30/08/2005
Uragani e pavoni.
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Sono affranto e pertanto decido di uscire portando al guinzaglio Ivonne, il pavone di mio cognato Osvaldo. Ivonne ha un bel piumaggio, nonostante l'età. I bambini ancora si fermano, quando ci incrociano per strada. "Mamma, mamma, ma quel signore porta al guinzaglio un pavone…" "vien via, vien via" dicono le mammine (beh, quasi tutte) e strattonando, li tirano via per la maglietta, che a volte gli diventa più larga se fanno cosi e non gli sta più bene. Ivonne emette dei suoni sgraziati. La prima volta che li ho uditi, provenienti dal balcone dove la tiene mio cognato, al quinto piano di un caseggiato di periferia, (si è separato da poco da mia sorella e, devo dire, a ragione) mi sono spaventato. Sembravano ululati di un bimbo al quale si erano divertiti a colare dell'olio bollente nelle mutande. "E' Ivonne, vieni, te la presento, l'ho vinta alla riffa parrocchiale" mi ha detto Osvaldo, proprio cosi. Insomma, ero arrivato verso la fine della passeggiata quotidiana, ripensando a quanto piacessero anche a Flannery O'Connor, sti animali qua, che d'improvviso suona il telefono di un posto taxi lasciato sguarnito. Pronto, dico verso il sedicesimo squillo. Si, pronto, volevo un taxi in via Campobello 15. Sto per dirgli "ne ha facoltà" ma mi sovviene che al momento nessun taxi staziona nei pressi. Sono finite le ferie, dico…tanto per dire. E con ciò ? Non vedo cosa c'entri…Io ho bisogno di un taxi adesso, non la prossima estate. Certamente, avrà i suoi buoni motivi…dico e poi sparo giù un "Tuttavia…" che fa sempre bella figura, anche se detto al telefono…si sa mai con chi si finisce a parlare di questi tempi. Tuttavia cosa ? Arriva sto taxi o no ? Dipende, dico…sempre più preso nella parte. Senta mi dia il suo numero di matricola…mi dice spazientito il signore dall'altra parte del filo. Cos'è ? mi sta minacciando ? Guardi che chiamo il sindacato sa ? Chiami chi crede io ho bisogno di un maledetto taxi e stiamo qui a tergiversare, è libero o no ? No, qui nessuno è più libero, sto per aggiungere "da un pezzo" ma mi trattengo per non dare l'idea del pessimista cronico. Ok, ok, diciamo che è tardi, la giornata è stata dura, il rientro, di nuovo il traffico, le code, la benzina che costa più della cocaina, siamo d'accordo, capisce ? d'a-cco-rdo, lei ha maledettamente ragione. Anzi, mi spingo oltre, lei ha tutta la mia comprensione, ma ora mi mandi sto taxi, per favore. Mi ripeta la via, (me la ripete) Bene, New Orleans 22, dico, fra 10 minuti. Grazie Di nulla, si immagini. Click Click Al tg di oggi ho sentito che quella città è stata graziata da Katrin (l'uragano di grado quattro che ha fatto scagazzare l'america del sud ovest). Ivonne ha fame e ha puntato un cappellino di paglia di una signora con un grosso seno trattenuto in un abito a pois blu, intenta a mangiare un grosso gelato con la nipotina. La tiro via per evitare complicazioni. Ivonne sarebbe un ottimo nome per un uragano, penso. |
26/08/2005
Scrivere sul fronte occipitale.
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Leggere sul fronte occipitale. Mi piace la lettura. Non come operazione in se, ma la lettura di cose che mi arricchiscono, che mi fanno (ri)conoscere. Sbandiero la scusa dei pigri…"ho poco tempo, però". Bugia. Ma anche no. Il tempo, se vuoi lo trovi. Allora cosa ? La concentrazione, quell'operazione narcisistica del ritagliarsi una pausa, magari sdraiato su un lettino, al sole e dedicarsi ad un testo "totalmente". Certo che se sto incasinato come pochi nei mille risvolti di un quotidiano frenetico quest'operazione è un po più difficile da varare. Deposito questa nave di ossa e acqua su un letto, divano, poltrona e sprofondo nelle acque del testo. Ho finito di leggere Lo sfidante di F.X.Toole. E' una raccolta di racconti dai quali Clint Estwood ha tirato fuori quel gioiellino di film (Million Dollar Baby) che gli è valso un Oscar. Toole credo non abbia scritto altro (almeno, di tradotto in italiano, parlo). A settanta anni ha scritto di boxe attingendo a mani piene dal suo passato in quel mondo. Da quando, quarantenne, è entrato in una palestra, per passare poi attraverso tutti gli stadi, gradi, della "magia" come la chiama lui. Da pugile ad allenatore, da "secondo" a "cucitagli" (colui che sutura in tempi da record le ferite occipitali dei pugili, fra un gong e l'altro). Ma mi ha stregato per la tecnica. Lui usa un punto di vista diverso per ogni racconto. Passa dalla prima persona alla terza indiretta con la leggerezza di un grillo. Non si sostitisce mai al lettore nel dare giudizi, nel dirci cosa pensa un personaggio. Non si vede, ecco. Proprio come insegnano ai corsi di scrittura, solo che lui l'unico corso che sembra aver sostenuto è quello sul come colpire il pung-ball, perché invece la scrittura gli riesce eccome, fluida che si fa leggere d'un soffio. E' stato un piacere affrontare queste 273 pagine. |
23/08/2005
In memoria di Gino
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Scrivo queste righe per salutare un amico che se ne è andato. Si chiamava Gino Tasca. Non ci siamo mai incontrati, di persona, intendo. Nell'elenco dei link di questo blog, il suo blog (che ha "aperto" ai primi di gennaio di quest'anno) è linkato con un'etichetta "Gino Tasca è fra noi". Il tono ironico voleva prendere di mira il suo "pudore" circa il fatto di non averne voluto aprire uno (da quando ci siamo incontrati, dai commenti sui blog di giuliomozzisituttominuscolo e di ioepalmasco ci siamo scambiati qualche email e alcuni racconti). Intendo non correggerlo quel link, voglio pensare che la telefonata di ieri sera (erano mesi che non ci sentivamo) con la moglie che mi ha comunicato la sua scomparsa proprio ieri, sia uno scherzo, un'altra di quelle accellerazioni sbagliate del pensiero, e che il suo spirito libero vaghi ancora per le pagine dei blog dei suoi amici, di coloro che apprezzando la sua scrittura, e l'animo che la pervadeva, gli hanno voluto bene. E' facile, in circostanze come queste, peccare di retorica e abbandonarsi a lodi postume, queste righe per volerlo ricordare nel modo migliore, attraverso le cose, a volte molto molto belle, che ha scritte e che ha condiviso, fraternamente. Ciao Gino, so che sei qua intorno. |
22/08/2005
Terremoto
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TERREMOTO La prima cosa che ci sarebbe da dire è DON'T PANIC, come suggerito dal divertente film di Douglas Adams citato qui sotto. Fa effetto e non suoni irriguardoso per coloro che hanno provato sulla propria pelle cosa significa una scossa ben più seria. La terra ha tremato mentre stavo tagliando una fetta di carne ai ferri. Non c'è stato il tempo di pensare. E' stato un attimo, nemmeno preceduto, come successo anni fa, da una specie di tuono cupo e prolungato. Secca è arrivata la scossa che ha smosso lo sgabello della cucina sul quale ero seduto. I bicchieri e le stoviglie nei pensili hanno fatto da colonna sonora. Sembrava come stare alle giostre, su uno di quei macchinari strani che si divertono a mettere alla prova il tuo senso dell'equilibrio (inteso qui in senso strettamente fisico). Beh, ho ritenuto opportuno uscire. Di restare schiacciato sia pure sotto un unico solaio (sopra la cucina non abita nessuno, qui) senza prima aver dato alle stampe qualcosa proprio non mi va giù. |
22/08/2005
Somewhere over the rainbow
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starai da qualche parte, adesso. Non so se anche felice. Non è questo il punto. Forse no. Forse si, magari le cose stanno andando meglio, chi sa. Non ti sento più da un po, e magari mi manchi anche. Mi mancano quelle occhiate silenziose, ma piene. Quei solchi intorno alla tua bocca quando ti appresti a sorridere. Non so se ogni tanto mi pensi. E se si, come. Mi piace immaginare che tu lo faccia con un pizzico di rimpianto. Un retrogusto del cazzo, come lo chiamo io. Una roba dolce-amaro, come nei migliori copioni, solo che qui, qui non c'ha scritturato nessuno, se non la nostra, insaziabile, voglia di vivere a pieni polmoni, a guantoni bassi, incuranti delle sberle che ci siamo dati. Forse la vita è lì dentro, racchiusa nelle pieghe che ci solcano il viso che dicono di noi meglio di ore ed ore di parole, malcerte, incapaci di riassumere, il magma dell'inesprimibile, dell'amore. Non c'è altro, o forse si, da qualche parte, lì, lì sopra l'arcobaleno. Da qualche parte. |
21/08/2005
Guida galattica per autostoppisti
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Poi, invece, a pellicola iniziata, complice un montaggio frizzante il film scorre via con delicatezza, fra risate e sorrisi per le situazioni bizzarre che la storia prospetta. Girato, ho letto in giro, con un budget "normale" (attori sconosciuti salvo un John Malkovich, e un Bill Nighy in forma smagliante)…, a dispetto di altre strombazzanti produzioni (penso al sodalizio fra la casa che ha prodotto l'ultimo GUERRE STELLARI e quella che produce il Lexotan : dormito, in sala, quasi tutto il tempo !), il film dimostra che è possibile produrre fantascienza, ricorrrendo alla più rara delle merci in circolazione: la fantasia. Douglas Adams, l'autore del testo da cui è tratto il film, ha sorvegliato la sceneggiatura, cercando, il più possibile, di restare fedele al romanzo. C'è riuscito ? Non lo so ancora del tutto, sono "inchiodato" a pagina 50 del libro da mesi e nel frattempo ho letto (e finito) anche altre cose. Insomma, un film da vedere, sgombri di preconcetti e assaporando, un po, lo stesso retrogusto che alcuni mitici film dei Monthy Phiton ci hanno consegnato, quell'umorismo british cosi sottile ma in grado di far sorridere anche un bambino. Ah, i pischelli hanno gradito…pensando fosse un film girato per loro…e in effetti salvo una scena finale un po inquietante, che rimandava (citazione colta ?) ad una sequenza di un film di David Lynch, Mulholland drive, quando un'anziana coppia rimpicciolisce e passa, indenne, sotto lo spiffero di una porta, qui una coppia di bambine che hanno chiesto per tutto il film ad uno strano computer quale fosse il senso recondito della vita, ottenendo per risposta un lapidario quanto straniante "42", diventano figurine miniaturizzate che vengono calpestate alla grande dal protagonista, ritenendole deleterie per se, per il film, e per il pubblico tutto. A volte certe cose è meglio non saperle… |
17/08/2005
Per una pepata di cozze
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sottotitolo: "se aiuti la libertà di stampa, ti cito". Apprendo su Repubblica di oggi, 17 agosto, (il corriere della sera era, come spesso accade "in sciopero" qui a Roma, leggi: casini con la distribuzione...) da un articolo di Vittorio Zucconi, che in America, per finanziare un'associazione volta alla tutela del primo emendamento "libertà d'opinione, stampa e quant'altro…", una serie nutrita di autori di best-seller fra i quali Stephen King e John Grisham, hanno aderito ad una simpatica iniziativa. Si tratta di mettere all'asta al miglior offerente su E-bay il nome di un protagonista dei loro prossimi lavori. In breve, al raggiungimento della quota simbolica di 1000 dollari colui che risulterà oggetto del famoso "aggiudicato !!!" potrà pavoneggiarsi con gli amici sostenendo di esser stato citato in un bestseller scritto da uno scrittore famoso. Zucconi non lesina di buttarla in politica. La trovata di per se ha nobili scopi, quello su tutti di ridar fiato e risorse ad un'associazione che sta assistendo, più o meno impotente, alla demolizione della libertà di stampa, nella patria del giornalismo d'inchiesta (ah che risate accostare il Watergate con le nostre, recenti, intercettazioni…), ma davvero lascia sconcerti che ad esempio, a New York, una giornalista, stando a quanto sostiene lo stesso Zucconi, sia in carcere da 42 giorni per non aver voluto rivelare la fonte di una notizia. Allegri. Non so a chi possa fregare, ma ho in animo di offrire il nome dell'interlocutore di una delle mie prossime cabine (chiaro che si sta parlando di colui che chiama, al solito, sbagliando numero) al miglior offerente (di cosa ? di una pepata di cozze ? di un cd di blues introvabile…) e lo scopo ? A chi vanno, andrebbero, poi le offerte ? E Giulio Mozzi, perché no ? Potrebbe egli stesso battezzare uno dei prossimi suoi personaggi con un nome, che so, preso a prestito dalla blogosfera ? Dai, l'idea non è poi cosi malvagia… |
16/08/2005
Autostrada per Damasco (una roba vecchissima)
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Autostrade per Damasco 1 e sia. Polvere ovunque. Autobus incorporeo, grigio, silenzioso, lungo una strada ai cui margini corrono solo chilometri di muri acciotolati, messi su alla meglio a delimitare qualche improbabile confine, rosicchiato,stanco come potrebbe esserlo quello fra il sogno e la realta’, in tempi come questi. La vita stessa va assomigliando sempre più ad una realtà perfettibile un ibrido di entrambi che deve tutta la sua incertezza a questo mezzo conflitto altalenante, il festival del dubbio, un revival di sconfessioni, celebrato su quattro ruote di vecchio caucciù che corrono sull’ignoto. Asfalto corroso dal sole.Grandi buche ne disseminano il fondo rendendolo un orrido susseguirsi di piaghe aperte dall’uso come le asole di un vestito. La polvere combatte la sua guerra col vento, sollevandosi veloce appena questo si approssima.Il manto reso anonimo da migliaia di motivi per i quali è stato calpestato. Poche nuvole in cielo.L’acqua fa di tutto per far rimpiangere la sua presenza. Rocce che non conoscono le lacrime della pioggia, qui dove tutto è sospeso, assolutamente immobile, indifferente. Il rumore dei giri del motore è la sola colonna sonora decente,il resto lo fanno i vetri dei finestrini che ballano ad ogni scossa nelle loro logore guide. Al di la del parabrezza, oltre una spessa teoria di insetti spiaccicati, continua a stendersi la strada, sempre uguale, mai diversa, e come se ci fosse un enorme poster. Pochi viaggiatori diluiti tra le fila dei posti, la pelle consunta e talvolta squarciata dei sedili rende ancora più evidente la solitudine di quelli vuoti. E’il senso del dovere ad esser poco familiare qui dentro. L’autista, avvolto nel suo caffetano, l’unica eccezione. Una sorta di ironia sottintesa, mesta, pervade gli sguardi d’abitudine per circostanze come queste. La Siria è la metafora di questo viaggio, Damasco l’archetipo della conversione la meta inconscia, il tabu viola verso la quale, perplessi, stiamo scivolando. Vicino al vetro un bambino osserva annoiato la sconfinata distesa di terra polverosa. Le rocce ovunque come ipotetiche isole che resistono a stento all’oceano di pulviscolo. 2 Irretire la fame,sublimare la frenesia.Cosi drastico il cambiamento di ritmo che capacitarsene è quasi impossibile, un contrappunto matematico, un’equazione che si vuole bilanciata, ma perennemente irrisolta. Donne vestite di nero, altre che tradiscono la frivolezza con i colori accesi del loro abbigliamento. Non c’è cattiveria negli occhi di nessuno, forse stanchezza, si, voglia di riposare un attimo raggiungendo una salutare distanza dal proprio quotidiano, per poterlo osservare con più distacco, senza fornire appigli all’emotività degli attimi di cui e fatto. Voi mi avete dato per spacciato, ma io sono qui, eccomi,ancora vivo quanto basta per rendermi conto che sto male, qui, ora, adesso su questo folle sudato e vecchio pulmann, con un gatto che graffia nella testa. Se tutto deve avere un inizio non è certo questo a poter spiegare,da solo,la mia presenza qui.Neanche il caso,al quale siamo portati ad attribuire tutto ciò che non ci è chiaro,può esserne capace. Piuttosto il mare,l’incedere continuo del vento e delle onde, un confine che sembra così labile e casuale ma che risponde in realtà ad un sapiente ed immenso gioco di maree. Qualcuno non si stancherà di ripeterci che in fondo veniamo tutti da lì, ma da allora la memoria di questa culla è scaduta al rango di località ove trascorrere un certo periodo dell’anno, o comoda fabbrica naturale di alimenti da surgelare. E nonostante la sabbia, quell’infinita sequela di briciole amare,che anche con la migliore regia, non potremmo evitare di inghiottire. 3 Beh,dev’essere stato più o meno in guesta situazione che ho cominciato a realizzare. Cosa di preciso non lo so neanche adesso ma da li certamente devo essere partito ,o più semplicemente passato, camminando sull’autostrada del tempo. A quell’epoca avevo già ridotto le preghiere ad un esercizio di fine dicitura. L’alba arrivava sempre troppo presto, trovandomi di volta in volta a passeggiare ancora per le strade o in piedi, in cucina, davanti all’ennesimo caffé. Era sconsolante osservare come la bellezza della notte, il regno stesso del sogno, svelasse ritraendosi veloce, la miseria malverniciata dell’immancabile quotidiano, al puntuale sorgere del sole. Tuttavia, vuoi per il sonno mancato o per una naturale predisposizione non mi riusciva difficile vivere in apnea nell’enorme palude che mi circondava. Indietro,dalla notte, ritraevo la spinta per andare avanti. Di solito erano i vaghi ricordi dei pochi sogni malsognati ad informare gli umori della giornata suceessiva. Da quel poco che ho appreso sul tema riconosco che in genere il ricordo di questi è qualcosa a metà tra la memoria incoscia ed una più o meno compiacente ricostruzione lucida di essa. Quanto piu mi sforzavo di dargli una parvenza logica, questo lavoro di "montaggio" dava corpo ad un’informe amalgama di fotogrammi di uno stesso film, collegati in ordine sparso ma con una certa inspiegabile sequenzialità. Sarebbe vano ricorre alla più accessibile delle chiavi, la psicanalisi da sola non basta, non può bastare per ridurre in un teorema la complessità di interpretazioni che può provocare un sogno. No, e in fondo non è nemmeno questo il problema. Allora ho accettato la più sfavorevole delle scommesse, arrivare a districarne il bandolo da solo. Tutto questo diveniva l’oggetto delle mie indagini, inaspettatamente durante l’arco della giornata,al semplice apparire di qualche dettaglio che me ne suggerisse lo spunto, riaffioravano brani di sogni, e che si trattasse proprio di questi lo deducevo dal singolare profumo che li accompagnava, un’alone di immaterialità, di mistica consonanza tra l’essenza del puro e l’ineguagliabile impressione di "già visto" di cui soltanto la memoria di una sensazione può essere capace. 4 Non era un lavoro da speleologo,almeno apparentemente. Continuavo a vestire i miei soliti panni,mi sentivo semmai più vicino ad un bibliotecaio, come sospeso tra gli afrori della carta inchiostrata, nel tempio delle parole e del pensiero, confortato, al sopravvenire delle incertezze, dalla palpabile presenza della conoscenza, o almeno di alcuni fra i migliori tentativi di raggiungerla. Il ricordo allora entrava come un raggio di sole da una vetrata, illuminando a giorno una zona buia del cervello,imponendogli, al semplice apparire del contrasto, di prendere atto della sua presenza. Ma non sempre mi trovava intento a coglierla. Spesso invece questi momenti di memoria si risolvevano in velocissime accellerazioni del pensiero,in associazioni indistinte ed incomprensibili, dalle quali a stento percepivo una logica. Ogni tentativo di trovarla ripercorrendo all’indietro gli "spezzoni del film", diventava allora un’impresa riducendosi alla stregua di velleità, lasciando insoddisfatto il mio desiderio spasmodico di capire. Cercavo disperatamente un ordine in cui iscrivere, se non tutto l’universo, quantomeno la mia storia. Soltanto col tempo avrei appreso 1’esercizio della pazienza, la capacità di sublimare 1’ansia, rimanendo ad osservare il lento depositarsi dei significati, come delle foglie di the sul fondo di una tazza. Mi sembrava che soltanto allora l’interpretazione poteva dirsi morta, liberando da suo letale abbraccio la realtà, lasciandola nuda davanti a questi occhi, finalmente svelata, chiara ed impietosa. Ma ben presto questo "metodo", con l’incedere degli avvenimenti, sarebbe anch’esso rientrato nei canoni dell’illusione, non avendo altre vie. Continuare a comunicare con l’altro me stesso con la familiarità di un estraneo. Rifiutare ogni metodo precostituito e lasciarsi aperto alle più variegate circostanze. In questo modo, simile al dipanarsi di una composizione jazz, avrei potuto sposare qualsiasi tema, rimanendogli fedele quanto basta per non dimenticarlo del tutto. Quello che comunque cominciavo a percepire, frutto di elaborazioni successive, e teatro delle residue incertezze era un luogo. Per essere esatti anzi una somma di luoghi. Poteva essere una città o un villaggio, di fatto era la contiguità di più situazioni, geograficamente indefinibili,ed assimilabili. Una piazza su tutte affiora un po’ più nitida dalla memoria. Non sempre tutto è degno di essere ricordato, automatismo o altra rigida regola imposta e con pigrizia assimilata ? In ogni caso , raccolta e quasi abbracciata da un’imponente colonnato, sta cosi come dormiente, allagata nella luce tipica del tramonto mai concluso. Un chiarore diffuso che allude all’incombere delle tenebre di li a breve. La poca gente che 1’affolla sembra assolvere piu ad una funzione d’arredamento che ad una effettiva giustificazione, come vogliono le piu riuscite cartoline di questo genere di luoghi. Su quest’anonima congerie di anime si eleva a punto gravitazionale un’enorme nave di pietra. Una statica goletta di muratura, mai salpata per altri lidi, ma con 1’orgoglio della copia tradito dalla perfezione dei suoi oblò (occhi che non hanno mai pianto dell’ondate lacrimose dei marosi). Accanto, due figure rompono il silenzio generale con un dialogo sommesso, fatto di lunghe pause e veloci tram di monosillabi. Sembrano, e forse sono, 1’esatto corollario di tutta la situazione, l’essenza stessa del simbolismo, uno col suo fare da trapezista a riposo, esprime circo da ogni poro, indissolubilmente avvinto al suo passato. L’altro ,un povero pazzo grafomane che deve tutta la sua vitalità alla singolare capacità di scrivere dappertutto, incessantemente, tracciando, col tratto ora malcerto ora spedito, il suo segno ovunque, dai cartocci della spesa ai fazzoletti di carta fino agli spazi bianchi dei giornali, che con tanta dedizione trova e raccoglie intorno a sé. Tra loro sembrano legati da un antico desiderio di completarsi. Uno con la soddisfazione di chi non ha fatto altro che sfidare la morte, per anni, consapevolmente e sempre senza rete, riducendo al silenzio le folle accorse per vederlo, conquistate dalla geometria dei suoi volteggi. L’altro animato dalla volontà di fissare, attraverso il segno, l’attuale e dotarlo cosi di un’immortalità mai effimera anche quando scritta sul piu labile dei supporti. La goletta è ferma, ancorata nell’indifferenza del cemento alla dimensione monumentale di oggetto. Eppure si muove, naviga sugli stati d’animo, viaggia attraverso il dialogo dei due, ne solca gli umori, ne condivide il ritmo, ma rimane lì, comunque in attesa, come se fosse in banchina, dell’appuntamento con un altro sogno. Il tema dell’acqua non fa nulla per essere smentito. Gioco di luci, riflessi che si vogliono cangianti ad ogni onda, come il mare, lungo tutta la costa, ci sto andando adesso. 6 Il mare è il palcoscenico onnipresente dei sogni più strani. Ad ogni costo c’è della gente che professa dogmi sulla maternità al solo accennarne. Smontarli non è cosa da poco. In un certo senso questa convinzione appare tanto subdola quanto indotta. Tutto, a sentire costoro, discende dalla madre, ma mentre da sempre, sin dalle primordiali religioni, è all’immagine della fertilità della terra, che è stato facilmente associato il culto della maternità, il "mare madre" in cosa si sostanzierebbe ? Qui i più convinti assertori sfoderano, con l’autorevolezza di un pubblico ministero, la favoletta del liquido amniotico come prova principale della loro tesi. No, signori della corte, non è sufficiente, nulla di più arbitrario. Simile ad un foglio di carta ancora bianco, questo luogo si presta, suo malgrado, a tutte le scritture e letture possibili. Troppo vasto per essere sussunto alla prima interpretazione di turno, esso non è altro che lo specchio nel quale vengono riflessi i nostri umori malcerti. Perchè non associarlo all’istanza di viaggiare, di eludere il comune, sfuggire alle tante, pressanti angosce che ci portiamo, o perchè ancora rimandare al gioco di un amplesso il ritmico movimento delle onde, oppure se completamente piatto, come non credere possa essere insieme, 1’immagine della serenità o della più contrita solitudine ? La madre cosi, nel suo rapporto onirico col mare, può sembrare piuttosto un classico matrimonio riparatore di quanti accondiscendono, comunque, ad elementari rudimenti di biologia,come me. Il mare dei miei sogni è quasi sempre increspato, mai statico nè agitato. Spesso lo osservo dai parapetti dei ponti di fantomatiche navi da crociera, a volte da lugubri spiagge urbane e buie, o dai balconi di alte bianche costruzioni, in stile arabeggiante, con lunghi ballatoi sui quali si affacciano le porte delle abitazioni, spalancate sull’orizzonte. E’sempre silenzioso, ma e ancora troppo poco ciò per leggervi la morte. Talvolta invece ci gioco,completamente a mio agio, nuoto dove ancora posso toccare, o almeno ho questa netta sensazione. Non mi fa paura ma non mi piace. Quasi mai c’e il sole, in genere o è notte o il cie1o è talmente scuro che l’acqua assume il suo colore. Da sveglio è tutta un’altra cosa. L’inverno è la stagione in cui il suo potere di suggestione rimane intatto, anzi, se possibile, rafforzato dal contrasto inevitabile con la solitudine che l’accompagna. 7 Scaglie di strati di vernice scandiscono inesorabili il passare delle stagioni, sulle fragili pareti di legno sottile delle cabine,condannate all’immobilità. Spesso ne ho elette alcune a frettolose e umide alcove, dove trascorrervi la notte, in compagnia o anche da solo, ad immaginare le fisionomie, i caratteri, finanche i dialoghi dei rispettivi avventori estivi qualche volta aiutato da rari indizi quali la foggia di un asciugamano lasciato appeso, la marca di un olio abbronzante, qualche paletta secchiello o stampino per giocare con la sabbia, dimenticati insieme all’immancabile, triste, sandalo spaiato, consunto dall’uso e dalla salsedine. Le lattine vuote di birra e qualche preservativo galeotto fanno il resto. La chiamano poesia degli scarti, puo’ essere benissimo anche il Pentotal delle emozioni altrui. |
12/08/2005
next stop, CITTA' DEL SOLE
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Tommaso Campanella c'era andato vicino. Io vorrei proprio andarci a vivere. Da più parti mi si accusa di autismo, la cosa mi compiace. Affettare indifferenza sta diventando il mio sport preferito. Chiaro che poi, qualche volta, cedo. Ma ho notato che ogni volta che succede, quelle rare volte che succede, le conseguenze non sono proprio allegre. Nel percorso immaginario della mia metropolitana mentale quella fermata è sinonimo di Eldorado. Credo che tutto ciò dipenda da un cattivo rapporto con la bellezza. E' che sono diventato cosi bravo da scorgerla nei posti meno meno…ecco, laddove un occhio normale, drogato da km di spot e pubblicità su giornali patinati, nella sua atrofia, non è in grado di fare. Mi fa male sta cosa. E' che inseguo il concetto stesso di bello. E' bello poter scrivere dei propri casi all'alba, appena alzato, davanti alla prima tazzina di caffè della giornata, la descrizione, pacata, di una deriva. Le parole per dirlo, ma qui è quasi tutto inesprimibile, e forse quest'amore smodato per la bellezza lascia intendere proprio questo: sono un pigro, cos'altro c'è da aggiungere ? La bellezza parla da sola, non ha bisogno di aggettivi, tutti, immancabilmente, le vanno stretti: ci si impara a convivere, se uno vuole, come per le condizioni meteo sciorinate dalla più anonima delle tivù private. Allora, solo allora, è poesia. Nient'altro, credo. Scendo alla prossima, la prossima è la mia. |
09/08/2005
Baciarsi a Manhattan (quasi una recensione)
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Nei commenti che ne seguirono (quasi tutti, devo dire, lusinghieri e divertiti) ci fu la massaia di avesa che consigliò la lettura di questo libro, facendo perno sul fatto che vi si racconta di un ascensore (OTIS, appunto) col quale uno dei protagonisti dialoga quasi come fosse un umano. Incuriosito, ho acquistato questo libro in gennaio. E' rimasto lì, fra quelli che avevo da finire (o cominciare del tutto). Ho commesso il solito errore: quello di iniziare a leggere questa raccolta di racconti in modo "random", tratto in inganno dal sommario e soprattutto, dall'ultima di copertina. E mai errore fu più pacchiano, perché l'ordine di impaginazione corrisponde ad una logica perfetta che si apprezza appieno cominciando "come cristo comanda" un libro dall'inizio !!! (foss'anche o tanto più, nel caso di racconti). L'autore "incastona" questa manciata di storie all'interno di un condominio di quei palazzi un po kitch (simil-gotico) che situa in una New York che immaginiamo d'aver visto, ad esempio, in Ghost-busters, magari abbellito da una batteria di gargoilles sui cornicioni, alternati a pinnacoli. Di cupo, tuttavia, questi racconti hanno ben poco. Stupisce piuttosto l'architettura del lavoro, la trovata narrativa di tessere pazientemente i fili della trama su un telaio minuziosamente predisposto, un congegno a tempo che sa regalare, a tratti, anche delle sane ondate d'umorismo. Ho protratto nel tempo la lettura. Godere dei racconti porta anche a questo, a saper centellinare quasi fosse dell'ottimo vino d'annata, che incuranto dell'esser stato stappato, conservi tutto il sapore, a dispetto del tempo in cui rimane aperto. Lo finisci che viene da chiedersi: quand'è che ne ripubblica un'altra dozzina ? Bravo David Schickler ! |
Quest'inverno con 






