24/07/2005
Domenica mattina
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Queste albe fanno male. Ovunque getti lo sguardo scovi bellezza sparata a piene mani. I raggi bassi del sole conferiscono a ciò su cui si posano un aspetto regale. E' che avverto il brivido dell'irripetibile. Sebbene in replica ogni giorno, ogni risveglio sembra essere un capitolo a se di una storia che ci hanno indotto a credere infinita. Cosi, in silenzio, mentre sorseggi il primo caffè della giornata, sei portato a credere alla vita come un camel trophy, una folle corsa a tappe, scandita con tempi che non sempre trovi condivisibili. Il conflitto è di sottotraccia, tiene a braccetto il procedere incerto dell'esistenza. Biologicamente accetti ed incameri questi risvegli struggenti, carichi di opportunità. Su tutto domina l'incertezza e questo clima di paura strisciante dovuto all'enfasi con la quale ci arrivano nelle nostre case notizie di morte random. Chiudersi in un ostinato autismo. Guardarsi dal prendere un bus o una metro, tenere in ipotesi quella di finire a brandelli, che so, fra le stazioni Garbatella e San Paolo, nomi che a chi leggerà le notizie sulle pagine ingiallite di un quotidiano nel Wisconsin diranno ben poco e suoneranno strani. Le immagini del teatro dell'attentato verranno vomitate in una dacia sugli urali. Gli intonaci scrostati dei palazzi che nel campo lungo un volenteroso operatore tv riprenderà giungeranno in un confortevole loft di Lisbona dove due ragazzi hannno appena finito d'amarsi, e dal letto, getteranno lo sguardo annoiato sulla tv al plasma appesa alla parete, giusto difronte al letto. La morte verrà cosi svilita, spettacolarizzata e pertanto "altro" da noi, pur costituendo, per i più sensibili, motivo di sconforto di sottofondo nelle rispettive giornate. Cosi, insieme ai rischi random di finire al camposanto per aver ingerito qualcosa di contaminato ( penso a chi ha incautamente avuto a che fare con le acque del fiume Sacco, negli ultimi tempi), anche il rischio di finire in tv in un tristo elenco di dispersi diventa via via, ogni giorno più concreto. E la vita si carica di incertezza, su quale parte dello schermo andrai ad occupare. Se quella dello spettatore o quella del protagonista. Comunque vada, amico, sei fregato. |
23/07/2005
Maggese (di Cesare Cremonini).
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Secondo (e ultimo ?) post sulla musica italiana. Qualche anno fa mi è capitato fra le mani un cd. Tieni, sono italiani, sono di Bologna, sono bravi. Mia sorella, di strane tendenze musicali (insospettatatamente ha l'intiera discografia di Keith Jarrett nascosta negli sportelli di un mobile a casa sua…), me lo dona, fallo sentire alla piccola, c'è quella carina, capito quale ? Quella della vespa 50, Leo ne va matto (suo figlio, 6 old ndr). Bene, settimana scorsa, al mare per pochi, fantastici, giorni, una mia amica mi dice…"hai visto quello chi è ?" e io, "no, chi è ?". E' Cesare Cremonini, quello dei Luna Pop. Bene, dico, guardando il tipo (simpatico a prima vista). Ha appena fatto una canzone che stanno mandando a palla su tutte le radio…non mi ricordo come si chiama, ma parla, in modo ironico, dell'abbandono…dovrebbe piacerti…(battuta malignissima, ammetto). Cosi, una sera, non ho potuto fare a meno di chiedere a Mr. Cremonini se mi svelava l'arcano di una sequenza, brevissima, posizionata dopo diversi minuti di "bianco" dalla fine dell'ultimo brano del cd Squerez. Lui, ridendo e per nulla scocciato, mi ha spiegato, si tratta del canto di una bimba di 6 anni che abitava davanti allo studio di registrazione e che a forza di sentirci provare aveva imparato a memoria le nostre canzoni, cosi abbiamo deciso di inciderla mentre cantava una di queste. Tornando a casa, in auto, per radio, abbiamo sentito la sua nuova "Marmellata 25". Diverse volte. Ieri, ho preso per regalarglierlo il suo nuovo cd Maggese (che già anche il titolo è insolito). Alfredo, un mio amico "malato" di musica è stato ancora prodigo di info. Registrato agli Abbey's Studios di Londra, si quello dei mitici Fab Four, suonato con il piano sul quale ha suonato il buon vecchio Freddie Mercury, insomma, un prodotto apprezzabile, fresco, ironico ed originale quanto ad invenzioni di testi e molto, molto, bene arrangiato. E bravo Cesare, davvero. Mi manca di recensire Gianluca Grignani (e il suo Re del Niente), e mi depennano dalla mailing list luxury blues di Chicago vita natural durante…
marmellata #25 (di Cesare Cremonini) ci sono le tue scarpe ancora qua, ma tu te ne sei già andata, c'è ancora la tua parte di soldi in banca, ma tu non ci sei più! c'è ancora la tua patente rosa tutta stropicciata, e nel tuo cassetto un libro letto e una winston blu... ...l'ho fumata! ci sono le tue calze rotte la notte in cui ti sei ubriacata, c'è ancora là sul pianoforte una sciarpa blu, ci sono le tue carte il tuo profumo è ancora in questa casa e proprio là,dove ti ho immaginata... ...c'eri tu! ah!da quando senna non corre più... ah! da quando baggio non gioca più... oh no,no!da quando mi hai lasciato pure tu... ...non è più domenica! e non si dimentica,non si pensa,non si pensa più! ci sono le tue scarpe ancora qua ma tu non sei passata ho spiegato ai vicini ridendo che tu non ci sei più un ragazzo in cortile abbraccia e bacia la sua fidanzata proprio là dove ti ho incontrata... ...non ci sei più! ah!da quando senna non corre più... ah! da quando baggio non gioca più... oh no,no!da quando mi hai lasciato pure tu... ...non è più domenica! e non si dimentica... ora vivo da solo in questa casa buia e desolata il tempo che dava l'amore lo tengo solo per me ogni volta che ti penso mangio chili di marmellata.. quella che mi nascondevi tu... ...l'ho trovata!! |
22/07/2005
Pezzi
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Sto ascoltando a palla la canzone di De Gregori da qualche giorno. Mi piace. Il ritmo, su tutto, e come è ben amalgamato il testo sulla scansione ritmica di sottotraccia. Il parlare di De Gregori ha avuto per me, almeno per poche ma significative canzoni, il pregio di fotografare l'attuale. Il mettersi tre metri fuori dal casino e limitarsi ad osservarlo, rendendolo, attraverso un testo che potrebbe sembrare un mantra, o una poesia di Carver. Cos'è sta roba ? Poesia ? Non ho l'ansia di classificazione. Mi limito a registrare che quel modo lì di parlare muove da lontano, da aedi, da cantori, da tradizioni orali. No, non lo sto nobilitando a posteriori, ricostruendogli ruffianamente, una dignità addirittura storica. Ma secondo me, parte da lì. E' bravo, De Gregori, nella sua voce, nel tono, intendo, leggo la rassegnazione pacata, l'osservazione, ancora, l'accettazione del presente ed il voler rendercelo cosi, dietro ai versi di una filastrocca moderna. Devo riprendere a sentire blues serio…sto sragionando. Pezzi. (di Francesco De Gregori) Pezzi di stella, pezzi di costellazione |
19/07/2005
Compleanno
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E svegliarsi, questi giorni, con un senso di piacevole straneazione. Bello, pensare che tutto sia "altrove", che nulla sia immutabile, e che la semplice presenza in un posto folle, baciato dalla bellezza, possa, di per se regalare attimi cosi, come dentro uno dei più riusciti meccanismi narrativi. Prove di volo. Dimore abitate e scelte dall'amore fra un aviatore americano e una nobildonna inglese, che vollero ricreare all'Argentario, la tana del loro amore. Senza parole, come il mio risveglio oggi, addi 19 del mese di luglio. Sono 49 risvegli cosi, e altri che vorrò fare. La cosa buffa ? Non mi sento "vecchio" per nulla. |
15/07/2005
Il mio primo giorno di lavoro.
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(...dopo la malattia). Oggi mi sono deciso. Svegliato di umore passabile, fatte le consuete due caffettiere da 4 tazze (cadauna), fumato un tot di sigarette, docciato, sbarbato, indossati un paio di jeans e una polo lacoste blu del pliocene, ho infilato le mie quattro cose in una borsa e sono uscito di casa animato dalle migliori intenzioni. Fatti un paio di giri un due banche, per versare. In una la coda arrivava quasi fuori…cosi ho allungato e raggiunto un'altra filiale, stavolta sbrigando l'operazione in dieci minuti, sopportabili. Dovevo raggiungere un cliente sul litorale sud, presso il quale incassare. La ragazza in questione (avvenente…) al telefono, ieri m'ha detto "Passi pure quando vuole, non c'e' bisogno di appuntamento….". "Ha venduto qualcosa ?" Ho chiesto per cortesia…e lei…"Macchè, il materiale è ancora tutto li (da tre mesi, ndr), ma non c'è problema, passi quando crede": Adoro clienti cosi. Cosi ho percorso una litoranea fra le più brutte del mondo (quella che da Ostia arriva ad Anzio….). Transitando per quel carosello dal vivo che è Torvaianica. Se il buon Ugo Tognazzi non vi avesse eletto domicilio (dando il suo nome ad un villaggio con tanto di targa come all'inizio di ogni paese che si rispetti), a Torvaianica andrebbe il Nobel della bruttezza. Mammine con carrozzine che attraversano per andare in spiaggia (Quest'ultima è pressochè invisibile dalla strada, essendo coperta da costruzioni d'ogni foggia), motorini zig-zaganti, furgoni con le quattro frecce accese (ma spesso anche senza ) perennemente parcheggiati davanti ai negozi che si succedono lungo entrambi i marciapiedi. Caldo, bella giornata di sole, aria di vacanza (per gli altri…argh…) insomma, uno stato d'animo che ti aiuta a meglio sopportare l'ora e mezza che impieghi per percorrere poco meno di una ventina di chilometri, di stop and go, di frenate e ripartenze, il tutto condito da colori che sembra di stare in messico, e non in provincia di Roma. Arrivo dal cliente, la signorina non c'e'. "Torna a momenti…pero". Guadagno un bar nei pressi, cappuccino freddo, sigarette e pipi. Torno, incasso. Saluto e vado via. Sotto al prossimo. Pochi altri chilometri…un cliente che non si decide a comprare….ogni volta sembra che ceda….poi un sapiente gioco delle parti prende il sopravvento (sono due fratelli, anziani, che gigionano sostenendo che sia l'altro che fa gli acquisti….e immancabilmente non li becco mai insieme…) ridendo accetto anche stavolta la "buca" e saluto raccogliendo il suo invito…."puo' sempre telefonare luned mattina che ce lo trova…a mio fratello": fantastico. Raggiungo un altro cliente. Stavolta dovrei incassare…Hanno venduto quasi la meta' della merce….Il tipo sudatissimo sta assistendo la manovra di un camion della madonna che non ce la fa ad entrare nel magazzino…Appena arrivo noto che indossa una lacoste e siccome sono di buon umore sfodero la favoletta della lacoste (la conoscete ? c'è un coccodrillo che entra in una boutique e chiede al commesso allibito, avete una di quelle polo con l'omino sopra ?".) se non l'avete capita state davvero messi male. Il tipo, invece, scoppia a ridere come se gli avessi rivelato che ad anzio sono sbarcati gli alieni anziché gli americani. Torni il prossimo venerdi che le do i contanti, mi dice rassicurante. Voglio credergli. Esco e mi sobbarco il tratto piu' lungo. E' gia' ora di pranzo (un'orario morto per il mio lavoro…chiudono quasi tutti…da mezzogiorno alle due….). Cosi faccio una ventina di km. E arrivo davanti ad un ristorante dove so che si mangia bene e non si spende troppo. Entro, la sala semivuota. Prendo un piatto di pasta (spaghetti con pomodorino pachino, pecorino e menta….discreti…), un pezzo di carne (ho bisogno di proteine…) e fagiolini lessati. Due bottiglie di minerale (ho sete….). Sbricio il giornale e i vari TG che si succedono sul televisore piazzato nella sala. La gente, la piu' diversa, entra, prende posto e commenta, smangiucchiando il pane (buonissimo) e sbirciando i servizi dei Tg. La storia della mammina inquisita per l'omidicio della figlia cattura tutti. Ma si astengono dal commentare. Bastano gli sguardi. Finisco il pasto….risalgo in macchina, 10 minuti di strada e arrivo davanti ad un altro cliente. E' ancora chiuso, cosi prolungo e mi fermo davanti ad un parchetto dove c'e' un chiosco. Quel posto mi e' caro perche' e' il teatro del primo bacio ad Isaura. I ricordi mi annebbiano. Scendo, prendo un altro caffe' e fumo una sigaretta. Mentre sto li mi chiama mia figlia. Felicissimo (e' fuori, in colonia e non la lasciano chiamare spesso). Sento che ha una bella tosse ma il tono della voce e' vivo, sereno e quasi allegro. Sta bene, penso, almeno questo è quello che mi trasmette. Passiamo 5-10 minuti al telefono, chiacchiere, racconti di giornate di vacanza, spensierata, con altri bimbi. Finisce la tel. Torno dal cliente. Ha aperto. Entro, ci sono i figli dei due soci. (Nessuno dei due con potere di firma, come si dice…) Papa' sara' qui fra un'ora, cosa fa ? Aspetta ? No, dico, magari ripasso, approfitto per arrivare qui vicino (10 km.) da un altro cliente. Esco, faccio la strada, arrivo da quest'altro cliente. E' un cliente nuovo, e' gia' la seconda volta che lo visito. E' tentato all'acquisto, oppone debolissime obiezioni, ma si vede che e' interessato. Traccheggiamo, (Che vuol dire: passiamo un po di tempo a sostenere le reciproche ragioni, io ad illustrare le qualita' del prodotto, lui a dirsi preoccupato per un problema che quasi nessuno m'ha mai fatto presente. Lo rassicuro dandogli consigli sul come evitare un problema o alcune altre obiezioni. Lo vedo convinto. Mi dice di tornare fra qualche giorno che probabilmente comprera'. Bene, vado via sorridente. Sulla strada del ritorno mi fermo da un altro cliente. Qui i ritmi sono decisamente messicani, il magazzino e' aperto, pieno di gente, ma il titolare (leggi: colui che fa gli acquisti, mi dice un suo collaboratore…"sa ? a quest'ora dorme…" ). Perfetto, me lo saluti, ci rivediamo. Torno dal cliente che non c'era. Stavolta lo trovo (quello con potere di firma…mi fa un assegno con una data impossibile. Lo accetto, come si dice…perche' meglio quello che niente…). Mentre sono li, scambio due battute con il figlio, appassionato di fuoristrada…mi da dritte, consigli…forse ne vorrei comprare uno (ma solo se dotato di cambio automatico..) ma poi, dentro di me ci ripenso e mi chiedo se e' proprio necessario pagare questo pedaggio al clima di paura incipiente…cazzo di devo fare di un fuoristrada io ? Esco, riprendo la strada verso la pontina. La Pontina e' un'arteria fra le piu' pericolose del regno. Il limite di velocitò è fissato a 90 km./h. ma se dioneguardi lo volessi mai rispettare finiresti nel primo fosso tamponato da un allegro TIR austriaco (od olandese o macedone) che va come a Monza. Cosi mi sbrigo a fare pochi chilometri e ad uscire per visitare un cliente al quale sto facendo la corte da un pezzo…Chissà che oggi non sia d'umore accettabile e magari si decida…Arrivo, colmo di sfiga, scendo dall'auto tutto sudato (devo stare attento…sono tutto sommato ancora convalescente e ho idea di essermi fregato proprio cosi) entro nell'ufficio che sembra una macelleria della giesse, quanto a clima. Con una faccia tosta chiedo ad un'attonita sorella, che sta parlando con due clienti, dov'e' il fratello titolare (e preposto agli acquisti….) "ah, il venerdi pomeriggio lui non c'e' mai…." Mi astengo dal chiedere come mai per due ordini di motivi : il primo: non mi sembra delicato. Il secondo : altri 3 minuti li dentro e mi ricoverano d'urgenza, sento il sudore sotto la lacoste trasformarsi velocemente in tante piccole, fastidiosissime, stalattiti. Va bene, me lo saluti ci risentiamo magari per telefono prossima settimana. Esco, felice per lo scampato pericolo. Ultima tappa, ma stavolta la dura legge della Pontina mi segna. Appena fuori dal centro abitato via, due poliziotti invitano, con un gran roteare di palette a disporsi su un'unica carreggiata….Ci siamo mi dico…spero solo che passi presto…(sto sudando come un'antilope all'alba….) dieci, forse quindici eterni minuti di prima e seconda, quando, subito dopo una curva una scena surreale si presenta davanti ai miei occhi increduli. A bordo strada un elicottero del soccorso stradale. A terra, io non vedo mai, solo di sfuggita, vedo infermieri che stanno praticando quello che ha tutta l'aria di essere un massaggio cardiaco. Spero ardentemente che quel poveraccio ce la faccia, che la presenza li di quell'elicottero non sia vana, che lo possano salvare, chiunque esso sia. La coda si sciolglie, dall'altra corsia i curiosi fanno rallentare il traffico di chi esce dalla città (va detto che per somma di sfiga oggi c'era anche lo sciopero dei mezzi pubblici), per andare al mare o tornarsene semplicemente a casa, dopo una giornata di lavoro come tante. La marcia riprende, ma altri 4 km, ed ecco un altro stop. Stavolta sono vigili del fuoco che stanno spegnendo un incendio sicuramente provocato da qualche mozzicone sparato nell'aria da qualche minchione a cui non hanno spiegato che molte delle autovetture in commercio (compresa la propria, quella che hanno l'onore di condurre….) sono dotate di portacenere. Si sblocca la fila….Altra strada, entro dall'ultimo cliente della giornata. E prendo il primo ordine della giornata. A volte la costanza viene premiata….(mica sempre…ma tant'è…). Risalgo in auto, contento. Impiegherò un'altra buona oretta per rifare i venti km che mi separano da casa. Stavolta evito volutamente la pontina e mi ributto sul lungomare. C'e' aria di vacanza, la stessa della mattina. Metto ripetutatamente a palla JUMP di Van Halen, godendo dei suoi a-soli di chitarra e del vento, caldo che mi arriva in faccia. E' finita, mi dico, anche per oggi è andata. Rientro a casa, smanetto sul pc, inserisco l'ordine….Poi mi rilasso, torno di la, metto su un cd che mi ha registrato il mio amico Alfredo (uno splendido concerto dal vivo di Jimmi Whiterspoon con Roben Ford, da sballo). Accendo la stratocaster. Gli vado dietro. Una ventina di sedute cosi e a chi ascolta non arriverà la differenza fra le scale di Ford e le mie. E' stata una bella giornata. Domani parto. Vado qualche giorno al mare. |
14/07/2005
Elegia del purpetiello
Ho trascorso qualche giorno in un simpatico ospedale della capitale. (Qui alcune foto….1, 2, 3). A parte la struttura decisamente avveniristica (sembrava di stare in un centro commerciale…invece che in un luogo di cura), devo dire che la compagnia è stata fantastica. Detto senza alcuna ironia, medici bravissimi e staff di infermeri/e altrettanto bravi, professionali e simpatici. Ho condiviso la stanza con un arzillo signore di 75 anni, affetto da problemi respiratori anche lui…(la carogna, però, fumava di nascosto…) dalle vaghe origini campane, che nella vita, cosi ha detto, ha fatto il pescatore. Ora vive in un quartiere dormitorio dei tanti che circondano le immediate adiacenze del Raccordo anulare. Bene, il vitto, appositamente studiato e personalizzato, prevedeva precotti a base di pasta, minestrine varie (abbondanti e frequenti), carne (nemmeno della peggiore) a volte formaggi e tanta tanta verdura. Quand'era di turno un infermiere napoletano la scenetta (evidentemente collaudata, visto che il nostro, purtroppo per lui era già ospite da un pezzo…) prevedeva questo scambio di battute: "cosa c'è stasera Gennari ?" e l'infermiere serafico…"Peppi, c'è o' purpetiello" . Cosi sto cazzo di purpetiello è diventato, suo malgrado, un tormentone. Piatto agognato da gourmet di borgata, lo abbiamo immaginato condito nelle più diverse fogge, insaporito con salse esotiche e stupefacenti, importante pietanza in un menu altrimenti improntato ad una dieta "da convalescenti", e quindi, in forza di ciò rigorosamente"off-limits" e sinonimo della massima trasgressione alimentare. Bene, la sera che sono uscito sono andato in una pescheria della zona. Signora vorrei del polipo. Eccolo qui, fresco fresco…(lo era davvero….). Come si cucina ? Cosa ? Il polpo, intendo. Ah, si, niente deve metterlo a bollire….poi, dopo un po che sta su deve aggiungere un mezzo bicchiere d'aceto, prendere il polpo, sollevarlo un paio di volte dall'acqua bollente, appozzarlo di nuovo notare che gli si arriccino i tentacoli, dopo di che e' pronto. A casa, poi, ho variato sul tema….Eseguita in maniera pedissequa la bollitura, ho preparato a parte un battuto di pomodorini pachino, saltati in un po d'olio, uno spicchio d'aglio e tanto basilico, qualche cappero, non mancando di aggiungere un paio di peperoncini "micidiali" di cui dispongo. Scolato il polpo l'ho disposto su una taglierina, sezionato tutto (va detto che se bollito bene l'operazione risulta alquanto agevole), e versato nella pentola con i pomodorini…Ancora pochi minuti di cottura, amalgamando il tutto e "aggiustando" (ah, come adoro questo termine artusiano) di sale quanto basta. Un successo. Un'amica che ho invitato a cena per l'assaggio è rimasta estasiata (va detto che in genere è abbastanza critica nei miei confronti, riguardo alle mie capacità culinarie). Non mi resta che fare una semplice cosa: ricomprarne dell'altro, cuocerlo nella stessa maniera. Prendere la macchina, recarmi per esser puntuale negli orari dei pasti (assurdi…ma tant'è) all'ospedale e farne dono ad entrambi, Peppino e l'infermiere partenopeo. |
12/07/2005
Marlene
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Marlene sta di la a rifarsi le unghie dei piedi. Dallo stereo va la nostra canzone. Fa freddo, per essere luglio. Il cielo minaccia pioggia, cosi come previsto in tv. Oggi non si va a lavorare, entrambi abbiamo preferito restare a casa, un'illlusione di vacanza coltivata da due compiacenti certificati che il nostro amico medico, pazzo, ci ha preparato e che più tardi, unico obbligo in una giornata cosi, dovrò passare a prendere a studio. Marlene gioca ai cavalli. Non la sopporto quando semina in giro per casa quotidiani sportivi, le cui pagine delle corse sono cerchiate dai segni di biro. "E' questione di tempo, non di fortuna, capisci vero ?" ama ripetere, più che altro, credo, a se stessa. A me i cavalli non dicono niente. Potrebbero benissimo essere canilupo, conigli, rinoceronti. Non ho il vizio del gioco. Lei si. Prima non era cosi. Prima che le cose arrivassero a questo punto siamo stati anche, moderatamente, inconsapevolmente, felici. Certo, non durava mai a lungo, ma questo stato di grazia è stato in grado di tenerci insieme più di qualsiasi viaggio esotico, o terapeuta di coppia. Marlene adesso ha preso a canticchiare. Lo fa spesso. Adora, in modo tutto suo, sperimentare una sorta di karaoke domestico, incurante dell'assoluta mancanza di intonazione della sua voce, e del giudizio estetico, soprattutto dei vicini, e mio. I colpi sulle sottili pareti che separano il nostro dagli altri appartamenti sono li a dimostrarlo. Ma lei se ne cura poco, si passa lo smalto e canta, e devo dire, vista la giornata bigia, cosi come previsto alla tele, a me non è che dia poi cosi tanto fastidio. Marlene ha anche l'alitosi. Dapprima questo vago retrogusto al sapore di pecorino andato a male che mi restava sulle labbra dopo averla baciata, piaceva anche. Ora mi stomaca. Invano le ho suggerito di andare a farsi vedere, di farsi prescrivere qualcosa. "fa niente, cosa vuoi che sia ? tu non mi baciare cosi siamo a posto". Vero, ho smesso di baciarla e mi sento meglio. Ciò nonostante, quando dormiamo, se capita che si giri dalla mia parte, a volte al risveglio, ho dei potenti mal di testa. Come non sopportassi l'esposizione prolungata ai gas. I suoi, di scarico, decisamente nauseabondi, anche se inutilmente seppelliti sotto damigiane di tisane alle erbe più variopinte. In un impeto di generosità a volte si spinge ad offrirle anche a me. Tieni, questa è al te verde, assaggiala, vedrai, ti piacerà. Io annuisco, cosi per compiacerla, perché poi mi piace quell'espressione felice e furba come una bambina che lei fa certe volte. Poi arrivo in bagno e la sputo. Tutto bene ? lei allora mi chiede. Si, rispondo, cercando di andare oltre al rumore, antipatico, dell'acqua che scende dallo sciacquone appena tirato. Marlene è cosi. Ho smesso di credere fosse un'altra quando mi ha confessato che non ha mai amato nessun altro come me. Non faccio fatica a crederle. Pigra com'è l'aiuta a tenersi alla larga foss'anche dal collega più simigliante a Richard Gere, sia pure brizzolato. A volte, quando siamo a tavola, la sera, fantastichiamo sul "dopo". Quando andremo in pensione, cosa che dovrebbe avvenire neanche fra tantissimo, vorremmo ritirarci in campagna. Magari dalle parti di quell'agriturismo presso il quale andiamo qualche volta, quando proprio vogliamo strafare. "Mi piace andar in giro per campi, o anche solo star seduta sull'aia a vedere gli strani caroselli delle oche, capisci ?" mi dice. Io voglio bene a Marlene. Non saprei immaginare la mia, di vita, lontano da lei. Non ha voluto figli, e devo dire, ha fatto bene. Il nostro menage ne ha guadagnato. Se non fosse per le corse dei cavalli e l'alitosi sarebbe perfetta. Cucinare no, che ci ho, quasi sempre, pensato spesso io. Ma io sono un perfezionista, anzi, "un perfezionista del cazzo" come mi dice lei le rare volte che discutiamo. E anche stavolta non rimarrà delusa. Mi hanno assicurato che il silenziatore attenua davvero i colpi d'arma da fuoco. E cosi, di spalle, china dall'altra parte del letto, a rfarsi le unghie, non dovrà nemmeno impegnare le proprie meningi nel capire cosa ci faccio con un'arma in mano. Continuasse a cantare, ancora per un po, in quel modo tutto suo, sgraziato e buffo. "Con l'acetone, provi poi con quello", mi ha detto la cassiera del discount, per provare dopo a cancellare le macchie dello smalto, che, inevitabilmente, resteranno sullo scendiletto e su qualche altra mattonella vicino. Addio, Marlene, a modo suo, è stato anche bello, sebbene l'odore dell'acetone implichi anche del resto. |
10/07/2005
Il diavolo e Sonny Liston.
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Ho finito di leggere questo libro di Nick Tosches. Mi ha lasciato perplesso. Una strana biografia. Mi attendevo di leggere le descrizioni degli allenamenti, dei combattimenti. Ho trovato invece, a metà fra un poderoso lavoro d'archivio, spezzoni di interrogatori davanti ai vari grand-giury, commissioni anti crimine di cui gli americani vanno pazzi nell'assurda pretesa che servano a fare luce sulle più diverse malefatte, verbali e interviste. L'autore sembra più preoccupato di rendere la figura del nostro attraverso le testimonianze di chi l'ha conosciuto, gli è sopravvissuto, in un vortice di eventi nei quali Liston s'è fatto trascinare. Una perla su tutte, mentre si dilunga sulle origini. "Nessuno è schiavo, nessuno è libero". Dice più o meno cosi, concendendosi delle sentenze qua e là nel testo (condivisibile l'analisi sul sincretismo dei neri anelanti di sposare, riadattandola ai propri miti ancestrali, la religione cattolica, quale viatico per sfuggire la condizione di schiavitù secolare). Una volta, mi pare che se ne parlava con Davide Malesi, per gioco tirammo fuori la sentenza…"uno scrittore è colui che sa rendere, raccontare, con il solo aiuto della parola scritta, un combattimento". Si parlava della capacità di Thom Jones di rendere scene di guerra in Vietnam con una veridicità impressionante. Stessa cosa per la descrizione di un combattimento su un ring. Toshes, invece, si limita a raccontarci di quando, ormai al culmine della carriera, e in forza di non si sa bene quali "magheggi", Sonny Liston, giunto alla settima ripresa contro un nascente Cassius Clay, resta seduto all'angolo, in quel di Miami, lamentando l'impossibilità di muovere le braccia, e scatenando un tumultuoso gioco di scommesse, grazie ad una inaspettata sconfitta per KO tecnico, improbabile quanto sospetta. (Va detto che Liston ha avuto il pregio di chiudere gran parte dei suoi incontri prima del limite, in genere nelle primissime riprese, per una serie di memorabili KO). Cosi, lo sforzo di capire, di farsi un'idea viene delegato al lettore, seppellito da una miriade di dati, spezzoni di interviste, post-mortem, raccattate qua e là fra agenti di polizia che lo arrestarono, gli furono vicini, quand'anche non addirittura consiglieri o mezz'allenatori. Fra manager senza scrupoli, nell'America del dopoguerra, tutta protesa a far soldi, nel vorticoso giro di scommesse e di combine. Non so. Una biografia cosi, denuncia sicuramente un approccio diverso, quasi a far parlare i fatti, scarni, piuttosto che raccontare. Un taglio troppo giornalistico e un freddo lavoro di montaggio che si avverte sottotraccia. Avrei voluto leggere di più dell'uomo, del suo lavoro, del lavoro di palestra che precede ogni incontro, della sua voglia di riscatto dalle umili origini (buffissimo scoprire legami di parentela con la mamma di B,B. King, grandissimo bluesman prossimamente qui a Roma in concerto). La canzone, "Night train" fa capolino ognitanto, ma, ripeto, i'autore è troppo preso a fare da cronista e a sputare sentenze per darcene conto a tutto tondo. Non mi è piaciuto, ecco. Pazienza. Proverò a finire "Lo sfidante" (raccolta di racconti da cui è stato tratto il filmone pluripremiato agli Oscar di Clint Eastwood, Million dollar baby). O, al peggio, a rileggermi lo splendido racconto di Thom Jones (Sonny Liston era mio amico) che da il titolo ad una sua raccolta di racconti, apprezzabili. E' tutto. |
09/07/2005
Delirio
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Delirio Chiedo scusa per il silenzio prolungato. Ho imparato che forse è meglio non augurare "tutte medicine" a nessuno…hai visto mai, la sfiga lavora di sponda e rispedisce al mittente i cattivi pensieri. Cosi, ho provato l'ebbrezza di avere la mia prima polmonite, in tutti questi anni, e in piena "stagione calda". Andata, comunque, dieci giorni d'ospedale, fuori da tutto, fuori dal mondo (o quasi). Ho letto, finita la biografia di Sonny Liston, (non mi ha fatto morire…ci tornerò). No, quello che volevo dire, e che in tutti questi giorni, di lontananza forzata dal blog, dal pc, da tutto, m'ha catturato i pensieri, era parlare del delirio. Delirio da febbre. Una roba profonda. Ci provo. Tre centimetri, poco meno. Tre fottutissimi centimetri su una scala graduata contenente mercurio in un'asticella di vetro. Questa l'unità di misura della febbre. Trovarsi ripetutamente, e a lungo, intorno ai 39,8 ° gradi di temperatura produce metamorfosi. Sequenze di pensieri che faresti volentieri a meno di fare. Ma non puoi sottrartici. Cosi ho assistito all'invenzione a getto continuo di template, come il desktop di windows, aventi per tema le cose più disparate, paesaggi, circuiti stampati, pagine di quotidiano, formati video dei più strani e variopinti. Le dimensioni, sballate sempre, c'era sempre una sbavatura, troppo grandi, troppo larghi, come un monitor non ben sincronizzato. Tutto fuori misura. E in un loop infernale, che dici basta e non si ferma, ma continua, condito da fitte terribili in testa, come mille lame o ferri da maglia che ti si conficcano, con velocità e da tutte le angolature possibili, lungo la testa. E allora cerchi l'acqua, provi a reidratarti, per scacciare il dolore, ma niente. Il delirio non so cosa sia, se il venire a galla delle cose più strane ed apparentemente prive di senso che ti possono transitare in testa. Colori, suoni, dimensioni, oggetti. Tutta la spazzatura possibile, il festival del superfluo e del privo di senso. Provare a darglielo un senso, impresa vana. Non c'è, ma lo capisci sempre dopo. Nel pieno del delirio febbrile, tenti di quadrare il cerchio, di ricondurre il tutto in confini a te più noti, e pertanto più rassicuranti. Il delirio fa saltare queste comode convinzioni, di colpo sei nel territorio del non sense, ma del puro non sense. Non del non sense che poi ce l'ha un sense, no, proprio il nulla verniciato di niente. La testa scoppia, oggetti, colori, sballa tutto. Sei come dentro una sala nella quale un regista pazzo (te stesso ?) sta mandando corti a ripetizione uno più assurdo ed incongruo dell'altro. Vorresti uscire dopo un po, quando capisci che nemmeno un omaggio postumo all'estetica ci potresti tirar fuori, veramente nauseante ed inutile. Non so cosa prenda davvero alla testa quando arrivi ad avere quelle temperature. Ignoro se esistono studi appositi, compendi, manuali d'uso. Nessuno s'è preso la briga di spiegare, razionalmente, cosa avviene e perché la qualità dei pensieri scada in modo cosi ignobile. Alla fine, stremato, cedi alla lotta impari e ti costringi, senza forza alcuna di reagire, a vederli tutti, questi cazzo di corti, spot demenziali e mefitici. Va tutto male. Tutto. Ti lasci andare, rimbocchi le coperte, speri che l'antipiretico faccia il suo sporco lavoro e riporti tutto il sabba in un recinto poco più che razionale. Vivo, sudato e con gli occhi fuori dalle orbite, con la stessa epressione (peggiore) negli occhi di un astronauta reduce da un semestre sulla Soyuz. Sei a Roma, invece, la realtà ti dice che sono i primi di luglio, che sei in piena estate, e che tutto, tutto, tutto è davvero cosi assurdo e impossibile da classificare. Stai male, punto, e in forza di non si sa bene cosa, tenti solo di attraversare le rapide del malessere, indenne, senza sfracellarti, per sovramercato, su qualche scoglio affiorante. Giornate passate cosi, in attesa che l'antibiotico faccia il suo effetto e riduca a livelli sopportabili la febbre. Giorni, notti, ore intere. Poi passa. Poi passa ti dici, e speri. |







