina appena sveglio, davanti ad una fumante tazzina di caffè. L'ho riapprezzato anche dopo anni. Era rimasto nella mia memoria per la maestria dell'architettura dei dialoghi, di un incontro casuale fra un vedovo ed una cacciatrice di mariti, ambientato in una soleggiata giornata di fine inverno, in quel del cimitero di Manhattan. La storia, un paio d'anni, fa m'è servita da spunto per un racconto-post, con il quale cercavo di far fiato tentando, con i miei mezzi, di rifargli il verso.
Capote è una delle penne che ho amato più di tutte. La sua scrittura esercita su di me una strana magia. Si lascia leggere d'un fiato, e c'è di che restare sbalorditi a fronte della fluidità, della apparente naturalezza con la quale gli escono le descrizioni, i dialoghi, i personaggi. Lo consiglio a chi ancora non lo conosce, per lasciarsi contaminare (come recitano i titoli di coda del film in parola) da uno "dei più grandi scrittori del novecento americano". |
23/02/2006
Sedani o dell'arte del comprimere
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Il mio guru, nel periodo in cui stavo a pezzi mi invitava a "de-comprimere". Buffo no ? Non che adesso stia da Dio, ma oggi ho provato a comprimere un testo. "Non più di mille battute". Ora, sul concetto di battute uno come me ha bisogno di opportune delucidazioni. Ho chiesto ad uno scrittore, avendo provato con google e non avendone ottenuto risposta certa. Ho potuto apprendere quindi che per battute si intendono sia i caratteri che gli spazi fra le parole. Par condicio, no ? Fa pensare sta cosa. Silenzio o parole contano nello stesso modo, come in certe storie. Prima perla di saggezza. Poi limare un testo. C'è un gioco in rete. Si trova qui. Consiste nel proseguire, nel massimo della creatività, degli incipit scritti da altri. Word è dotato della funzione "conteggio parole". Lo fa lui per te. Cosi ho scritto di getto (stando alla funzione citata, comodissima) circa 1700 battute, troppe. Il lato divertente, ed istruttivo, della cosa è stato comprimere questo testo, procedendo per approssimazioni. Incredibile quanto ci si accorga che la gran parte delle parole non servono. Sono d'orpello, niente di essenziale. Il discorso sta in piedi lo stesso. E lo scervellarsi per capire dove limare, come riscrivere una frase è esercizio che consiglio vivamente a chiunque voglia avere a che fare con le parole scritte. Posso confermare che questo suggerimento (della compressione, dell'asciuttezza) mi sia stato elargito nel tempo da più di un docente (invero, tendo ognitanto alla prolissità) e l'ho trovato prezioso. Ho incontrato solo una persona, uno scrittore, che mi ha sbalordito dicendomi che lui non scriveva per sottrazione, ma per addizione. Il risultato ? Ho sospettato potesse trattarsi di amabile presa in giro. Riconosco che, magari con fatica, riuscivo a leggerlo lostesso. Misteri dell'interpretazione.L'ebbrezza delle parole, il loro utilizzarle come potrebbe farlo un artigiano orafo, lavorando di cesello, di lima, rende l'atto di scrivere una ginnastica per la testa. Un lenitivo dai guai, l'appropriarsi di un codice proprio, dettato dal ritmo della propria voce. Quella che alla fin fine, ti insegnano ad ascoltare. E che rimane, a mio avviso, l'unica cosa che conta. |
22/02/2006
Altre bici, altri crateri
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Apro il pc. E' fine giornata. Oggi è stata campale. Un grazioso contrattempo: ho comprato una bici promessa da mesi a mia figlia e via via rimandata. (ho giocato biecamente sull'equivoco, rimandando di pagella in pagella, di premio in premio, di gratificazione in gratificazione). Domenica c'e' stato il clou. L'ortopedico mi ha suggerito l'utilizzo della bicicletta in luogo (almeno per questo periodo) della corsa. Prendo le bici dalla cantina, vagamente tempestate di cacche di topi, le disinfetto, gonfio le gomme. Usciamo ? dico a mia figlia. No, mi fa schifo quella bici li, non me ne avevi promessa una ? Punto sull'orgoglio, pur di fare una manciata di chilometri pedalando, ho promesso che gliel'avrei regalata. Oggi ho "dovuto" tener fede. L'ho attesa pazientemente all'uscita della scuola, poi saliti in auto, buoni tre quarti d'ora per raggiungere l'iperstore (per evidenti ragioni di correttezza ne taccio qui il nome: DECATHLON). Il cielo nel frattempo era questo:
Acquisto la bici per un importo importante (per le mie attuali condizioni finanziarie, intendo). La carichiamo in macchina e torniamo verso casa (il mercoledi e' la "mia" giornata infra-settimanale). Graziosamente, mentre sto per immettermi nel calvario serale della colombo (ore 17,20 circa), nella "chicane" che consente l'immissione nella corsia centrale, centro, con precisione millimetrica un vero e proprio cratere e di colpo la macchina sbanda. Ho affiancato, intuendo ciò che poteva esser successo: niente pedalata al tramonto, darling: ho bucato. Nemmeno: ho tranciato proprio. Su uno svincolo costruito appena da qualche mese, una buca delle proporzioni della fossa delle marianne, ha fatto si che la ruota posteriore destra ci finisse dentro, lacerandosi di botto. Ho preso il calendario in mano e cominciato vagamente a bestemmiare dal 12 gennaio in avanti. Indossato il giubbotto regolamentare fosforescente (vedi un po che per somma di sfiga trovo il solito vigile pirla che e' capace di multarmi) e bestemmiando in serbo bosniaco ho cominciato l'operazione di svuotamento del bagagliaio. Cosa che ha comportato circa 10 minuti. Ho estratto il "ruotino" dal suo vano, seppellito sotto un'infinità di cose (campioni, depliant, cazzate varie) e impazzendo mi sono sentito come Agapito Reglasti di qualche post fa. (solo che qui niente TIR e niente maiali). Ho chiamato i vigili urbani. Cazzo, le imprese che hanno vinto l'appalto per la manutenzione so che devono essere coperte da polizza assicurativa. Fanculo almeno i 145 euro del pneumatico li voglio recuperare, capito ?! Ho montato il ruotino, dimentincando come un pirla di tirare il freno a mano, quindi la macchina, arrivata ad una certa altezza si e' mossa all'indietro e ho dovuto ripetere l'operazione daccapo. Negletto. Ho guadagnato il mio amico meccanico di battistiana memoria ("quel gran genio del mio amico…lui saprebbe cosa fare….") una coppia di pneumatici, 290 euro e passa la paura. Fanculo, al sindaco, fanculo ai suoi assessori, fanculo ancora a chi e' tenuto a manutenere questa cazzo di strada e non lo fa. Bastano due dita di pioggia per allagarla, e poi arrivano le pompe della protezione civile per svuotare la sede stradale allagata, restringendo la carreggiata da due a una e provocando code chilometriche. E' vita ? E' vita questa ? Banditi, ecco cosa. In quella buca un povero cristo di motociclista qualsiasi poteva lasciarci la buccia. Se ne fottono. Che arrivi il morto, poi tutti a piangere sulla sfiga nera. Ma la sfiga nera ha un nome ed un cognome, ed e' quello della testa di cazzo che avrebbe dovuto eseguire un lavoro (che immagino lautamente retribuito) utilizzando uno standard di qualita' dei materiali impiegati vagamente accettabile. Si parla di libertà d'opinione. Di scontro di civiltà. Ma quale ? Questa ? E' questa la nostra civiltà ? Uno svincolo realizzato da appena qualche mese e già ridotto come il suolo di Marte ? Con che cosa l'hanno asfaltato ? Con la plastilina ? Dai ! Non e' possibile. Eppure tutto questo accade. La voce della vigilessa dall'altro capo del telefono, l'unica nota simpatica della situazione. "Mandiamo subito una macchina a riparare la buca, grazie per averci chiamato". C'hai da fa' domenica ? mi veniva fatto di chiedere… |
19/02/2006
Capoti al Procasma
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L'altra sera, al Procasma, proiettavano l'anteprima di Capote. Fa ridere, d'accordo, ma si pronuncia Capoti, si, con la i. Steve Bishop ha vissuto a San Francisco e quindi della sua pronuncia mi fido. La sua voce al telefono, quella di chi è intento a spalmare del passato di aringhe su delle fette di pane imburrate. Voglio dire, arrivava a tratti e leggermente strozzata, come appunto quando si tiene la cornetta del telefono fra la spalla e la testa inclinata. Da quella prospettiva devo riuscirgli anche simpatico, invece di spedirmi a casa l'invito, preferisce utilizzare il telefono.
Indosso quello che trovo a portata di mano, chiamo un taxi, e all'ora convenuta mi presento davanti al locale. All'ingresso, il solito buttafuori dalle incredibili capacità vocali. Se Audrey Hepburn fosse fra noi lo chiamerebbe per farsi doppiare in italiano, tanta la somiglianza della voce. Tenendo a mente il ricordo, sopratutto della seconda, inizio la discesa agli inferi del Procasma.
Stavolta il pubblico dev'esser stato selezionato, Non a tutti gli avventori del Procasma piace il cinema, evidentemente. Steve Bishop, si avvicina per darmi il benvenuto rilasciando nell'aria un vago odore di pesce, magari aringhe, per davvero. Sei dei nostri, sapevo che ti piaceva, non potevi mancare, fra poco iniziamo, prendi qualcosa da bere al bar e mettiti comodo in saletta.
Ora, la saletta tv del Procasma è una roba che al massimo ci si aspetta di trovare nei manuali di arredamento e d'architettura, annoverata fra gli esempi di come non si dovrebbe progettare. Totale assenza di pendenza. Le fila delle sedie (scomodissime, più di qualcuno, al termine di pellicole superanti i 180 minuti primi, necessita delle cure di un paio di validi fisioterapisti), sono quasi allo stesso livello. Per cui, se ti capita la sfiga di vederti sedere davanti Furia Tromberry, col suo collo alla Modigliani, il film, dopo, te lo devi far raccontare. Inoltre, la totale assenza di uscite di sicurezza rappresenta un'altra concreta minaccia all'incolumità generale, mitigata appena dal divieto pressochè assoluto di fumare. Dico pressochè perché invece, talvolta, in occasione di partite di pallone definibili "critiche" per gli ormai compromessi campionati delle squadre capitoline, diventa una fumeria, come quelle d'oppio.
La serata è pimpante. Gli attimi che precedono l'inizio delle proiezione, diventano occasione mondana per lo sfoggio di mise particolari degli astanti. C'è Giocasta Franzetti, in cardigan rosa- salmone su t-shirt gialla anni sessanta. L' Odelia Prandizzi (ex pornostar ora dedita alla salvaguardia dei pinguini orfani, ma solo dell'antartide) in un aderente tubino nero che, devo dire, le esalta il seno generoso e sicuramente rifatto, come sostiene Giocasta. Un pugno di giornalisti che ognitanto passano per un drink di fine serata con donne la cui avvenenza è inversamente proporzionale all'orario di chiusura, più è tardi e meno sono belle.
Si spengono le luci e iniziano gli spot pubblicitari come in ogni multisala che si rispetti. C'è Van Larson, sullo schermo che pubblicizza la tappezzeria di cui si occupa da quando, ex wrestler, ha appeso al chiodo i guantoni. Tutti applaudono a una serie di battute degne del bagaglino che il creativo dell'agenzia che ha curato lo spot deve aver scritto di ritorno da un weekend trascorso in carcere, magari in regime di 41 bis. Doppi sensi, volgarità e pesanti allusioni circa le operazioni che i suoi divani sono in grado di sostenere, dopo le sue riparazioni, nel tempo.
Passano altri spot, tutti riguardanti attività degli habituè del Procasma, una mostra personale di Elvira Gensiotti, il chiosco dei fiori di una signora che ho visto qui spesso, gommisti e carrozzieri, poi alla fine, confuso fra il brusio dei presenti inizia il film. Bishop tenta di metter li due parole, blaterando di Capote, elargendo informazioni poco attendibili, come quella che vuole A sangue freddo, premiato con un Pulitzer tanti anni fa.
L'attore che interpreta sullo schermo Capote, è lo stesso che ha fatto l'infermiere al papà malato terminale di Tom Cruise, in Magnolia [Philip Seymour Hoffman, ndr]. Mi addormento, saranno stati i salatini al curry presi insieme al negroni servito all'ingresso.
Alla fine del film mi sveglio. Ho accanto a me Alessia, trans di Viareggio di rara bellezza. Andiamo ? mi chiede. Perché no ? gli rispondo. Usciamo che ancora sta tramontando. Mentre sul taxi osservo l'oscurità mettersi a letto con i tetti dei palazzi, mi prende forte la nostalgia del circo. Domani ritrovo il libro, resto sul divano tutto il giorno, e mi rileggo A sangue freddo. |
12/02/2006
Flussi di pensiero.
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Scena: i camerini di uno studio televisivo. Sta per andare in onda l'intervista. L'uomo politicus ha intorno a se, nell'ordine: il segretario particolare (è un uomo, d'accordo, ma questo alle volte non è cosi negativo), l'addetta al trucco (è la più anziana, nonché la più esperta: sotto le sue amorevoli cure sono passati i volti dei politici di più di una generazione, sa il fatto suo). L'assistente alla regia che ripassa l'ordine delle domande e si raccomanda per la stringatezza delle risposte. Il tutto contribuisce a rendere, sebbene il nostro non sia nuovo a siffatte situazioni, l'attesa ancora più snervante. Le elezioni, ad un pugno di settimane, si gioca tutto sul filo del rasoio, una manciata di giorni per spostare di qualche punto percentuale la folta schiera degli indecisi dalla propria parte e poi sia quel che sia….Il nostro è stanco, sebbene non lo dia a vedere. In un certo senso gli viene da pensare a quando, scolaretto, andava trepidande sul palcoscenico allestito in palestra a recitare la parte del prim'attore, diligentemente studiata, per giorni, a tavolino. Non vedo l'ora finisca quaesta farsa. Ho il cerone, altrimenti quelle rughe che vedo riflesse nello specchio, dormienti, camuffate, sotto quest'aurea di salute e finto benessere avrebbero il giusto decoro che meritano. Sono stanco. Le domande sempre le stesse. Sono qui, forse il primo a non crederci più, ma, lo stesso devo essere forte. Reggere la parte, recitare, infondo. Sostenere la giustezza delle mie idee anche dovendo ricorrere all'esercizio più bieco della retorica, affabulare, blandire, scartare, inveire. Tutti verbi di cui farei volentieri a meno. Ma mi tocca. Non so cosa si aspettino gli altri da me, ma in questo teatrino sono in ballo e bisogna che balli, per davvero. Li ammalierò, farò come sempre ho fatto, sbranerò gli avversari sul nulla. Il nulla di questo gioco fatto di sondaggi prezzolati, di accorati appelli al buonsenso, di invettive senza ritorno tanto per dare l'illusione di trovarsi in un grande stadio. Ed in fondo mi sento proprio cosi, come in una curva a fare il tifo a me stesso, sempre meno convinto, come un attore alle ultime repliche della turnee. Qui non ho nemmeno una spalla con la quale scherzare, giocando a modificare le battute, in modo impercettibile, ma che sia in grado di intepretare questo come il la per un gioco al quale sappiamo giocare solo noi due, che di repliche ne abbiamo fatte tante. Il presentatore poi, lo odio cordialmente. Con quel suo fare fariseo, finto cortese per poi accoltellarmi alle spalle, devo essere pronto. Niente colpi bassi, alta la guardia, ad evitare i trabocchetti che la sua dialettica potrebbe frappormi. Dal partito mi hanno messo in guardia…"ecco, questi sono i suoi metodi…ti fa sentire a tuo agio, la prende da lontano, ma poi, quando vede che ti stai rilassando affonda, e qui siamo in diretta, devi farti trovare pronto, non scomporti...". Buffo no ? Avrei dovuto imparare a memoria i tic dei miei avversari, mi ritrovo a fronteggiare un finto giudice. Non so perché non l'abbiamo messo a libro paga, cosi, per tacitarlo per sempre. Forse gli pubblicheremo un libro. Fan tutti cosi, cerberi davanti alle telecamere, "sa, per esigenze di copione…lo vuole la spietata legge dell'auditel…" e mammolette, dall'altro lato della mia scrivania quando vengono a chiedere sponsor per editare le loro farneticazioni. Che schifo….lo so, fingo di non accorgermene ma ne sono cosciente. E' un mercato, ed ogni uomo ha il suo prezzo, diceva mio nonno. Ora devo essere pronto, manca poco al voto, devo essere convinto io per prima… Cosa è che devo bere ? Mi volto e davanti a me ondeggia un bicchiere con dell'acqua. Bevo come un naufrago raccolto sulla nave salvatrice. Sto sudando, non va bene, cos'è st'emozione da scolaretto? Ascolto, ma più che altro vedo il labiale del mio segretario che mi dice qualcosa. Mi sento come un pugile all'angolo, assistito dal suo secondo, che gli sciorina, nel volgere di brevi istanti, i fondamentali della boxe, ma io non lo sento, sono altrove. Sono al mare, con lei, oppure no, proprio da solo. Solo come un marziano, che cammino sulla sabbia col vento in faccia (il ventilatore, ndr). Non so a che serva tutto ciò, se davvero, come sperano al partito, da stasera dipenda l'esito di tutto, di me stesso, della mia carriera politica. Sono qui a parlare alla nazione. Il mio faccione apparirà ("vengo meglio se ripreso a sinistra, le luci le voglio cosi…") in tutte le televisioni di questo bizzarro paese. Come mi troverà la gente dipende da me, la telecamera ha il potere di evidenziare la minima tensione superficiale, la distensione si trasmette, poche storie. Ed io stasera sono teso, devo rilassarmi, cos'è che hanno messo in quell'acqua ? Le voci giungono sovrapposte, capto spezzoni di frase degli operatori, le segretarie di produzione del programma che agitano cordless dai quali pare discendano le massime scritte nelle dieci tavole del sinai. Mestieranti. Io, qui, l'unico attore. La vittima sacrificale del rito, il bersaglio umano, a far mercato della mia immagine pubblica. Ma che cazzo ne sapete di me ? Io sono altro. Altro che quest'icona rassicurante che vorrei fingere di essere. Altro da colui al quale ascrivete la vostra flebile speranza di sopravvivenza. Sono io, qui, solo contro tutti. Agapito Reglasti avrebbe rapinato una banca, o anche l'ufficio postale sottocasa, piuttosto di prendere in consegna quel carico di maiali da trasportare a Milano. Mille euro, capisci ? una storia da un giorno e mezzo, traffico e neve permettendo. Dalla provincia di Lecce a quella di Milano, ci sono le tariffe no ? per dio. E giù a taglleggiare che ci sono le rate del camion da finire da pagare e cosi sia, accetti di andarci anche per meno. I maiali poi…i loro grugniti, stipati come mai avevo visto, sotto questo cielo nero, la pioggia fitta come neve, un gelo nelle ossa. Tiro il freno di stazionamento del TIR. Adesso è fermo. Prendo la chiave inglese dallo stipetto dei ferri e scendo. Posiziono il fermaruota sotto due, tre ruote per evitare che il mezzo mi schiacci, come è già successo, tante volte, ai miei colleghi che le hanno dimenticate. Agapito è a suo modo un metodico. Anche nel bestemmiare. E la sua sommessa giaculatoria si intona, al ritmo dei grugniti. La sfiga più nera. La forza, adesso, che i bulloni, grossi come cipolle, sembrano incollati e ci vorrebbe una pistola avvitatrice in circostanze come queste, ma non ho il compressore, devo farlo a mano, pensa. Cosi si mette a saltellare sulla chiave a croce per cercare di smuovere sti cazzo di bulloni, ed è una scena assurda, un uomo di 120 kg. che salta, al buio, ai lati di un Tir carico di maiali su una statale salentina. E ritorna bambino, quando giocava a campana coi compagni, dopo la scuola, nel cortile dell'oratorio. Disegnando, con pezzetti di calce indurita, rubati al cantiere vicino, la griglia sul pavimento che il parroco poi si incazzava sempre perché si sporcava poi tutto diceva e gli toccava pulire, altro che la pioggia. Salta Agapito, i compagni in coro, a prendersi gioco della sua stazza, Salta, ciccione che non ce la fai…E lui doveva dar prova di agilità comunque per tacitarli e guadagnarsi una briciola di rispetto, almeno fino alla prossima gara. Al prossimo gioco. Agapito ora suda. Sta sudando con una temperatura di appena due gradi, mentre la pioggia non accenna a diminuire, e, ci giurerebbe, è neve solo a qualche metro in più d'altitudine. Un rumore sinistro, secco, di metalli che si sfregano gli annuncia che a qualcosa il suo sforzo è valso. Il primo è andato. Ripete l'operazione altre sei volte. E' passata una quantità di tempo indefinibile. Adesso è zuppo, di pioggia e sudore. Ma la ruota è smontata. Il martinetto fa il suo dovere consentendogli di sollevare il mezzo quel tanto che basta per sostituire l'enorme pneumatico. Agapito è stanco senza aver ancora finito, le rare auto di passaggio, lo inondano dell'acqua delle pozzanghere.
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10/02/2006
Icone femminili
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Ci sono un paio di figure femminili di cui mi piacerebbe parlare. Sono quelle di Laurie Anderson e di Loredana Bertè. L'accostamento non suoni irriguardoso per nessuna delle due. Perché ? Perché sono consapevole che entrambe esercitano, nel mio immaginario, una funzione potente. Sto parlando del tasso di follia al quale mi viene da associarle, per meriti indiscussi, ripeto, per la maniera che ho di interpretarle, come personaggi e come risultante della loro maniera di intendere il canto. E non solo, nulla o poco conoscendo del loro privato se non scarne note biografiche circa i rispettivi flirt, mi accorgo di quanto mi siano affini, quasi familiari. Dell'una so di una liason con Lou Reed, e oltre non vado. Dell'altra, della sorellanza con un'altra grande interprete come Mia Martini e di un matrimonio tanto pop quanto glamour, con mr. Racchetta d'oro (dell'epoca): sua maestà Bjiorn Borg, di natali svedesi. Ecco. Laurie Anderson ha una maniera di cantare che non è facile da accostare a nulla di simile. Unica, completamente diversa dalle altre, è un genere praticamente, forse inconsapevole. Associo l'ascolto dei suoi deliranti cd a momenti topici. In genere l'approccio migliore è quello di spogliarsi dall'ambizione di volerne scovare un senso. Errore. La sua musica va fruita, non so se rendo. Abbassare le difese della razionalità, e farsi portare dal sabba dei suoi suoni, della band e di quelli della sua voce. Si dirà, un'altra intellettuale del cazzo. Può essere, ma anche l'etichetta di sensazionalismo, non rende. Non basta cioè a bollarla, definirla e metterla buona buona nel cassetto delle cose già viste, sentite. No, lei ha la capacità di sorprendermi tutt'ora, vuoi per via degli ascolti molto dilazionati, l'un l'altro, nel tempo, vuoi perché fondamentalmente sono un distratto e resto colpito magari da una serie di suoni ai quali, risentendoli, mi accorgo di non aver dato la dovuta importanza, prima. Può essere questo. Può essere questa miscela di cose che non capisco, a rendermela interessante, invidiandone il coraggio sfacciato, il rigore nel dichiararsi sempre e comunque "off"!. Loredana Bertè. E' un film, mica una donna. L'ho vista qualche mese fa alla tele, da Celentano. Ingrassata, visibilmente sfatta, ma sempre terribilmente affascinante. Il suo inno ? Non sono una signora. Ecco, se mai rinascessi donna, giuro, vorrei essere come lei. Mi piace il suo modo di intendere l'amore. Quel darsi cosi senza riserve, consapevole di rischiare di farsi male. Totale. Mi sono sempre chiesto quante donne, in questo paese, le debbano comunque qualcosa. Anche lei, ha qualcosa che la rende speciale, cantasse anche solo l'inno di mameli. Non so, questione di timbrica della voce, della magia dei testi (molti dei quali, vado a braccio, non suoi ma di gente del calibro di Ruggeri, Fossati ect), ma ne sono certo: è un'icona. Una maniera molto personale di intendere la femminilità, fuori dagli schemi, con consapevolezza, e questo darsi, darsi, senza riserve, senza ritorni. Grande Loredana, nell'immaginario collettivo, un sinonimo della trasgressione. Ma non quella di oggi, che visti i tempi è anche facile da sbandierare, va tenuto conto che negli anni in cui è uscita, sia pure con qualche perdonabile scivolone che gli ha comunque guadagnato gli allori della hit-parade, (penso al suo E la luna bussò, splendido motivetto reggae dal testo, è il caso di dire, veramente stralunato ma orecchiabilissimo) non era facile dirsi "contro" o "diversi". Il suo piglio, la maniera, (c'entrerà qualcosa il suo essere di natali calabresi ?) di modulare la voce, graffiare, anche dovesse cantare una roba da overdose di lirismo, per atmosfera, per la musica, infine per i testi, come Sei bellissima. Grandi entrambe, un piacere, sempre, il riascoltarle. |
06/02/2006
Il gioco degli specchi (lontano omaggio a Cortazar)
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Quanto pensi che faccia freddo ? Abbastanza, disse. Bene. Uscirono nella neve che scendeva come dentro una di quelle palle di vetro contenenti il colosseo o il duomo di milano. Da piccolo le collezionava. Ora gli restava il fastidio di sollevare i suoi 130 kg. con passo malcerto, sul sentiero che scendeva dabasso, in paese. La baita la lasciamo aperta ? Chi diavolo vuoi che ci venga a trovare, un'alce ? Che ne so, in effetti. La giubba di fustagno marrone sembrava stesse per esplodere, via via che il suo respiro si faceva sempre più profondo, affaticato. Le scorte, capisci ? Sono quasi finite del tutto, cosa ci mangiamo ancora ? Bisogna scendere, prendere su qualcosa, con questo freddo non si riesce nemmeno a cacciare. I due uomini, come due puntini dissonanti nel paesaggio immacolato. Le loro orme, quelle di un cammino di fame, ben imparato a memoria, dalle stagioni. Cosa vuoi farci ? Continuo a leggere ? No, basta si fermi cosi, di Jack London ce n'è già stato uno. Le leggo qualcos'altro ? Faccia lei, disse sbirciando la sottile riga nera sotto le unghie della mano destra. L'altra era intenta a ripulirle con un banale tagliacarte. Questo è arrivato ieri. Come si chiama ? Non c'è il titolo, signore. Beh, allora prenda a pagina 50 e legga i primi tre paragrafi. Ad alta voce, la prego. Il suo tono di voce non aveva nulla di accomodante. Grumilde Gensiottini, precaria di Galatina da poco assunta in casa editrice come lettrice, a 400 euro al mese, aprì la pagina cinquanta. Iniziò a leggere. Ellroy aveva preso l'auto messa meglio di tutto il garage. Contava di raggiungere l'altra costa, e di mettere, se del caso, qualche gallone di benzina, appena fuori città, dove avrebbe preso, nel piccolo autogrill, un doppio hamburger con tanta di quella salsa chili da richiedere un estintore la prossima volta che sarebbe dovuto andare al bagno. I due pulotti della pattuglia di servizio non ci misero molto a capire che avrebbero avuto qualcosa a che fare con quella buffa berlina bicolore che procedeva, zigzagando, verso la loro auto. Sembrava uscita da un film anni 60, e l'aria di chi era al volante era tale da non lasciare dubbi circa la maniera in cui aveva occupato le ultime due, tre ore. Ellroy accostò al cenno di alt, del più basso dei due. L'auto risulta pulita, Howard. Pulita un cazzo, Sam, non vedi ? Ha tre dita di polvere. Ellroy taceva sentendo di sottofondo, alla radio, midnight hour, cantata però da un altro che non sembrava proprio fosse Wilson Picket, e cazzo era cosi ubriaco da non riconoscere nemmeno suo cugino poliziotto che ora brandiva nell'aria, sull'incazzato, il libretto di circolazione della vettura. Lei è cieco ? disse rivolto ad Ellroy. Ellroy scosse il capo, prevedendo guai. Come cazzo fa a guidare un auto, ma sei scemo Sam ? Chi è cieco qui ? Fermati, non si può. Questa poi, devo anche averla già mezza letta da qualche altra parte. Prendine un altro. Un altro ? Si. Ma sono le cinque, io dovrei andare. Dove crede di andare ? Avrei finito il mio turno, signore. Beh, quand'è cosi…mi raccomando le chiavi. Le chiavi ? Si. Per aprire qui domattina, intende ? Certo, ho idea che farò tardi stasera. Ha intenzione di restare qui ? Non se ne preoccupi, voglio finire di leggere questi manoscritti. Bene, quand'è cosi…permetta… Buonaserata A lei, signore, non dimentichi le luci. L'editore, passò una mano sul viso. Era sudato. Estrasse un winchester, regolarmente denunciato, dalla teca dietro la sua consunta poltrona di pelle, e senza far altro che potesse distrarlo, posizionò la canna fra i suoi denti e premette il grilletto. Cletus, chiuse il libro, aveva il malditesta, l'aulin (o aspro, o aspirina, non ricordava…) non aveva fatto effetto. Oppure si. |
04/02/2006
Tre sigarette corte
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Ho la sensazione delle ruote che mangiano asfalto, sotto le gambe. A dirla tutta mi gira anche un attimo la testa…Altre ore di autostrada, fumo di sigarette e lei nelle orecchie. Mentre tagliavo la piatta puglia, al telefono con un amico, ho fantasticato un post, che doveva semplicemente accostare un paio di flussi di pensiero, uno di un politico (non è rilevante qui il colore) prima di andare in onda, alla tele, e quello di Agapito Reglasti, camionista di Galatina che buca, con il suo TIR, sulla superstrada Bari-Lecce, intento a sostituire il pneumatico sotto una pioggia battente e in piena notte. Senza altre parole. Aimee Mann, con il suo Forgotten Arm, regala altre pennellate alla colonna sonora del viaggio. La Mann potrebbe risultare monocorde, decisamente malinconica e sarebbe vivamente da sconsigliare per chiunque attraversi, sia pure momentaneamente, periodi cosidetti "no". La lametta è a portata di mano. Lo stesso, la poesia della sua voce e l'ottimo lavoro della band che la supporta ne fanno un gioiellino di dolcezza in un momento che, insomma, si, non è che ne dispensi poi troppa. Dieci tracce fra le quali l'estensioni (invero modeste, già detto) della sua voce hanno facile gioco della trama dei suoni di contorno. Su tutti, quelli di un mandolino, fantastico come dissonanza, inserito in una ballad leggermente acida. Mica male. Scherza coi santi e lascia in pace i fanti. Si, avete letto bene: da oggi non è più possibile. Apro il pacchetto di popcorn e mi accomodo sugli spalti di questo concorso alla solidarietà bigotta. Visto cosa cazzo son state capaci di provocare una manciata di vignette ? Trovate più comico l'averle pubblicate, l'essersi incazzati da parte dei diretti interessati, o questa gara a chi si distingue di più nell'elargire giustificazioni a chi oggi brucia bandiere (e ambasciate) e domani un ipergros, una stazione metro, un vagone ferroviario ? Se una cosa dobbiamo capire è che: senso dell'umorismo, zero eh !? Inoltre…tanto per precisare. Non sono credente, non ho particolarmente in simpatia i preti, lo stesso, però ammetto di aver mollato li, verso la pagina cinquanta IL PANE DI SARAH di Meir Shalev. Perché ? Ho trovato pretestuosa e fuoriluogo una sua insistita presa in giro di un tizio che aveva tutta l'aria di essere Gesu Cristo (dipinto come un bizzarro signore che amava detergersi, dopo aver defecato, con dei pulcini). Contraddizioni ? Forse. Non tollero però che l'intelligenza, tanto più quella di chi ha la responsabilità di scrivere, debba far ricorso al dileggio per far valere le proprie ragioni. Il sole si alza per tutti, al mattino. Lasciamo che ognuno coltivi le proprie convinzioni. Quello che sarebbe auspicabile, e ne abbiamo avuto tutti ampia prova con questa vicenda, è che sarebbe preferibile astenersi dal ritenere "fico" irridere la fede altrui. Avranno o no una qualche ragione gli antichi detti popolari ? Scherza coi fanti e lascia stare i santi (i tuoi, e soprattutto, quelli degli altri). |
01/02/2006
Numerologia dell'adulterio (si, un'altra cabina).
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Vagolo per la città senza meta. Sono a piedi, conduco, senza guinzaglio, ma a distanza ragionevole, un orangutango di nome Osvaldo. Mentre transito vicino ad una cabina situata nel parcheggio di una stazione di servizio Esso, suona il telefono. Mi guardo intorno, perplesso, Osvaldo ha fame, il negozio di banane all'angolo sta per chiudere, che faccio ? rispondo ? Ma si, rispondo, che è da un po che non mi capita, infondo. Riccardo ? una voce da Sabrina Ferilli, solo un po più raffreddata Scusi ? Riccardo ? Dai, non possiamo continuare cosi. No ? Eh, no ! Perché ? mi viene fatto di chiedere. Perché la vita va avanti, a dispetto di noi. Ah, questo è vero ! Lo vedi ? Siamo d'accordo allora. Beh…(prendo tempo…dov'è il pacco ?) Ma si, che senso ha, siamo la stessa cosa, io e te, la metà della stessa mela. Guardo Osvaldo, adesso inizia a sbavare, non so come liberarmi di costei, infondo, se non fosse per la propensione all'arte della sentenza, mi starebbe anche simpatica, cosi, su due piedi… Riccardo ? Ma no mi dici niente ? E daiiii Cosa dovrei dirle ? Mi dai del lei adesso ? Ho capito il mio errore, ho ceduto, non avrei dovuto. Troppo tardi, infierisco senza sapere dove mi porta tutto ciò. Troppo tardi perché ? Infondo io ti amo ancora ! Mi ami ancora ? Si. E l'altro ? L'altro non è niente, lo sai. No, non lo so. E non ci credo nemmeno. E' stata una sbandata, una storia di una sera. Che cosa dice ? Ma si, non si ripeterà più, io amo te, Riccardo. SILENZIO Riccardo ? Riccardo ? Ma io mi chiamo Peppe, gli dico alla fine: Osvaldo sta sbavando sui vetri della cabina e io di storie di adulteri ne ho piene le palle. Peppe ? Si. E che ci fai a casa di Riccardo ? Non sono a casa di Riccardo sono in una cabina pubblica. Lei è un suo amico ? Un maniaco ? No, davvero. Senta…se le lascio il mio numero…mi potrebbe richiamare, magari possiamo prenderci un caffè, con calma, quando crede… Sto per perdere la pazienza, è tardi rischiamo di non trovare banane, per stasera. Me lo dica, esalo alla fine. Annoto mentalmente il numero che nemmeno l'attore che ha girato Match Point di Allen, davanti a quello stacco di figa della Johansson… E' stato un piacere, Peppe. Anche per me. Esco dalla cabina. La sera è umida di pioggia e gas di scarico al retrogusto di lampone andato a male. Vicino alla frutteria c'è una ricevitoria del lotto. Se mi sbrigo, riesco a giocarmi i numeri. Alla salute di Riccardo. |








