28/09/2005
Guardarsi dentro.
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A mio cognato Ermete hanno dato lo sfratto. Era in arretrato da mesi, sostenevano quelli della forza pubblica, venuti ad eseguirlo. Cosi Osvaldo, l'orangutango e Ivonne, il pavone, adesso sono a casa mia. Anche mio cognato. Ma lui non li porta mai fuori a passeggio. Tocca a me, ma non insieme. Ho avuta qualche noia dal condominio ma adesso è tutto a posto. Ad Ivonne metto il bavaglio la sera e ad Osvaldo ho regalato una bambola gonfiabile. Ieri, mentre ero al parco per la consueta passeggiata con Osvaldo, vilipeso dalla pipinara e relative mammine, ha iniziato a trillare un telefono pubblico posto su di un palo. Osvaldo, stanco della situazione, ha ingoiato la cornetta, riuscendoci in un sol colpo. Mentre il veterinario della ASL estraeva la cornetta da una collina d'escrementi fumanti (forse, ho pensato, aveva ecceduto con i lassativi) ho sentito distintamente un "pronto ?" provenire dal telefono. Luca sono Maria. Guardati dentro. Prego ? Luca accetta questo consiglio da un'amica, guardati dentro. Signora credo che lei abbia sbagliato numero, non c'è nessun Luca qui. Ah no ? No Beh, si guardi dentro anche lei allora e me lo passi. D'accordo, ho detto. Ho guardato fisso negli occhi il veterinario. Quelli di un dogo argentino sarebbero stati più espressivi. E' per lei, ho detto, è Maria. Osvaldo a quel punto ha iniziato a saltare eccitato come un gorilla quale in effetti è, poi ho pensato. In breve tutto l'ambulatorio ha assunto le sembianze di uno di quegli arredamenti di tendenza, tutto pieno di macchie come quelle dei cani della carica dei 101, solo, stavolta, di merda. La cosa è andata avanti per un po. Alla fine ho visto il veterinario, con il camice tutto inzaccherato, che prendeva nota di un numero telefonico. Si, per le nove dovrei aver finito, sentivo che le diceva. Quando mi ha ridato la cornetta, dall'altra parte avevano già messo giù. Osvaldo è sembrato placato, dopo la sua danza escatologica. Più probabile lo fosse anche per essersi tolto il peso. Non dev'essere facile girare con una cornetta nello stomaco, ho detto mentre davo 200 euro al veterinario. No, ma vaglielo a spiegare alla tintoria, ha detto. Non le piacciono i dalmata, dottore ? Lui non l'ha capita, ed è rimasto cosi, con i soldi in mano. Con Osvaldo siamo usciti dalla porta a vetri con una grossa croce rossa autoadesiva sopra. La sera era appena più fresca, per essere fine settembre, poca gente per strada, soprattutto cani. |
28/09/2005
Alla faccia dell'incipit.
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"In questo pomeriggio grigio di fiammiferi spenti e posacenere pieni, penso a lei". Pino Roveredo, "Una boccata d'amore", MANDAMI A DIRE, Bompiani, pp. 171 |
27/09/2005
American dust. (prima che il vento si porti via tutto)
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Richard Brautigan: American dust, prima che il vento si porti via tutto. Ed. ISBN €.10,00 pp.109 Come fai a non comprartelo (e leggerlo) un libro cosi ? Brautigan è un mito. Anche il mio amico Alfredo, a suo modo, lo è. Alfredo ne ha letto su L'espresso, credo. Alfredo, tanti anni fa, me lo ha fatto conoscere. Di lui ho letto quasi tutto, mi manca La casa dei libri (che, voglio dire, mi pare anche già un bel titolo). Brautigan va letto, se possibile, senza saperne molto, prima. Depurato dal mito di volta in volta appioppato (papà dei minimalisti, una delle voci più deliranti ma vere del cuore degli states, e altre minchiate del genere). Esilarante, un siluro di genialità nella piatta vita di provincia, e insieme, un giocoliere delle parole. La sua capacità di disporle in fila, anche senza ordine, in frasi secche, con a capo frequenti, lascia in chi legge una sensazione prossima a quella che ti prende assistendo ad un mega trailer dove ad ogni sequenza la trama va in frantumi e scoppia il fuoco d'artificio della sorpresa, della creatività dissennata. Lo consiglio a chi ha in animo la comprensione delle radici "beat" della narrativa americana della seconda metà del secolo scorso. |
23/09/2005
Colombo blues (2)
| E ti guardo negli occhi, che ridi con tua figlia. Sei ferma, incolonnata come me, facciamo a rincorrerci tre metri ogni tre metri. Non ce ne andremo presto da qui, lo sappiamo entrambi, continuiamo a guardarci. Occhiate che dicono d'altro. Di lunghe serate passate a guardare il nulla, a riempire il vuoto con la prima cosa che passa sottomano, da leggere, mangiare. Cosa ne è stato dei nostri vent'anni ? Questo tempo malvagio e senza ore. |
22/09/2005
Colombo blues
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Ho impiegato un'ora e dieci minuti per percorrere cinque, sei chilometri. Se mi avesse dato di volta il cervello (cosa che non escludo avvenga, magari a breve) e avessi mollato lì la macchina, decidendo di farmela a piedi (e posto che i gas di scarico di migliaia di auto non m'avessero ammazzato prima) ne sono certo, avrei impiegato molto ma molto di meno. Ho anche dei fondati sospetti sulla integrità mentale di colui che ha autorizzato, in pieno orario di punta, i lavori di rifacimento del manto stradale. Delle due l'una, o il responsabile di questa genialata è vittima di una forma bizzarra di sdoppiamento-delocativo-della realtà (supponendo di trovarsi in non meglio precisata altra località, nella quale esistano, per collegare la costa alla città ben altre alternative, tipo, che so, highway americane a sei corsie per carreggiata e in numero non inferiore a tre, tutte parallele…) oppure gli amanti del genere sado maso dovrebbero gioire, avendo finalmente trovato un erede degno del marchese, quanto a cattiveria e crudeltà mentale per costringere a siffatte torture decine di migliaia di persone. Volgari cittadini, carne da macello, occhi spauriti di la dai finestrini. Possibilità di "diventare parenti" o nella migliore delle ipotesi "intimi" (leggi: fidanzarsi, avviare delle relazioni) con chi ci affianca in quello snervante gioco di prima, seconda, freno, frizione, daccapo per, ripeto, un'ora e dieci minuti di seguito. La mattina, all'andata, non che vada meglio. E' grazie alla presenza di un vigile (che fa defluire lo stesso anche in presenza del rosso sul semaforo) se i tempi per raggiungere la città si mantengono su livelli "umani" (se va bene, trenta quaranta minuti per percorrere quindici chilometri o poco meno). Ecco, questo è lo scenario di una delle tante "consolari" che a raggiera si dipanano da e verso la città e con le quali molti di noi, ascoltando, se del caso, "ondaverde, notiziario del traffico" della beneamata radio nazionale, hanno imparato a familiarizzare. Mi chiedo, è questa la qualità della vita ? Che cazzo fa dalla mattina alla sera chi percepisce uno stipendio, preposto, come dovrebbe, a dirimere questo genere di questioni ? Intendiamoci, non è che personalizzando, il problema si risolva da se. Si dirà, ci sono troppe auto, l'italiano è un pigro per natura "se non ha la macchina sotto il culo non lo smuove nulla…difficile educarlo a lasciarla a casa e a prendere un mezzo pubblico". Ma è una scusa penosa. Dove stanno, di grazia, i mezzi pubblici ? Sarebbero questi gli investimenti in infrastrutture ? (abbellimento e riadattamento di una serie enne di vagoni della vetusta ferrovia Roma-Lido: epoca della prima realizzazione intorno agli anni venti, si avete letto bene, millenovecentoventi). Ostia e l'hinterland, hanno conosciuto un'esplosione demografica che con il passare del tempo non accenna a diminuire. Le cause ? Molteplici, dalla realizzazione negli anni 60 di intieri quartieri atti a ricevere le famiglie fin li vissute in baracche nelle varie borgate, quartieri popolari, medio popolari, quartieri residenziali (vedi Casalpalocco e Axa), quartieri a tipologia mista (abusivismo di necessità, abusivismo speculativo, realizzazione di intere zone residenziali di recente costruzione) come l'infernetto, infine, quartieri nuovi di zecca come il roboante (e medioevale, lasciatemelo dire, quando le zone prendevano il nome dal benefattore che le realizzava) il "quartiere Caltagirone", una congerie di palazzine fintamente moderno ancora da ultimare ma che si è andato ad incastonare fra le colline che precedono la discesa a mare, verso Ostia, come un UFO in piazza San Pietro. Nessuno, non un assessore, non uno straccio di urbanista che si sia preso la briga di prevedere dove diavolo far transitare tutta questa gente. Su quali infrastrutture ? Ad oggi, per raggiungere la città, da queste zone, sono disponibili solo la predetta ferrovia (rammento che da ragazzo per raggiungere la stazione termini, da Ostia, c'era una corsa metro che impiegava circa trenta, trentacinque minuti, oggi intelligemente soppressa dovendo far scalo a Magliana per prendere la metro B, aumentando i tempi a dismisura), un paio di corsie per carreggiata della cristoforo colombo, nonché la via del mare (tristemente detentrice del primato "strada ad altissima mortalità" e oggetto da anni di inesistenti, quanto inefficaci lavori di messa in sicurezza) e l'Ostiense, timida statale a una sola corsia per senso di marcia che si dipana ai lati della suddetta via del mare. Un bus "extra-urbano" che vedi bene, camminando su gomma, è un pleonasma: come prendere l'autovettura privata: gravita sulla stessa colombo già intasata di suo, senza alcuna corsia preferenziale. Fatale che poi uno "debba" prendere la macchina. No, non è il peana del povero cristo, è la polaroid spietata di una situazione cristallizzata e disperante che non è più possibile sostenere, è inumano. Sprecare in modo cosi insulso, a causa dell'ignavia imperante, porzioni consistenti della propria giornata, lavorativa e non, non è degno di una capitale che si vuole civile, moderna e occidentalizzata. Ben vengano le notti bianche, i flash e i tagli dei nastri di mostre del sindaco più presenzialista del mondo, cosi come l'inaugurazione dei musei del cinema, delle case del blues, o del cha-cha-cha. Questi tempi di percorrenza gridano vendetta al cielo. E sottraggono, minuto dopo minuto, giorno dopo giorno dai nostri volti il sorriso, tempo per i nostri affetti, per noi stessi. Noi, tutti. PS. ultima perla: giorni fa, a seguito di un temporale un po più intenso del solito, sempre per fare lo stesso percorso i tempi sono stati leggermente più brevi (quaranta minuti poco più). Il motivo ? Semplice: a scuola mi hanno insegnato che le pendenze di una strada vanno date verso l'esterno, proprio per consentire all'acqua piovana di defluire senza ristagnare sulla sede stradale, creando pericoli come il cosidetto acqua-planning (ovvero provare l'ebbrezza della perdita di controllo tipica delle macchine a scontro del luna park). Nel tratto in parola, oltre ad esser date nel senso contrario (ovvero verso l'interno della carreggiata) i canali di defluvio dovevano aver conosciuto l'ultimo intervento di manutenzione (leggi rimozione del fogliame che ostruisce le grate di raccolta acqua) nel pleistocene. Magari superiore. Visto che almeno una delle due anguste corsie risultava appena transitabile. Vedi foto. Grazie, di cuore, agli addetti, per la collaborazione.
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21/09/2005
Chi legge i racconti ?
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L'altro giorno è stato assegnato ad ex-equo il Campiello. Il fatto che uno dei due testi premiati sia una raccolta di racconti mi ha suggerito alcune riflessioni. Ci si lamenta che in questo Paese si legge poco. Un dato di fatto, magari poi tutto da smentire, ma è il leit-motiv che si ascolta in giro da un tot di tempo. Non conosco, in termini di nuda statistica, l'incidenza sul totale di testi che si pubblicano, dei testi "raccolta di racconti". Di fatto, vado a naso, sono in netta maggioranza i romanzi. Non ne faccio una questione di merito, ma provo a considerare la cosa da quest'angolazione. Ha un senso lamentarsi per la scarsa diffusione della lettura, se poi, prendendo ad esempio il parametro "tempo a disposizione da dedicare alla lettura", questo, a vasto raggio, risulta decisamente confinato in porzioni modeste nella giornata tipo di molte persone ? Gli strateghi del marketing delle case editrici devono avere fonti sicuramente più credibili delle mie percezioni. Ma nessuno mi leva dalla testa che proprio alla luce del poco tempo, scarsa propensione, la lettura oggi (intendo qui, l'acquisto e la lettura di un tot di volumi all'anno, al mese ect…) la faccenda riguardi uno zoccolo duro di cosidetti "lettori forti" e aficionados del genere (penso ai legal thriller, alle spy-story, e via cantando). Gli altri ? Tutto l'altro bacino d'utenza potenziale ? Dove sono ? Come li raggiungono ? E vogliono davvero raggiungerli ? Ritorno al fattore tempo che è il discrimine di questa "riflessione". Non sono un marziano se dico che, appunto, è poco il tempo a disposizione per leggere. Nella giornata tipo di un essere umano metropolitano, la lettura di un romanzo di, mettiamo, 300 pagine comporta un investimento di tempo significativo. La lettura di un racconto, è indubitabile, molto di meno. Allora cosa spinge "all'angoletto" questo genere letterario ? Perché non utilizzarlo, invece, come "clava" per abbattere il muro della resistenza alla lettura ? Rubo un'idea uscita da una chiacchierata con Giulio Mozzi tempo fa in una libreria qui a Roma "ma perché in Italia non esiste una grande rivista a tiratura nazionale che pubblichi racconti di esordienti ?". Fuor di mitologia, penso a gente come Thom Jones, scoperto (apprendo dai risvolti di copertina e da un'intervista qui), proprio grazie alla pubblicazione di suoi racconti su riviste specializzate negli Stati Uniti. Aggiungo: perché le case editrici snobbano il genere racconto ? Saluto, quindi, come una speranzosa inversione di tendenza, il Campiello a Roveredo. Che sia il primo segnale di un lento ripensamento ? |
16/09/2005
Riding with the king
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L'altro giorno hanno riaperto le scuole di ogni ordine e grado. L'impatto sui tempi di percorrenza delle mega highways di cui disponiamo nella capitale non ha tardato a farsi sentire. Cosi, fatto ancora di sonno, ho dovuto presenziare al primo giorno di scuola media dell'erede. Sveglia alle cinque…(ma non c'e n'e' stato bisogno, ero quasi piu' emozionato io…) e slalom con esternazione di giaculatorie all'indirizzo dei responsabili al traffico, alla mobilità, all'urbanistica, alla toponomastica, all'annonaria e, doverosamente, alle rispettive consorti nonché genitrici. Anyway (in tema di strade, quest'avverbio ci stava tutto)…dicevo, "tuttavia", ce l'ho fatta e puntuale come una cambiale svizzera ero lì, occhione lucido e petto in fuori d'ordinanza a cioccare le mammine dei compagni di classe…(modeste…almeno ad una prima, fugace e sonnolenta occhiata). Ho percorso qualche centinaio di metri a piedi, dopo l'entrata, con la ex. Avevo fame, ma soprattutto sonno…Ho proposto un caffè…cosi, tanto per ribadire che non ce l'ho con nessuno e che tutto sommato nutro ancora sentimenti di stima e affetto con il mondo intero, o almeno, una larga parte di esso. Siamo entrati in un piccolo bar anonimo. A dispetto delle dimensioni c'erano anche un paio di tavolini, ma noi siamo rimasti in piedi, al banco. "Un caffè e un cappuccino e, ah, si, anche un cornetto, per favore". "Li vuole al bacio ?" "eh ?" "si, è una nostra specialità…". Poi mi ha spiegato in cosa consistesse ma ora, giuro, non ricordo. Sta di fatto che appena entrati, diciamo dopo pochi istanti, ho percepito un blues sparato a volume adeguato da casse acustiche dalla fedeltà apprezzabile. Ho ascoltato estasiato e dopo un tot ho esclamato, sicuro…"Questo è Eric Clapton". Il cameriere, gentilissimo, m'ha guardato stupito…"Si, è lui in compagnia di B.B.King", "ma va ? e che disco è ?" "Non ho qui la copertina, ma è un bel disco…" "andate a blues già di prima mattina ?" e lui, col tono di quel cameriere di una pubblicità del grana padano…(Quello che diceva…"le nostre porzioni sono sempre generose" all'indirizzo di un malcapitato cui rotolava addosso una mega forma di parmiggiano reggiano...), "qui si ascolta sempre buona musica". Bene, la morale di questa storiella è stata questa. Avvicinato alla cassa per pagare, il cameriere ha interrotto la musica, estratto il cd e me lo ha dato…."vede ? è questo..si chiama riding with the king". "Cazzo, ma ce l'ho, è che non gli avevo dato una lira a sto disco qui, io….". A volte apprezziamo ciò che abbiamo solo quando ce lo ricordano gli altri. Ps. Lo sto ascoltando da tre giorni…sicuramente dev'esser stata l'atmosfera e il fatto, ben raro ammettiamolo, di ascoltare del blues di prima mattina in un locale pubblico. Resto dell'avviso, però, si salvano in tutto due o tre brani, ed è già molto…per un prodotto dagli evidenti intenti commerciali. |
16/09/2005
La notte bianca di Roma (e tre)
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nel 2003, alle 4 di mattina, a lume di candela causa blackout, ancora rintontito, scrissi queste note. Sabato notte, ho letto, sempre nello stesso scenario del laghetto, è previsto un altro spettacolo-evento. Credo che ci porterò mia figlia.
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arrivare appena passata la mezzanotte, e in breve satura la "platea
naturale" costituita dalla collina giusto difronte le cascate del Palaeur
(ora PalaLottomatica, in ossequio al neo mecenatismo). Capannelli, risa,
consuete "conferenze" via cellulare, incollato alle orecchie, ad uso e
consumo anche dei piu' distanti. E' sabato sera, diciamo meglio, domenica
mattina presto. Si attende, con un misto di curiosita' e romana
strafottenza. Un paio di minuti dopo le una lo speaker, sobrio e
moderatamente "confidenziale", annuncia l'inizio dell'evento ad un pubblico
fino ad allora incuriosito solo da 4 pianoforti immancabilmente a coda e in
lacca bianca che sembrano galleggiare, immobili, in mezzo alle acque calme
del laghetto. Un massiccio utilizzo di vivaci esercizi per pianoforte
irrorati da un impianto stereo sicuramente migliore di quello del novello
auditorium di Piano, ha irretito l'attesa, placando gli animi e
predisponendoli "al bello". "Un successo, ci dicono che in centro non si
cammina" dice la voce amplificata. Singolarita' dell'orario, la stessa
affermazione diventata pressoche' quotidiana, se riferita ad ore diurne è di
indubitabile sapore ferale. Nella prima Notte Bianca di Roma, no. Una
sequenza di lampi da il via allo spettacolo. Le cascate del Palaeur che si
illuminano a tempo con la musica, Chopin apparentemente. Statuine si animano
danzando come piovute dal nulla, sui pianoforti a coda, baciati a turno
dalle luci, e poi un susseguirsi di "quadri" via via piu' suggestivi. Da
immense sfere trasparenti che rotolano, luminose, sull'acqua, avendo al loro
interno delle piccole Trilly, si come la farfallina di Peter Pan, a battelli
rivestiti di drappeggi degni delle migliori favole disneyane. Si torna
bambini, attraverso la sospensione dell'incredulita', lasciandosi catturare
dai volteggi di acrobati, delicati ed evanescenti che danzano sospesi nel
vuoto (sostenuti da robusti cavi che si intuiscono solo quando bersagliati
dai fari). Come in uno di quei vecchi carillon. E ancora luci, e musica e
pubblico che applaude, sorpreso, muto, preso dalla assoluta novità della
situazione. Attimi di silenzio, nel buio totale ed ecco che una prima
batteria di fuochi d'artificio squarcia il cielo gravido di pioggia
dell'Eur. E' il momento clou. Un capolavoro di alta scuola pirotecnica. La
base di musica, l'Inno alla Gioia, sembra essere nella sua maestosita', il
giusto corollario per tanta magnificienza. Un tripudio di colori alternati,
preziosi ricami, traettoie ed intarsi colorano tutto il set del lago come
meglio non potrebbero. Un crescendo che merita gli applausi convinti dei
romani presenti, forse molto piu' prosaicamente attratti da un segno, quello
pirotecnico, piu' facilmente distinguibile eppure qui capace di proporsi
come nuovo, vuoi per il luogo, vuoi per l'orario vuoi infine perche' di
colpo è come se si tornasse difronte a tanta bellezza, per un momento, per
una notte appunto, bambini. Lunga teoria di applausi alla fine del "quadro".
Qualcuno inizia a defilarsi, ci sara' ancora tempo per un altro numero
d'effetto dedicato al fuoco (stavolta con base musicale non piu' classica ma
etno-ritmica, piu' calzante). Falo' accesi sulla cascata, fiamme che
sembrano sorgere dall'acqua, palle di fuoco che volteggiano su lunghe aste
flessibili, da mozzare il fiato. La pioggia induce i piu' a considerarsi
satolli, sfamata la curiosita' molte persone, sospinte dalle prime gocce si
apprestano a fare ritorno a casa, magari facendo tappa per il rito del
cappuccino alle tre di mattina presso i bar rigorosamente aperti, dell'Eur.
Roma, 4 di mattina del 28.09.03 Il Black out di li a breve sembrera' essere
un repentino risveglio da tanto, irresistibile, sogno.
14/09/2005
Sciacalli
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Il condominio è disabitato. La grande paura per la grande pioggia lo ha fatto evacuare, ed ora non c'è più nessuno, salvo due pastori alsaziani che hanno eletto dimora sui divani in liquidazione dell'inquilino del terzo piano (no, non pensate a Polanski, è casuale !). Con la cessione del quinto, "prima", si potevano comprare diverse cose, in questa città. I vari general store pulullavano di occasioni a buon mercato che oggettivavano la nostra vita. Anche dalle pagine dei quotidiani locali, le offerte di merce prodotta di la dal pacifico, a pochi centesimi, giustificavano il passaggio delle rotative. Se mai un alieno dovesse intestardirsi a capire che cazzo di vita si faceva da queste parti "prima", beh, avrebbe il suo gran bel da fare. Con le prime luci della sera a squallore si somma squallore, è inevitabile. Rari rumori in lontananza, e il quartiere sinistramente vuoto. Niente ragazzini schiamazzanti, niente mamme incazzate a richiamarli, niente musica a palla dagli sterei delle auto prese a rate, e mai pagate, o rubate del tutto, niente partitelle a pallacanestro nei cortili vicino agli incroci. Un palo con su appeso un canestro da basket, spunta, mal illuminato, dall'acqua vicino all'incrocio. Teatro di terribili partitelle fra i boys del quartiere, e ai cui bordi le pischelle più attraenti del vicinato debuttavano nel valzer degli amori, ora è sommerso. L'acqua si è incaricata di pulire via tutto, spazzato, inesistente. I ricordi, l'unica arma per riappropriarsi dei luoghi. L'ingresso, nell'appartamento del terzo piano, si è rivelato più facile del previsto. L'allarme quanto di più plonastico in questo interminabile day-after. Si entra con un po di pazienza, ma si entra. Dentro, decentemente organizzata, la scenografia tipica di una casa di famiglia decorosa. La tele in salotto, le poltrone rivestite, plaid ovunque. Nella dispensa, scatolette abbandonate di chili e cetrioli sott'aceto. Niente birra in frigo. Piuttosto una interessante serie di cd di blues che al ricettatore faranno piacere. La tele è troppo pesante e poi, tre piani a piedi, nemmeno fosse al plasma…no, pesa troppo e decidono di lasciarla lì, totem indisturbato di altre, prossime, sventure. Nella stanza da letto, le lenzuola sul pavimento testimoniano di un frettoloso abbandono della situazione. Ne manca uno, quello di sopra, evidentemente usato a mo di sacco per raccogliere l'indispensabile. Ci sono gli armadi, però. Abiti appena demodè. Forte l'istinto di cambiarsi per provare l'ebbrezza del fresco lana in luogo del cotone, sdrucito dei jeans. Cravatte dai colori più dissonanti, in sequenza. Camicie appena ritirate dalla lavanderia, del tipo botton.down. le iniziali cifrate a mano, unica concessione alla civetteria del ceto medio cui dovevano appartenere gli abitanti. Un altro sportello con gli abiti di lei. Viene "graziato", in questo momento, in città, non è previsto alcun ballo. La ricerca di qualcosa di valore prende tempo. In realtà, tutto ciò che riempie questo posto potrebbe benissimo essere inutile. Non serve per mangiare, ne per far soldi. Nessuna cassaforte, niente libretti degli assegni, ne carte di credito in giro. D'un tratto, proveniente dal bagno un suono intermittente raggela la già fredda atmosfera. Cos'è ? sembrano dirsi le occhiate mute della banda. Il più vecchio prende il coraggio a due mani e con un calcio possente sfonda la porta del bagno. A terra, vicino alla doccia, una trottola elettronica emette lampeggii purpurei che risaltano sulle mattonelle bianche. Il trillo proviene da lì, da un giocattolo a dire che si, in quella casa, abitava anche un bambino. Stregati dalla vivacità dell'oggetto lo prendono, se lo passano, lo guardano come le scimmie nella sequenza iniziale di 2001 odissea nello spazio guardano il monolite piombato dal cielo. Escono quasi a mani vuote, le cravatte, i sottaceti e questa trottola lampeggiante. Ad attenderli, nell'androne, una pattuglia di marines in servizio di ronda. Colpi secchi, interrotti da frasi concitate, entrambi seminati nell'aria. Le pistole della banda danno loro il benvenuto nel condominio. Il conflitto è rapido, gratuito, incosistente, ma non privo d'effetti. Dall'arteria femorale di uno della banda fuoriesce tanto sangue dal rendere necessario l'abbandono e la fuga verso l'altro lato, quello delle terrazze. Sagome indistinte, saltano nella sera mal illuminata, da un palazzo all'altro. Una corsa col tempo, fra pallottole vaganti che escono dalle armi dei marines. Non è Matrix, e se lo fosse, queste sarebbero le comparse. La fuga è breve. Si arresta davanti ai dieci metri che separano due edifici. Le urla dei soldati si fanno più vicine. Non c'è tempo. Il salto. Quei dieci metri equivalgono a dieci anni di stenti, dai primi scippi alle prime coltellate, contro la banda rivale. Il cornicione è lontano, d'accordo, ma che stasera non fosse sera, lo si era capito già dall'interno dell'appartamento. Adesso, accanto alle sagome dei corpi inanimati, rotti, giù nel vicolo, la trottola continua a lampeggiare. |
11/09/2005
Problematici rientri.
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Ausilia ha un gran bel paio di tette. Ne sono moderatamente innamorato, e anche se mai dovesse leggere queste righe, confido, oltre misura, nel suo senso dell'umorismo. Ausilia ha anche un bel sorriso e una voce discreta. Ausilia avrebbe tutte le carte in regola per diventare la mia seconda moglie. E' molto probabile che sia dello stesso avviso anche lei, sebbene non lo dia affatto a vedere. Sia come sia, non era di Ausilia che volevo parlare adesso. Era di una strana conversazione sostenuta qualche sera fa, mentre stavo facendo fare due passi a Orazio, l'Orangutango di mio cognato Ermete. Mio cognato vive in un caseggiato di quelli che Zygmunt Bauman definirebbe, liquida periferia urbana, tiene in balcone Orazio, e l'altro giorno, quando sono andato a trovarlo mi ha detto, "vieni, ti presento Orazio, è un orangutango, l'ho vinto alla riffa della parocchia". Orazio ha un bel portamento. Quando camminiamo per strada i bambini incuriositi, dicono tutti eccitati alle loro mammine "mamma, mamma guarda, quel signore porta a spasso un orangutango". Le mamme in genere danno un'occhiata per stabilire il sesso, poi con un gesto deciso trattengono i piccoli, dicendogli "via, via, non son cose…". Insomma, stavo passando davanti ad una cabina telefonica ridotta peggio della mia coscienza, quando fatalmente ha iniziato a squillare. E sia, ho trattenuto Orazio, e allungando il braccio, e restando fuori dalla cabina, ho sentito il dovere civile di rispondere. Chissà, ho pensato, potrebbe essere qualcuno che ha bisogno di aiuto. Sono rimasto stupito nel leggere, scritto con pennarello indelebile su un vetro sporco questa frase sbiadita: " E' meglio essere odiati per ciò che si è che essere amati per ciò che non si è. André Gide". Però, ho pensato, è passata gente acculturata qui, una citazione dotta… Drin…intanto insisteva…cosi ho risposto… Pronto ? Si pronto, mi dica. Sono la moglie del governatore Strazio. Strazio ? Si, che c'e' di strano ? Niente, dicevo cosi…cosa governa di bello suo marito, signora ? Non è pertinente qui, sia gentile. Lo sono spesso, o almeno mi sforzo di esserlo, io, gentile, signora. Ecco, lo sia anche adesso, mi passi il dott. Piovani. Il compositore ? Chi ? Piovani, ha detto ? Si, che c'è di tanto strano ? Nulla, lei è libera di cercare chi crede, signora, siamo in un paese libero… Si, come no, stia attento piuttosto perché questa telefonata potrebbe finire su qualche quotidiano, mi dice tutta furbesca, la signora. Ah si ? (pensando che la poveretta ignori che finità anche su un blog…certo non lettissimo, ma ugualmente "Pubblico"). Si, guardi, non si vive più. Ha provato con gli uccelli ? Cosa ? Ma si, dico dando una strattonata a Orazio che ha puntato il cappellino di paglia di una signora con un seno importante e un vistoso abito a pois bianchi su fondo blu. Che tipo di uccelli ? Non sia sgarbato ! Guardi che alludevo ai piccioni, viaggiatori aggiungo dopo una breve pausa, ad arte…. Ah, si, quelli non li intercettano ? No, credo di no. Oh, bene, lo farò, quand'è che riapre la caccia ? A breve, credo. Dice che sia un sistema sicuro ? Non ne ho idea, certo è ben raro che dei cacciatori sparino in città. Cosa ne sa lei che noi si viva in città ? Nulla, supponevo e basta. Tenga per lei le sue supposizioni e mi passi il dottor Piovani, lei è simpatico giovanotto, parlerò con mio marito per una sua promozione. Ah si ? (sono sensibile alle promozioni, salvo a quelle fatte in tivù) Si, ma adesso me lo passi, sia gentile. Guardi signora, è appena uscito. Ah peccato. Eh si, aveva urgenza ? dico volendo sembrare cortese e attento. Si, ma non si preoccupi, magari lo chiamo sul telefonino. Si, certo, provi anche li, è più facile che lo trovi. Bene, E' stato un piacere. Anche per me, saluti a suo marito, gli dica che mi sta diventando simpatico, assediato com'è. Presenterò, e anche lei stia bene, abbia cura di se. Senz'altro. Click. Click. La serata era umida, la A.S. Roma aveva perso in casa la prima partita e Orazio aveva fame. Ho comprato delle noccioline da un ambulante che stava mettendo via il suo banchetto improvvisato. Fanno ventidue euro, lascio ? mi ha detto. Mi sembra un po caro, ho detto. E' l'effetto petrolio, sa ? E l'undici settembre, e l'alluvione in Lousiana. Vengono da li ? Cosa ? Le arachidi. No, ma fa lo stesso. Si, ho detto, incamminandomi verso il condominio di mio cognato Ermete. Orazio ha mangiato tutto contento e buttato le bucce sul marciapiede. Più tardi sono andato al cine con Ausilia. |
Arrivano tutte le sere, d'estate. Scaricano da un furgoncino un divano, tavolini e lampade. Ricostruiscono sulla riva del lago il salotto di casa. E pescano. L'alcolizzato abita in una baracca. I ragazzi vanno da lui a raccattare i vuoti per rivenderseli e comprarsi qualcosa, un hamburger oppure una scatola di proiettili. Quel giorno il ragazzino decide per i proiettili. La Seconda guerra mondiale è finita e nessuno fa caso a un adolescente con un fucile sottobraccio, fermo a una stazione di servizio. Il ragazzino è un uomo e ricorda, prima che il vento si porti via tutto, l'America e i suoi sogni, l'alcolizzato e le sue bottiglie, i due sul divano in riva al lago, la figlia dell'impresario di pompe funebri e l'odore di gas in casa. La scelta, leggera e terribile, tra hamburger e proiettili, un colpo di fucile in un campo di meli e l'amico bello e ferito, lasciato lì a morire dissanguato.









